E non è un caso isolato
Mamdani, il sindaco musulmano di New York, ha cancellato Little Italy dalla mappa ufficiale della città. Non in senso figurato. Letteralmente.
La cartina delle “enclave di immigrati” distribuita per i Mondiali includeva trenta quartieri etnici. C’erano Little Palestine, Little Yemen, Little Egypt, Little Pakistan, Little Haiti. Non c’era Little Italy.
Zohran Kwame Mamdani è nato a Kampala, Uganda. Figlio di un politologo indo-ugandese e di una regista indiana. Naturalizzato americano nel 2018. Iscritto ai Democratic Socialists of America.
Primo sindaco socialista di New York. Primo sindaco musulmano di New York.
Eletto con i voti della sinistra woke, quel cancro ideologico che ha trasformato il partito democratico in un laboratorio di ingegneria etnica alla rovescia.
Nella città che, per mano del fondamentalismo islamico, l’11 settembre 2001 vide tremila persone morire sotto le macerie delle Torri Gemelle. La memoria più corta della storia.
Come è stato possibile? Come ha fatto la città delle Torri Gemelle a consegnare le chiavi del municipio a un sindaco musulmano, socialista e anti-israeliano?
La risposta ha un nome clinico: malattia autoimmune della sinistra occidentale.
È annidata nella galassia woke, che rivendica sessantasette generi sessuali, che marcia per i diritti LGBT, che pretende l’asterisco su ogni sostantivo e il pronome elettivo su ogni documento.
Lo stesso mucchio selvaggio che si genuflette davanti a una cultura in cui gli omosessuali vengono impiccati alle gru in Iran e buttati giù dai tetti a Gaza.
Che lapida le adultere. Che copre le donne dalla testa ai piedi. Che punisce l’apostasia con la morte.
“Queers for Palestine” non è uno slogan. È un certificato di suicidio ideologico.
Ma a New York la sinistra progressista vota compatta per un uomo che sulle prime ha rifiutato di condannare il massacro del 7 ottobre.
Il giorno dopo non è riuscito nemmeno a nominare Hamas, per poi piangere genericamente “i morti in Israele e Palestina”.
Solo dopo, messo brutalmente alle strette, ha parlato di crimine di guerra
Mamdani guida cori “BDS, BDS – Boycott, Divestment, Sanctions. È il canto di guerra del movimento internazionale che punta a isolare e strangolare economicamente Israele, a fianco dei militanti pro-Hamas.
Ma non basta. Appena insediato, ha revocato il riconoscimento della definizione internazionale di antisemitismo.
E che nessuno tiri fuori la foglia di fico dell’Islam moderato. È la bugia più comoda dell’intero repertorio progressista, costruita apposta per non guardare il problema in faccia.
Il Corano non è la Bibbia. Non ha avuto concili, riforme, aggiornamenti, reinterpretazioni magisteriali. Non c’è stato un Vaticano II dell’Islam. Non ci sarà.
Il testo è considerato parola diretta e letterale di Dio, dettata all’ultimo profeta, immutabile per definizione teologica.
I versetti sulla sottomissione della donna, sulla guerra al miscredente, sulla punizione dell’apostata e dell’omosessuale non sono metafore da contestualizzare.
Sono prescrizioni. Oggi identiche a quelle del settimo secolo in cui furono scritte.
Per capirlo basta un paragone elementare: una donna può essere incinta o non essere incinta. Non esiste la gravidanza moderata.
Non si è incinte un pochino. Per un musulmano credente vale lo stesso principio: il Corano è la parola di Dio oppure non lo è. Se lo è, vale tutto. Se non lo è, non sei musulmano. Tertium non datur.
L’islam moderato è un’invenzione dell’Occidente per rendere digeribile ciò che digeribile non è. Un’etichetta di comodo che la sinistra appiccica sulle domande che non vuole porsi e sulle risposte che non vuole sentire.
È la camomilla ideologica che permette di votare Mamdani il venerdì e marciare al Pride il sabato, senza che il corto circuito faccia saltare la coscienza.
Mamdani non è un incidente. È il prodotto finito di questa patologia. Il risultato perfetto di un’ideologia che combatte l’Occidente usando come ariete chi l’Occidente lo vuole in cenere.
Non è una svista. È un programma.
