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MONOTEISMO CRISTIANO E LIBERTA’ RELIGIOSA. UNA INCHIESTA CON L’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’ – terza parte

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Il punto culminante di questo riassettamento concettuale è il Concilio Vaticano II (1962-1965), che con la dichiarazione Dignitatis Humanae ha chiuso la questione di cui andiamo parlando apertasi dal Settecento in poi e ha creato i presupposti per una forma nuova di giurisprudenza e cultura cristiana in materia religiosa basata sulla valorizzazione della persona umana singola. Sebbene la tipologia della dichiarazione sia la meno impegnativa del Magistero conciliare, il documento partecipa in pieno del carattere di Magistero supremo e ordinario che caratterizza tutta la produzione del Vaticano II. La sua dottrina è stata recepita dal Catechismo della Chiesa Cattolica, dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, dalla vita spirituale, liturgica e di preghiera del Popolo di Dio e dalla riflessione dei suoi teologi. La bellezza di questa impostazione ancora non arriva al suo pieno sviluppo a causa del perdurante spirito laico della civiltà odierna, ma lo farà nei secoli a venire. In attesa di elementi nuovi della cultura umana che esigano sintesi magisteriali ulteriori, che integrino senza abrogarle quelle già formulate e vincolanti.

Cosa insegna dunque oggi la Chiesa in materia di libertà religiosa? Senza dubbio che tutti sono tenuti a cercare il vero Dio e, una volta che l’hanno conosciuto, ad adorarlo e rimanergli fedeli. Tale dovere è naturale, né esclude il rispetto delle parziali verità contenute nelle religioni umane o la carità da adoperarsi verso chi è nell’errore e nell’ignoranza religiosa. Il dovere morale di cercare Dio e di aderirvi riguarda non solo i singoli ma anche i popoli e le società di ogni genere, così come la Chiesa, evangelizzando continuamente, fa sì che gli uomini informino dello spirito cristiano la mentalità, i costumi e le leggi della comunità e spinge i suoi membri a chiamare tutti i loro simili, direttamente o indirettamente, con la parola e le opere, alla conoscenza del Vero Dio. Ciò mostra la signoria di Dio su tutte le cose. Tuttavia in materia religiosa è bene che nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza o impedito, entro debiti limiti, ad agire in conformità ad essa, sia in forma privata che pubblica, sia in quella individuale che associata. Tale diritto scaturisce dalla natura stessa della persona umana, la cui dignità la fa liberamente aderire alla Verità divina che trascende l’ordine temporale. Per questo perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la Verità e di aderirvi. Non è perciò né un diritto all’errore né la licenza di aderirvi in deroga alla Legge, ma un diritto naturale alla libertà civile, ossia all’assenza di coazione esteriore, entro giusti limiti, da parte del potere politico, in materia religiosa. Esso dev’essere riconosciuto dall’ordinamento giuridico per diventare un diritto civile. Rimane fermo il principio che, in base alle circostanze peculiari dei popoli, in essi una comunità religiosa possa avere uno speciale riconoscimento civile, senza che però questo misconosca il diritto personale alla scelta libera. Ciò implica da un lato una accettazione provvisoria della Chiesa di forme di religione di Stato che non siano la propria, dall’altra la sua aspirazione al riconoscimento del Cristianesimo come religione di ogni Stato perché di ogni popolo. La libertà religiosa non è né illimitata né semplicemente definita dall’ordine pubblico concepito in modo naturalista. I suoi giusti limiti sono determinabili di situazione in situazione sociale con prudenza politica, secondo le esigenze del bene comune, ratificati dall’autorità civile secondo un ordinamento giuridico conforme all’ordine morale oggettivo. Ossia possono avere diversa applicazione per esigenze collettive che però mai possono misconoscere la libertà umana in quanto tale e il diritto di Dio ad essere adorato.

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  • Redazione

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