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Che valore ha la difesa dei diritti umani quando non è universale?

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difesa dei diritti umani

Navy Pillay e il Nobel per la pace. Ma quale pace? E quale diritti umani?

Torno ancora sull’assegnazione del Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay.
L’altra mattina, ascoltando Radio24, ho sentito Simone Spetia, un giornalista al quale riconosco un equilibrio e una serietà sempre più rari, riferire di un articolo pubblicato su Il Foglio da Giulio Meotti.

Sono andata a leggerlo integralmente. E quello che emerge merita una riflessione durissima.

Meotti intervista Hillel Neuer, direttore di UN Watch, organizzazione che da anni denuncia le contraddizioni del sistema delle Nazioni Unite.

Neuer riconosce a Navi Pillay il coraggio dimostrato nella lotta contro l’apartheid sudafricano. Ma ricostruisce una carriera successiva, soprattutto dal 2008, quando assunse la guida dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, che solleva interrogativi profondi sulla sua indipendenza politica e morale.

Cominciamo a Cuba

Nel 2010 Orlando Zapata Tamayo, dissidente politico perseguitato dal regime castrista, morì in carcere dopo 85 giorni di sciopero della fame. La sua morte suscitò indignazione internazionale.

Pillay incontrò a Ginevra il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla, ma Neuer le contesta di non aver denunciato pubblicamente quella morte con la fermezza richiesta dal suo incarico.

Nel 2012 morirono in circostanze controverse Oswaldo Payá, importante oppositore del regime e premio Sakharov, e il giovane Harold Cepero.

La figlia di Payá chiese a Pillay un’indagine internazionale indipendente, senza ottenere l’intervento pubblico richiesto.

Nel 2023 la Commissione interamericana per i diritti umani ha riconosciuto la responsabilità dello Stato cubano per quelle morti.

Tre vite spezzate dalla repressione e dalla violenza politica.

E una domanda: dove fu la fermezza della massima responsabile ONU per i diritti umani?

Passiamo alla Cina. Qui la vicenda è ancora più inquietante

Nel 2010 il dissidente cinese Liu Xiaobo, uno dei simboli della lotta pacifica per la democrazia, ricevette il Nobel per la Pace mentre si trovava in carcere.

Il regime di Pechino impedì che partecipasse alla cerimonia di Oslo.
Il premio fu simbolicamente consegnato a una sedia vuota, diventata l’immagine della repressione cinese.

E Navi Pillay? Non partecipò alla cerimonia, giustificando l’assenza con impegni istituzionali.

Una decisione che suscitò l’indignazione di Yang Jianli, ex prigioniero politico e difensore dei diritti umani.

Ma la questione più grave riguarda Emma Reilly, funzionaria delle Nazioni Unite diventata protagonista di una denuncia sconvolgente.

Reilly ha raccontato che funzionari dell’Alto Commissariato ONU trasmettevano alle autorità cinesi i nomi di dissidenti e attivisti che avrebbero dovuto intervenire alle riunioni delle Nazioni Unite a Ginevra.

Tra questi figuravano anche attivisti uiguri, appartenenti a una minoranza sottoposta a una persecuzione sistematica da parte del regime cinese.

Si trattava di persone che cercavano protezione proprio presso l’organizzazione internazionale incaricata di difendere i loro diritti.

E, invece, secondo la denuncia di Reilly, i loro nomi venivano comunicati al governo dal quale cercavano di difendersi.

Reilly denunciò ripetutamente il pericolo che quelle informazioni rappresentavano per gli attivisti e per le loro famiglie rimaste in Cina.

La vicenda ha sollevato questioni gravissime sulla sicurezza dei dissidenti e sulla condotta dell’Alto Commissariato.

Se un organismo nato per proteggere le vittime della repressione espone quelle stesse persone al rischio di essere perseguitate, siamo davanti a un capovolgimento intollerabile della sua missione.

Arriviamo in Danimarca e alla libertà di espressione.

Durante la crisi internazionale provocata dalle vignette su Maometto, la Danimarca si trovò bersaglio di proteste violente e attacchi contro le proprie rappresentanze diplomatiche.

L’ex ministro degli Esteri danese Per Stig Møller ha raccontato di essere rimasto furioso e scioccato dall’atteggiamento di Pillay.

Secondo la sua testimonianza, quando Copenaghen cercò il sostegno delle Nazioni Unite, Pillay suggerì di intervenire sulla libertà di espressione anziché difenderla senza ambiguità.

Neuer le contesta, inoltre, le posizioni assunte nei confronti di Charlie Hebdo, accusandola di aver privilegiato la denuncia delle offese religiose rispetto alla difesa della satira.

Qui si tocca un principio fondamentale delle democrazie liberali.

Le persone hanno diritti.

Le religioni non hanno il diritto di essere sottratte alla critica.

La libertà di espressione non può essere sacrificata per compiacere governi autoritari o movimenti religiosi integralisti.

E l’Iran?

Neuer descrive una Pillay estremamente poco incisiva nei confronti della Repubblica islamica.

Parliamo di un regime che reprime gli oppositori, perseguita le donne, imprigiona i dissidenti e utilizza sistematicamente la violenza per conservare il potere.

Secondo Neuer, nei confronti di Teheran Pillay non dimostrò quel coraggio che aveva caratterizzato la sua battaglia contro l’apartheid.

Ed è legittimo domandarsi perché la fermezza nella difesa dei diritti umani sembri cambiare così profondamente a seconda del paese coinvolto.

E, infine, Israele.

Qui la severità di Pillay non è certo mancata.

Ha presieduto la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che ha accusato Israele di genocidio a Gaza, una conclusione contestata dal governo israeliano e da altri osservatori.

Neuer denuncia proprio questa sproporzione: una fermezza straordinaria nei confronti dello Stato ebraico e un atteggiamento che giudica assai meno coraggioso verso alcune delle peggiori dittature contemporanee.

Ed è qui che voglio arrivare.

Non intendo cancellare il coraggio dimostrato da Navi Pillay nella lotta contro l’apartheid sudafricano.

Ma quel passato non può diventare una garanzia permanente di indipendenza morale.

Le vicende cubane, la mancata partecipazione alla cerimonia per Liu Xiaobo, le gravissime denunce di Emma Reilly, le controversie sulla libertà di espressione in Danimarca e le critiche relative all’Iran meritano risposte, non celebrazioni automatiche.

Non tutte queste contestazioni dimostrano una responsabilità personale diretta di Pillay. Ma nel loro insieme pongono interrogativi seri sulla coerenza del suo operato istituzionale.

E, soprattutto, pongono una questione che considero fondamentale.

I diritti umani non possono avere una geografia ideologica

Devono valere per il dissidente cubano, per il prigioniero cinese, per la donna iraniana, per l’uiguro perseguitato, per il giornalista minacciato e per il cittadino israeliano.

Per tutti. Senza eccezioni.

Quando le istituzioni internazionali sembrano applicare criteri differenti, la loro autorità morale viene inevitabilmente compromessa.

E allora non basta invocare il prestigio del Nobel per chiudere ogni discussione.

Il prestigio di un riconoscimento non può sostituire l’esame critico di una carriera.

Perché il coraggio non consiste nell’accusare chi è politicamente più facile accusare.

Consiste nel difendere i diritti umani anche quando significa sfidare i regimi più potenti, più repressivi e più influenti.

E se questo coraggio viene meno, resta una domanda alla quale nessun premio può rispondere: che valore ha la difesa dei diritti umani quando ha la difesa dei diritti umani non è universale?

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