Nel 2020 Mamdani pubblicò la foto di un dito medio alzato contro la statua di Colombo ad Astoria. Didascalia: “Take it down.” Abbattila.
Nel maggio 2026 è diventato il primo sindaco in sessantadue anni a boicottare l’Israel Day Parade, per compiacere il movimento BDS di cui fa parte. Ha revocato l’ordine esecutivo che adottava la definizione internazionale di antisemitismo.
Ha negato il permesso per lo Unity Day agli italoamericani. E adesso cancella Little Italy dalla mappa, mentre ci lascia Little Palestine.
Chi manca, oltre agli italiani? Gli ebrei.
Borough Park, la più grande comunità ortodossa fuori da Israele: cancellata. Williamsburg chassidica: cancellata.
Mancano anche gli irlandesi.
Woodlawn, Breezy Point: cancellati.
Tre comunità fondatrici di New York – italiani, ebrei, irlandesi – rimosse con un colpo di gomma.
Tre comunità che hanno costruito fisicamente questa città, posato le fognature, alzato i grattacieli, scavato la metropolitana.
Nel 1890 il novanta per cento degli operai pubblici di New York era italiano. Ma per il sindaco socialista nato a Kampala non meritano un punto sulla carta.
Lo schema è lampante. Ciò che è europeo, giudaico-cristiano, fondativo: fuori. Ciò che è extraeuropeo, recente e conforme al catechismo woke terzomondista: dentro. Non servono dietrologie. Basta leggere la mappa.
Travolto dalle proteste, Mamdani ha farfugliato che la cartina “era stata creata dalla precedente amministrazione”.
Un portavoce di Eric Adams ha smentito seccamente. Fine della scusa.
Il sindaco ha mentito, si è fatto cogliere in fallo e ha annunciato una “correzione” senza scusarsi. Il minimo sindacale per far calare il volume.
Nessuna ammissione che la selezione – Little Palestine sì, Little Italy no – riflettesse qualcosa di più profondo di un disguido tecnico.
E che nessuno pensi che il virus sia solo americano. In Italia la stessa malattia è già in metastasi.
A Venezia, maggio 2026, il PD ha schierato sette candidati bengalesi musulmani nelle proprie liste per le amministrative.
Campagna elettorale con volantini in bengalese e arabo, promessa di una grande moschea a Mestre come cavallo di battaglia, passeggiata elettorale chiusa dalla segretaria Schlein abbracciata alla pattuglia dei “Bangladem”, così li hanno ribattezzati.
Tutto questo senza che nessuno nel partito pronunciasse una sola parola sul dossier moschea, sulla integrazione, sulla compatibilità tra sharia e Costituzione.
Interpellato, il portavoce della Schlein ha risposto: “Se ci dovessero essere dichiarazioni su questo argomento vi avverto”. Traduzione: zitti.
Non è un caso isolato. Da Torino a Sassuolo, da Reggio Emilia a Bologna, da Genova a Brescia, da Lecco a Legnano fino ad Agrigento: candidati islamici nelle liste della sinistra ormai sono la norma.
A Monfalcone hanno provato direttamente la lista islamica. A Roma il partito musulmano ha già “avvertito” il PD sulle moschee.
Lo Ius soli è il detonatore su cui contano: allargare la cittadinanza per allargare il bacino elettorale. Strategia esplicita, ammessa dai vertici. Fassino parla di “sei milioni di stranieri” e di “realtà con cui fare i conti.”
Gribaudo spiega che “avere musulmani nel PD non è una bandiera identitaria”.
Il Giornale titola quello che nessuno nel PD vuole dire ad alta voce: “Il futuro dell’Italia è islamico”.
È lo stesso meccanismo di New York. Identico. La sinistra importa elettori che le sono culturalmente ostili, li candida, ne soddisfa le richieste identitarie – moschee, spazi per il Ramadan, feste islamiche istituzionalizzate – e, in cambio, ottiene voti.
Non importa che dietro le candidature magari ci possano essere le reti dei Fratelli Musulmani, che con la spiritualità hanno poco a che fare e con la conquista politica hanno a che fare moltissimo. L’unica cosa che importa è un seggio in più.
New York ha già il suo sindaco islamico. La domanda è quale città italiana sarà la prima a subire un simile oltraggio.





