Perché l’opinione pubblica italiana sembra non accorgersi di quello che sta accadendo nel Sud del Paese
C’è una cosa che mi colpisce, in questi giorni, più delle proteste stesse.
È il modo in cui una parte dell’opinione pubblica italiana sembra non accorgersi di quello che sta accadendo nel Sud del Paese.
Da giorni agricoltori, autotrasportatori, commercianti, lavoratori e cittadini stanno manifestando contro il caro carburante, l’aumento del costo della vita e le difficoltà economiche che colpiscono intere categorie.
In Calabria ci sono stati presìdi a Spezzano, Firmo e Davoli, mentre a Cosenza centinaia di persone si sono riunite in piazza Loreto e i trattori hanno attraversato il centro cittadino.
In Basilicata, tra il Metapontino e il Vulture-Melfese, le mobilitazioni sono proseguite anche il 13 ottobre.
Oltre alle proteste di Bari e Cerignola, a Taranto i lavoratori dell’ex Ilva hanno portato avanti i presìdi sulle strade statali, mentre la protesta si è estesa fino alla raffineria ENI. In Sicilia, a Palermo, si è svolta anche una manifestazione contro il governo regionale.
Solo alcuni giornali e notiziari ne hanno dato conto.
La questione interessante è un’altra, e riguarda la differenza tra una notizia pubblicata e una vicenda che riesce davvero a entrare nella coscienza collettiva. Tra l’essere raccontati e l’essere riconosciuti.
Perché queste proteste non sembrano occupare lo stesso spazio nell’immaginario di chi ama ripetere che gli italiani sono un popolo di pecoroni, incapace di reagire, abituato a subire qualsiasi cosa senza alzare la testa?
La domanda merita di essere posta.
La protesta che ci piace vedere
Abbiamo imparato a riconoscere una protesta attraverso un repertorio visivo abbastanza preciso. Cassonetti incendiati, automobili distrutte, vetrine infrante, scontri con la polizia, strade trasformate in campi di battaglia.
Sono immagini che arrivano facilmente sugli schermi, che si prestano alla ripetizione, che producono reazioni immediate. La protesta diventa spettacolo e lo spettacolo diventa la misura della sua importanza.
Quando guardiamo alla Francia, per esempio, ci vengono spesso in mente le immagini delle periferie in fiamme, delle piazze attraversate dagli scontri, delle automobili bruciate.
Queste immagini finiscono per rappresentare, nella percezione collettiva, un intero popolo capace di ribellarsi.
Il confronto con l’Italia diventa allora automatico. I francesi reagiscono, gli italiani chinano la testa.
Ma su quale idea di protesta si fonda questo giudizio?
Se riconosciamo la capacità di reagire soltanto quando una protesta produce devastazione visibile, stiamo adottando un criterio assai discutibile.
Stiamo confondendo la rabbia con la sua manifestazione più spettacolare, la mobilitazione con il disordine, la partecipazione politica con la capacità di produrre immagini scioccanti.
Un agricoltore che porta il trattore in piazza, un lavoratore che trascorre la notte a un presidio, un commerciante che partecipa a una manifestazione, una famiglia che scende in strada per denunciare il costo della vita stanno esercitando una forma di azione collettiva.
Il fatto che non abbiano incendiato un cassonetto non rende la loro protesta meno reale. E il fatto che una protesta sia pacifica non autorizza a considerarla irrilevante.
Anzi, dovremmo domandarci quale idea di cittadinanza abbiamo costruito se abbiamo bisogno di vedere qualcosa andare in fiamme per riconoscere che una società è attraversata da un conflitto.
Il pregiudizio che si nutre di se stesso
In sociologia esiste un meccanismo ben conosciuto, la conferma delle proprie aspettative. Tendiamo a selezionare le informazioni che sostengono ciò che già pensiamo e a trascurare quelle che ci costringerebbero a rivedere il nostro giudizio.
Se sono convinto che gli italiani siano passivi, ogni episodio di rassegnazione diventerà la prova della mia convinzione. Le proteste che non conosco non entreranno nel mio ragionamento.
Quelle che conosco verranno ridimensionate, liquidate come irrilevanti, ricondotte a qualche interesse particolare.
Se, invece, le proteste producono immagini di devastazione, potrò finalmente indicarle come prova di una ribellione che considero autentica.
Il risultato è un sistema di pensiero che si protegge da qualsiasi smentita. Qualunque cosa accada, la convinzione iniziale rimane intatta.
Gli italiani protestano poco? Ecco, sono pecoroni.
Gli italiani protestano? Non abbastanza, non nel modo giusto, non come fanno altrove.
Gli italiani scendono in piazza pacificamente? Non conta.
Gli italiani bloccano le strade? Sono soltanto piccoli interessi corporativi. Ogni fatto viene ricondotto alla medesima conclusione.
A quel punto, la realtà diventa quasi un dettaglio. Conta soprattutto preservare l’immagine che ci siamo costruiti.
E c’è un aspetto ancora più interessante. Questo pregiudizio viene spesso espresso dagli stessi italiani, talvolta con una certa soddisfazione, come se la denigrazione del proprio Paese fosse una dimostrazione di lucidità.
Dire che siamo un popolo di pecoroni diventa una scorciatoia intellettuale. Ci dispensa dal conoscere le mobilitazioni, dal capire le loro ragioni, dal verificare che cosa stia succedendo nei territori.
Basta una formula e tutto sembra spiegato.
Ma una società che si racconta attraverso stereotipi finisce per perdere la capacità di leggere se stessa.
