Home Politica MILANO, PARADIGMA FEUDALE MALTHUSIANO PER UNA DESTRUTTURAZIONE ANARCHICA

MILANO, PARADIGMA FEUDALE MALTHUSIANO PER UNA DESTRUTTURAZIONE ANARCHICA

0

La vicenda giudiziaria che riguarda Milano, al di là degli aspetti strettamente giuridici, che non mi emozionano, ha messo a nudo il paradigma feudale malthusiano di una città per ricchi, una specie di zoocity per bipedi miliardari (i milionari sono già plebe), costruita sotto la copertura green e edificata con la logica dell’autocertificazione.

Poco mi cale delle affermazioni sugli aspetti giudiziari. Ritengo più interessante approfondire il concetto di autocertificazione, in quanto destrutturante dell’autorità, dei valori tradizionali, dei valori naturali e, non ultimo, dell’integrità dell’Io.

L’idea dell’autocertificazione è il motivo conduttore della politica anarchica della compagine progressista in tutte le sue manifestazioni.

Chiamare sinistra il progressismo neocon, rappresentato in Italia dal catto-social-comunismo in salsa verde sorosiana, è come bestemmiare in chiesa.

L’autocertificazione nel caso della “città dei ricchi” è l’espressione della hybris che, delegittimando l’autorità costituita e democraticamente instaurata, conduce all’anarchia.

La logica che il denaro può tutto, che tutti si possono comprare, delegittima l’autorità e con essa la democrazia e introduce la logica feudale per la quale il potente può costruire il suo castello in barba a qualsiasi regola e soprattutto in barba a chi è progressivamente escluso (ecco la vera ragione del progressismo) dal maniero e confinato nei luoghi della gleba.

È la logica del Marchese del Grillo, del: “Io sò io, e voi non siete un c…”.  Sò talmente io che io sono la regola.

Mi è sempre “risuonata nella mente – scrive in proposito Robert D. Kaplan nel suo “La mente tragica”, Marsilio – l’osservazione del filosofo persiano medievale Abu Hamid al – Ghazali, secondo cui un anno di anarchia è peggiore di cent’anni di tirannide”. [i]

Questa esplosione di hybris di un mondo pseudo borghese viziato, per non dire debosciato, che si sente onnipotente, tende a eliminare la vera tragedia con la quale ognuno di noi dovrebbe fare i conti, che “è contraddistinta dalla bruciante consapevolezza di quanto, pur entro un vasto orizzonte, le scelte a nostra disposizione siano limitate, dal prendere coscienza che non tutto è possibile, indipendentemente dalle condizioni date. Il mondo in cui viviamo ci pone continuamente davanti a dei limiti, sia umani sia fisici. Avere consapevolezza di sé significa distinguere, in ogni circostanza, ciò che è possibile da ciò che non lo è”.[ii]

Il paradigma feudale malthusiano della Milano zoocity pseudo verde esfiltra dalla gabbia dorata e produce disastri più vasti, perché afferma il concetto che se tu ti autocertifichi la comunità ti deve dare ragione.

Vedi il tentativo di far passare in Parlamento una sanatoria, bloccata con autorevolezza dal presidente del Senato Ignazio La Russa, a cui va un plauso.

Viene meno ogni regola. Se mi percepisco come maturo e esterno autocertificando questa mia percezione, posso evitare di rispondere all’orale all’esame di maturità.

Se mi percepisco come uno avente diritto ad appartamenti altrui, mi autocertifico come occupante a tal punto che finisco in un parlamento, ovviamente portato dal progressismo per il quale gli appartamenti da occupare sono quelli dei plebei del contado, mentre quelli che costano 15 mila euro al metro quadro, racchiusi e protetti nel recinto della zoocity dei ricchi, non si toccano.

Vengono meno regole e valori.

Se un maschio si percepisce e autocertifica come femmina, la comunità gli/le, *, ə, deve mettere i tampax nei cessi per maschi, perché ha diritto anche ad avere il mestruo, che magari è pure percepito.

Viene meno ogni valore naturale.

Scrive Kaplan: “Viviamo in un’epoca di sgretolamento delle gerarchie e indebolimento delle istituzioni: in politica, nel lavoro, nella religione, nei rapporti sociali e sessuali. Le gerarchie possono senz’altro essere ingiuste e oppressive, ma la questione dell’ordine resta fondamentale, poiché smantellarle implica la responsabilità di costruirne di nuove e più giuste. […]. Prendiamo Shakespeare. Fortebraccio, principe ereditario di Norvegia, osservando il cumulo di corpi alla fine dell’Amleto, sottolinea la «strage» che ha sconvolto la corte reale danese. Orazio, il fedele amico di Amleto, di fronte alla stessa commovente scena, osserva: Così udrete di atti carnali, sanguinosi e snaturati, di giudizi accidentali, di uccisioni casuali, di morti inflitte dall’inganno o senza causa alcuna, e, in questo epilogo, calcoli sbagliati ricaduti sulla testa dei loro inventori. La tragedia si conclude con Fortebraccio che ripristina l’ordine, anche se per la Danimarca significa l’annessione da parte della Norvegia. Ma l’ordine è fondamentale. È il primo passo verso la civiltà. Solo dopo ci si può mettere all’opera per rendere quell’ordine meno coercitivo”. E aggiunge: L’ordine, infatti, precede la libertà, poiché senza ordine non c’è libertà per nessuno”. [iii]

C’è una differenza fondamentale tra verità, intesa come orthotes, e doxa.

Il termine “orthotes” (ὀρθότης) in greco antico significa “rettezza”, “correttezza”, “dirittura”. In filosofia, e in particolare nel pensiero di Martin Heidegger, assume il significato di “retto sguardo” o “correttezza del vedere”, intesa non solo come percezione visiva, ma come modo corretto di rapportarsi alla realtà, di farla emergere nell’essere. 

