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Italia, il Paese che non valorizza i talenti

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Italia, il Paese che non valorizza i talenti

La Repubblica dei galleggianti

L’Italia non è un Paese senza talento. È un Paese che non lo seleziona.

Nei ruoli chiave, troppo spesso, viene premiato chi non sbaglia perché non decide, chi non inciampa perché non corre.

La competenza diventa un corpo estraneo, la visione un elemento di disturbo. Così avanza una classe dirigente che sopravvive, ma non costruisce.

Un esempio emblematico è Federico Faggin. L’inventore del microprocessore, la base materiale dell’era digitale. Italiano. Genio riconosciuto nel mondo. Non ha potuto sviluppare il suo lavoro nel Paese che lo ha formato.

Altrove il merito è stato considerato un investimento; qui sarebbe stato percepito come un problema organizzativo. Il talento, quando è autentico, chiede spazio e autonomia. Due cose che il sistema italiano concede malvolentieri.

Stesso discorso per Adriano Olivetti. Un imprenditore che teneva insieme produzione, innovazione, cultura e responsabilità sociale. Faceva industria vera, non storytelling.

Dopo di lui, l’esperimento è stato smontato e trasformato in leggenda. Olivetti è celebrato, ma non replicato. Perché replicarlo avrebbe imposto una selezione basata su competenza, responsabilità e visione di lungo periodo.

Questo meccanismo si riflette anche nello sport più popolare. Un Paese che ha vinto quattro Mondiali oggi accetta una gestione che punta più alla sopravvivenza amministrativa che alla costruzione tecnica.

Club orientati alle plusvalenze, progettualità ridotta, identità smarrita. Non è un caso isolato, è una metafora nazionale.

La politica completa il quadro. Sempre meno governo dei processi, sempre più organizzazione di eventi. Conferenze, tavoli, stati generali, inaugurazioni, slogan. La scena è curata, il contenuto spesso evanescente.

Si comunica il cambiamento senza praticarlo. Si annuncia il futuro senza pianificarlo. Governare richiede studio, numeri, competenze settoriali. Organizzare eventi richiede visibilità e tempismo. La seconda opzione è diventata la preferita.

Eppure si parla di un Paese che ha inventato il Rinascimento, che ha prodotto Leonardo da Vinci, Galileo, Mattei, Olivetti, Falcone, Borsellino.

Una nazione che ha dimostrato, nella storia, di saper guidare e innovare. La mediocrità non è un destino naturale. È una scelta sistemica, fatta premiando chi galleggia e marginalizzando chi sa fare.

Finché la competenza continuerà a essere vista come un fastidio e non come una risorsa, l’Italia resterà ferma in una rappresentazione permanente.

Luci accese, palco pieno, ma nessuno alla guida. E la storia, quella vera, non procede per eventi. Procede per decisioni.

Che dite, forse è il caso di svegliarsi?

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