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Michel Houellebecq, il “Papa laico” dell’Occidente che muore

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L'Occidente che muore

L’agnostico che registra la crisi contemporanea e si batte contro l’eutanasia

Mi piace Houellebecq. Mi piace perché non consola, non addolcisce e non ricopre di parole rassicuranti ciò che vede.
Guarda l’Occidente e ne riconosce, uno dopo l’altro, i sintomi del suicidio.

Giulio Meotti, su Il Foglio, lo definisce magnificamente “il papa laico”: un agnostico che parla della nostra crisi con maggiore radicalità di tanti uomini di Chiesa; un sacerdote senza altare, capace di nominare ciò che altri preferiscono nascondere dietro sorrisi diplomatici e formule prudenti.

Houellebecq ha raccontato la solitudine, la denatalità, la mercificazione dei rapporti umani, l’illusione della libertà sessuale, l’avanzata dell’Islam politico, la sottomissione delle élite, il transumanesimo, la paura della vecchiaia e, infine, l’eutanasia.

Non offre ricette e non pretende di essere un profeta. Registra i sintomi.
Ma spesso li registra prima che gli altri riescano perfino a vederli.

La sua battaglia contro l’eutanasia è forse la più impressionante.
Una civiltà che considera il morente soltanto un costo e la morte una prestazione amministrativa, ha oltrepassato un confine terribile.

Dopo aver trasformato in mercato il lavoro, il tempo, il corpo, il sesso,
l’infanzia e perfino i sentimenti, vuole portare il criterio dell’utilità anche accanto al letto di chi sta morendo.

Houellebecq non nega la sofferenza.

Denuncia una società che, invece di accompagnare chi soffre, rischia di convincerlo che la sua scomparsa sia la soluzione più semplice, economica e ordinata.

È questo il paradosso: un uomo senza fede sembra aver compreso meglio di tanti credenti che cosa accade quando una civiltà non riconosce più nulla come sacro.

La religione, anche per chi non crede, aveva dato forma al desiderio, misura al tempo, dignità alla vita e alla morte. Abbattuto tutto questo, resta l’individuo solo, apparentemente libero di scegliere ogni cosa, ma incapace di trovare una ragione per vivere.

Houellebecq è anche uno dei pochi grandi scrittori europei dichiaratamente filoisraeliani.

Ha detto che nessuno scrittore occidentale può essere indifferente a Gerusalemme.

In Israele riconosce ancora un popolo che, pur circondato dalla guerra e dalla morte, afferma ostinatamente il valore della vita.

In Occidente vede invece uomini spaventati da tutto, ripiegati sul proprio benessere, impegnati a contare i passi sul telefono mentre smarriscono il senso del cammino.

Per questo mi piace Houellebecq.

Non perché sia piacevole, ottimista o rassicurante.
Ma perché non partecipa alla grande finzione collettiva.

Non chiama progresso qualsiasi dissoluzione, diritto qualsiasi desiderio, compassione qualsiasi rinuncia e libertà qualsiasi forma di autodistruzione.

Il suo messaggio più terribile è anche il più necessario: siamo entrati in un mondo nel quale sarà sempre più facile morire. Lui avrebbe preferito un mondo nel quale fosse ancora possibile vivere.

E anch’io.

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