In dettaglio, Heidegger utilizza “orthotes” in contrapposizione ad “aletheia” (verità come “non-nascondimento”) per descrivere la correttezza del vedere che proviene da un intelletto che si apre alla verità, mentre l’aletheia è la verità stessa che si manifesta. L’orthotes è quindi un modo di vedere, un’attitudine, un modo di rapportarsi al mondo che permette alla verità di manifestarsi. 

Orthotes, in quanto esatta corrispondenza, presuppone la verifica. Senza verifica c’è la doxa.

Doxa (in greco antico: δόξα) si riferisce all’opinione, credenza o supposizione, contrapposta alla conoscenza certa o scientifica (episteme). 

L’autocertificazione, senza verifica, è doxa, opinione e un insieme di opinioni autocertificate rimane sempre e comunque un insieme di opinioni, non diventa una verità, tantomeno una verità verificata.

L’autocertificazione come doxa, associata alla hybris che ne pretende l’accoglimento senza verifica, è sorella della ideologia woke, della cancel culture, del gender fluid ed è imparentata con il trasumanesimo: tutti pezzi di un’ideologia progressista nella quale è compresa l’ideologia green, assurta a nuova religione antropofobica.

La “città dei ricchi”, la zoocity green, castello medievale di ricchi bipedi non necessariamente intelligenti, escludente mentre predica l’inclusione, è un esempio edilizio perverso di un processo generale di alienazione dell’essere umano che punta alla destrutturazione dell’Io.

“La spinta all’individuazione – scrive Marie Louise von Franz – essendo lo stimolo più forte esistente nell’uomo, riesce sempre ad aprirsi la strada in ogni essere umano, ma se non è sorretto dalla consapevolezza si manifesta negativamente”. [iv]

Il processo di individuazione consiste nel diventare sé stessi; è l’incontro con il Sé, la voce centrale dell’inconscio.

Angelo Tonelli, nel suo “Pitagora, il maestro segreto” (Feltrinelli), ci ricorda che il noũs, che equivale al Sé junghiano, “è la dimensione del profondo che ci mette in contatto con la verità, e conduce, “occhio” esso stesso, gli “occhi dell’anima” a “ottenere il nutrimento che le è proprio”, che è la “contemplazione delle realtà che veramente sono”.[v]

Giamblico, nel suo “Vita di Pitagora” ci dice che “senza il noũs nessuno può apprendere o intuire alcunché di sano o di vero, a prescindere di quale intensità di percezione sia dotato”.

Possiamo percepire, ma senza un rapporto con il Sé profondo, con il noũs, siamo lontani dalla verità di noi stessi e del mondo.

Dare priorità alla percezione e alla autocertificazione senza verifica, ossia alla doxa, all’opinione, arresta il principio di individuazione e destruttura l’Io.

L’incontro con l’inconscio, con l’Ombra, se rimane incapace di integrazione, dà luogo al prevalere degli aspetti frammentati della psiche.

L’Ombra è costituita, da aspetti ritenuti dall’io negativi, ma anche da aspetti che non sono realizzati. Pertanto l’Ombra è l’altro nostro lato nostro e la sua integrazione alla personalità cosciente, che non sarà mai comunque totale, determina una profonda trasformazione dell’individuo e un allargamento della sua consapevolezza.

«L’incontro con sé stessi – scrive Jung – è una delle esperienze più sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante. Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito.»  (C.G. Jung, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, 1934/1954).
L’Ombra personale si può presentare proiettivamente in una figura esterna, ossia in un individuo, oppure mediante una immagine interna, come nel sogno.

Situazioni estreme e patologiche riguardano la scissione dell’Ombra dalla totalità psichica. Questa condizione può determinare un’autonomia della stessa, che diventa in questo modo un pericolosissimo burattinaio dell’Io.

Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, Lucignolo manipolano il burattino di legno.

Se la società, l’autorità, sono destrutturate e prevale l’anarchia, il burattinaio dell’Ombra prevale e si offre ai burattinai del progressismo nel teatro dell’inganno.

Solo con il ritiro delle proiezioni e l’integrazione dell’Ombra l’individuo si trasforma, percorrendo la via per la propria autenticità e interezza. L’integrazione dell’Ombra come di tutte le parti della nostra vita psichica è necessaria quindi per individuarsi, processo con il quale l’individuo diventa “indiviso”, integro e portatore del valore unico e insostituibile della propria personalità, sottraendosi agli stereotipi collettivi.

L’ideologia dell’autocertificazione non verificata fa dell’Ombra il burattinaio di un essere umano frammentato, che ritiene, autocertificando le sue percezioni, di essere onnipotente, di poter fare di sé stesso e di quanto lo circonda quello che vuole, perché non esiste regola, non esiste verifica, e così la destrutturazione dell’Io conduce nel Paese di Balocchi, dove il burattino diventa un somaro (solo soma) e non accede alla consapevolezza della coscienza, ad avere quell’Occhio del noũs che conduce agli occhi dell’anima, ossia ad essere un essere umano e non un burattino di legno, un oggetto massificato nelle mani dei burattinai che, dietro le quinte, tirano i fili di un nuovo feudalesimo malthusiano.

 

[i] Robert D. Kaplan, “La mente tragica”, Marsilio

[ii] Robert D. Kaplan, “La mente tragica”, Marsilio

[iii] Robert D. Kaplan, “La mente tragica”, Marsilio

[iv] Marie Louise von Franz, L’individuazione nella fiaba, Bollati Boringhieri

[v] Angelo Tonelli, “Pitagora, il maestro segreto” (Feltrinelli)

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui