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Arabia Saudita, potenza incompiuta

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Arabia Saudita

Arsenali miliardari e fragilità strategica

L’Arabia Saudita mostra quanto sia difficile trasformare la ricchezza in potenza militare autonoma, nel 2024 ha speso circa 80,3 miliardi di dollari per la difesa, collocandosi al settimo posto mondiale.

Eppure, il confronto con gli Houthi ha evidenziato il divario tra possedere sistemi avanzati e ottenere risultati strategici duraturi. Il bilancio compra mezzi; l’efficacia richiede dottrina, intelligence, manutenzione e comando integrato.

La morfologia spiega una parte del problema. Gli spazi desertici sauditi favoriscono mobilità e osservazione, ma impongono distanze logistiche enormi.

Sul fronte meridionale, invece, i rilievi del confine e gli altopiani yemeniti complicano sorveglianza e controllo terrestre.

Un carro armato può dominare uno spazio aperto; perde parte del proprio vantaggio quando operano piccoli reparti dispersi, protetti dal terreno e capaci di sottrarsi all’osservazione.

La superiorità aerea permette di colpire: mantenere il controllo politico e territoriale richiede altre capacità.

Gli Houthi hanno sfruttato questa asimmetria. Non devono battere simmetricamente l’intero apparato saudita: possono imporre costi, minacciare infrastrutture e conservare capacità operative.

La difesa delle infrastrutture aggiunge un problema tecnico, contro bersagli a bassa quota contano orizzonte radar, copertura dei sensori, tempi di reazione e coordinamento tra intercettori proteggere un territorio vasto con pochi centri economici essenziali richiede una difesa stratificata e capacità di ripristino.

Il 14 settembre 2019 gli attacchi ad Abqaiq e Khurais determinarono la sospensione di 5,7 milioni di barili giornalieri di produzione: una dimostrazione della vulnerabilità sistemica, indipendentemente dalla controversa attribuzione dell’operazione.

Nel periodo 2020/2024 gli Stati Uniti hanno fornito il 74% delle importazioni saudite di grandi armamenti, la Francia il 6,2%. Acquistare piattaforme significa anche dipendere da ricambi, aggiornamenti, munizioni e assistenza.

Lo stesso interrogativo riguarda Riad e la trasformazione economica. Banche d’affari, fondi e grandi progetti possono mobilitare capitale: una capitale finanziaria diventa un motore nazionale quando investimenti, competenze e produttività si diffondono nel tessuto economico.

La mia lettura è che il rischio saudita sia una modernizzazione concentrata: strutture ambiziose la cui sostenibilità dipende ancora dalla capacità dello Stato di finanziarle e collegarle all’economia reale.

Il FMI riconosce i progressi nella diversificazione, ma raccomanda allocazioni del PIF più selettive e un maggiore ruolo privato.

La potenza saudita esiste, ma resta incompiuta e la sua misura futura sarà la capacità di trasformare capitale e arsenali in autonomia industriale, resilienza delle infrastrutture e risultati politici, non basta il catalogo.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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