Risvegliare le coscienze e stimolare la partecipazione dei cittadini per migliorare la società
Siamo ormai a settembre e tutti i problemi che dovremmo affrontare si fanno più evidenti.
Ad esempio, aumentano le preoccupazioni per un’escalation dei prezzi delle materie energetiche. Di conseguenza, questo si riflette in negativo sui prezzi dei beni, anche di prima necessità.
Basta andare in qualsiasi supermercato e valutare la differenza con quelli che c’erano all’inizio dell’estate, che, tra l’altro, erano già cresciuti per la guerra fra Russia e Ucraina. Sono aumentati in modo esponenziale da quando l’USA ha avviato la guerra con l’Iran.
Tutto questo si riflette su sulla vita di tutti i giorni: industria, commercio, artigianato, potere di acquisto di stipendi e pensioni, occupazione stanno soffrendo, con un’influenza negativa sulla produttività e sulla crescita del Paese.
Non si vedono all’orizzonte prospettive positive a breve. Anzi!
Di fronte a questo scenario come si reagisce?
Qualcuno può sostenere che non dipende solo da noi, ma io dico che dipende anche da noi.
In passato bastava un aumento di dieci lire della benzina per proclamare uno sciopero generale e cadevano i governi. Oggi, di fronte a questo disastro, non si ribella nessuno e anche se si proclamasse lo sciopero generale passerebbe senza nessun risultato.
Come siamo arrivati a questo?
Le cause sono tante e vediamo di farci una riflessione.
Dovremmo iniziare a discutere su come rivitalizzare la classe dirigente, che si è inaridita, perché non si confronta più su grandi progetti e grandi idee.
Quindi, il problema è come rilanciarne la capacità, per far sì che la classe dirigente risvegli le coscienze e stimoli nuovamente la partecipazione dei cittadini.
Da sempre ho pensato che andasse contestata la bipolarizzazione della politica che ha radicalizzato lo scontro e ha enfatizzato la leadership.
Che fosse necessario riproporre la proporzionalità, in modo da favorire la scelta della propria rappresentanza e, soprattutto, di ripristinare la necessità di un vero confronto, nella piena dialettica fra politici che si rispettino e si legittimino, così, l’un con l’altro.
Occorre nasca la convinzione che continuare con l’attuale sistema ci allontana dall’evoluzione sociale e dai bisogni collettivi e individuali, perché la politica, oggi, continua a favorire gli interessi di pochi.
È sempre più evidente l’esigenza di ripristinare regole del gioco democratico in cui si possano allargare la discussione e la partecipazione.
La qualità di una democrazia e, quindi, del suo gruppo dirigente, si misura dalla capacità di garantire a tutti i cittadini un buon servizio sociale e, soprattutto, un livello di benessere accettabile per tutti.
Le tante questioni che sono aperte nel nostro Paese dimostrano quest’urgenza, perché quando più è necessario che la nostra classe politica dovrebbe volare alto, più, invece, si intestardisce nella sterile polemica fra i due schieramenti, collocandosi molto in basso nell’azione e nella dimensione.
La società, per potersi esprimere adeguatamente, ha bisogno che siano rimesse di nuovo in circolo procedure di rappresentanza e partecipazione sociale e politica, molto diverse da quelle attuali.
Il discrimine fra la partecipazione e il leaderismo è proprio quello di aprire la società.
È sotto gli occhi di tutti il prodotto dell’attuale situazione che ha ridotto gli spazi di confronto collettivo per delegarli, sempre più, a quelli virtuali, che ingannano la coscienza democratica e determinano l’isolamento tragico dell’uomo, il quale non si confronta più con il suo simile e lo vede solo attraverso una lente deformante.
Tale processo sembra inarrestabile, ma, ripeto, va cambiato!
Per questo vanno nuovamente rimessi in circolo processi di rappresentanza e partecipazione sociale e politica, in controtendenza rispetto all’attuale situazione dove prevale solo lo scontro, sono sempre più labili la dialettica, il confronto e la mediazione e, nei confronti della politica, hanno il sopravvento solo il disinteresse e l’astensionismo.
Mi rendo conto che il mio ragionamento può sembrare soltanto utopico, ma non si può continuare nella situazione attuale.
La società, in tutto il mondo, si è imbarbarita; predomina, soprattutto, un crogiolo di egoismo ed edonismo individuale, dove l’ego ha la meglio su tutto, conta solo il potere personale e si soffoca qualsiasi dissenso con la forza.
C’è bisogno di un nuovo impegno e di nuove motivazioni, che si ritrovano soltanto riprendendo collettivamente il cammino, rilanciando strumenti di partecipazione, tutela e formazione del gruppo dirigente del Paese.
Si è dimenticato che in una società si riesce a mantenere un minimo di coesione sociale se vi è uno spazio di rappresentanza e vera partecipazione per tutti.
Nella società ci sono anche articolazioni diverse, istanze e gruppi sociali che chiedono di essere ascoltati e oggi sono esclusi dalla dialettica politica, perché negli ultimi anni si è ridotta, se non del tutto eliminata, la possibilità di rappresentanza e di partecipazione.
Un sistema resta pienamente democratico solo quando riesce a coinvolgere tutti nelle decisioni, fermo restando che ognuno ha il suo ruolo da svolgere.
Ci vuole necessariamente un cambiamento culturale e ideale nel modo di fare e pensare delle forze politiche e sociali, pena la rappresentazione soltanto della giungla, dove il più forte mangia il più debole.
Sviluppo, libertà, democrazia e benessere sono conquiste ottenute grazie anche alla politica e alle forze sociali che, in questi decenni, le hanno garantite, con le loro battaglie e azioni. Oggi, invece, molte sono state messe in discussione e alcune sono state ridotte.
In questa delicata fase non mi stancherò mai di ripetere che ognuno con l’esempio e con lo stimolo, può contribuire a orientare l’evoluzione della società verso alcuni valori, piuttosto che su quelli attuali, in modo da ridare speranza attraverso nuove regole, finalizzate ad appianare gli squilibri e a ridurre la povertà in Italia, in Europa, nel mondo.
Il potere e lo scontro di interessi non sono, di per sé, né buoni né cattivi. Il problema è come esprimere e mediare il potere nelle relazioni e come usarlo per il bene comune.
Come saggiamente scriveva Pascal: “La giustizia senza potere è inefficace; il potere senza giustizia è tirannico. La giustizia senza potere è contraddittoria; il potere senza giustizia è condannabile. Dobbiamo perciò combinare giustizia e potere rendendo forte ciò che è giusto e giusto ciò che è forte”.
Oggi è ancora più evidente che il rapporto fra potere e giustizia è, in sostanza, il punto focale proprio della partecipazione democratica. Bisogna capire come dare un senso e un nuovo stimolo alla partecipazione, coniugando il potere con la giustizia.
Pertanto, sono sempre più convinto, che l’impegno di tutti, a ogni livello, non può debba essere rivolto a ricercare soluzioni di dialogo fra le diverse componenti sociali e politiche, in modo da costruire un progetto unico.
Di fronte a questa rimozione e distorsione della realtà, nessuno sembra più in grado fare sintesi. Così ci si divide fra chi si sente autoreferenziale nella sua potenza distruttiva, tanto da non dover fare i conti con quello che fa, e chi gioca tutto per affermare la sua leadership, senza prendere atto della domanda sociale. Pertanto, la realtà sociale viene rimossa, distorta e non rappresentata.
Si ritorni a fare cultura per progettare una società diversa, più giusta e più equa, una società che, proprio attraverso il dialogo, la diplomazia, la partecipazione e il coinvolgimento di tutti, abbandoni l’arroganza di chi vuole sopraffare gli altri, riduca i conflitti, garantisca la tutela degli interessi, per mantenere un equilibrio generale.
Solo così anche le problematiche di tutti i giorni, come i guasti degli aumenti delle materie energetiche, possono essere ridimensionati e risolti con una nuova forma di politica, confortata da principi e valori, che garantiscano, collettivamente, tutti gli interessi, facendo prevalere coesione e solidarietà, pace e democrazia, libertà e uguaglianza, pari opportunità e interesse generale.
Ricominciamo, con molta utopia, a sognare di poter cambiare le cose. Rimettiamoci in azione, per far sì che l’utopia diventi realtà.
Non possiamo stare fermi e guardare soltanto come vanno le cose; bisogna, invece, che tutti, anche nel loro piccolo, si diano da fare. Non possiamo accettare che posizioni violente, demagoghe e preistoriche contaminano il nostro futuro.
Ce la possiamo fare e lo dobbiamo fare!