Il Sud che non entra nella rappresentazione nazionale
C’è poi una questione territoriale che merita attenzione. Le proteste di queste settimane attraversano aree del Mezzogiorno e riguardano problemi molto concreti, dal costo dei carburanti alla sopravvivenza delle attività produttive, dal lavoro alla tenuta economica delle famiglie.
Non si tratta necessariamente di un movimento omogeneo, né possiamo attribuire a tutti i manifestanti le stesse idee politiche. Le diverse mobilitazioni hanno organizzatori, obiettivi e rivendicazioni che devono essere esaminati singolarmente. Ma proprio questa complessità dovrebbe suscitare interesse.
Quando agricoltori, autotrasportatori, piccoli produttori e cittadini convergono sulla denuncia del caro vita, abbiamo davanti una questione sociale che merita di essere compresa.
Quando il malcontento si traduce in presìdi, assemblee e blocchi stradali, vale la pena interrogarsi sulle condizioni che lo alimentano e sulla capacità delle istituzioni di dare risposte.
Eppure, nella rappresentazione semplificata che spesso accompagna il discorso sull’Italia, il Mezzogiorno rischia di comparire soltanto attraverso immagini già familiari.
Il ritardo, la rassegnazione, l’assistenzialismo, l’incapacità di organizzarsi. Tutto ciò che contraddice questa rappresentazione richiede un lavoro di comprensione che lo stereotipo, per sua natura, evita.
È più semplice immaginare un Sud passivo che riconoscere cittadini meridionali capaci di organizzarsi, avanzare richieste, contestare decisioni e cercare forme di coordinamento. La seconda immagine ci obbliga a fare i conti con una società viva, attraversata da interessi, conflitti e tentativi di cambiamento.
La prima, invece, ci lascia tranquilli.
Quando l’informazione diventa uno specchio
Naturalmente, la visibilità delle proteste dipende anche da fattori concreti. La dimensione delle manifestazioni, la loro durata, la rilevanza nazionale delle rivendicazioni, l’impatto sui trasporti, le fonti disponibili e le scelte editoriali incidono sulla copertura giornalistica.
Non ogni notizia assente dalla nostra bacheca è stata deliberatamente censurata, e non possiamo attribuire a tutti i mezzi d’informazione la stessa intenzione.
Ma proprio per questo è utile distinguere tra il silenzio assoluto, che in questo caso non corrisponde ai fatti, e una visibilità insufficiente o discontinua. Una protesta può essere riportata da alcune testate e rimanere quasi invisibile per chi frequenta determinati ambienti mediatici o sociali.
Gli algoritmi, inoltre, tendono a privilegiare contenuti capaci di generare reazioni. Un’immagine violenta, una frase provocatoria, un video che suscita indignazione possono circolare più rapidamente di un resoconto sui problemi economici di un territorio.
La conseguenza può essere una percezione distorta della realtà, nella quale ciò che colpisce di più sembra anche ciò che conta di più.
Non occorre immaginare un complotto. Bastano i meccanismi della selezione delle notizie, le abitudini del pubblico e la tendenza umana a cercare conferme alle proprie convinzioni.
Il risultato, però, può essere socialmente rilevante. Se milioni di persone finiscono per conoscere soltanto le manifestazioni più spettacolari, potrebbero convincersi che la protesta abbia un’unica forma possibile.
E tutto ciò che esce da quel modello rischia di diventare invisibile.
Una patologia dello sguardo collettivo
È questo l’aspetto che trovo socialmente patologico. Non l’esistenza di opinioni differenti, né la critica agli italiani, che può essere legittima e persino necessaria.
Il problema è che il giudizio precede sistematicamente l’osservazione, quando i fatti vengono selezionati in funzione di una convinzione già stabilita e quando la smentita viene ignorata anziché presa in considerazione.
La patologia, qui, riguarda il rapporto con la realtà. Abbiamo bisogno di riconoscere ciò che accade anche quando disturba le sue narrazioni preferite.
Ha bisogno di aggiornare le proprie convinzioni, di distinguere tra un’impressione e un fatto, di ammettere che la realtà sociale è più articolata delle formule con cui la descriviamo.
Continuare a ripetere che gli italiani sono pecoroni mentre una parte degli italiani manifesta, organizza presìdi, blocca strade e chiede risposte non è un esercizio di lucidità. È un giudizio che rischia di sopravvivere indipendentemente dalle prove.
E qui si apre una questione che va oltre le proteste di queste settimane.
Quale idea abbiamo della nostra collettività, se ci viene più facile disprezzarla che conoscerla?
Per quale ragione siamo così pronti a riconoscere la capacità di reagire agli altri popoli e così restii a cercarne le manifestazioni nel nostro?
La critica al proprio Paese può essere una forma di consapevolezza. La denigrazione automatica, invece, può trasformarsi in una gabbia mentale.
Nel primo caso si osservano i problemi per comprenderli e affrontarli. Nel secondo si parte da una condanna e si cercano soltanto le prove che la confermino.
La domanda da porre non riguarda soltanto gli italiani che protestano, ma anche gli italiani che non riescono a vedere le loro proteste.
Una collettività può essere attraversata da conflitti, rivendicazioni e tentativi di cambiamento senza che tutti se ne accorgano. E quando la rappresentazione che abbiamo della realtà diventa più importante della realtà stessa, il problema riguarda anche la nostra vita.
Gli italiani del Sud stanno manifestando per ragioni concrete. Possiamo condividere o contestare le loro richieste, discutere le loro forme di mobilitazione, verificarne la consistenza e valutarne gli effetti.
Quello che non dovremmo fare è cancellarli dalla nostra percezione soltanto perché non corrispondono all’immagine che abbiamo deciso di attribuire agli italiani.





