
di Lucio Leante
Nel villaggio globale dello spettacolo mediatico la barbarie è forza, e la civiltà è debolezza?
È più forte mediaticamente e politicamente il barbaro che pretende la distruzione del suo vicino e che a tale fine non riconosce alcuna regola e alcun limite e non conferisce alcun valore alla vita umana, nemmeno a quella dei suoi concittadini? Ed è più debole – mediaticamente e politicamente- invece, l’uomo civilizzato che combatte per il diritto alla sopravvivenza sua e dei suoi concittadini cercando di rispettare quei valori e quei limiti e violandoli solo eccezionalmente, suo malgrado e con senso di colpa?
La guerra di Gaza sembra mostrare che la risposta a queste domande potrebbe essere tragicamente positiva quando il sistema occidentale dei media – che pure condivide i valori dell’uomo civilizzato- tende a colpevolizzare più (e spesso anzi solo) quest’ultimo per la violazione (eccezionale e suo malgrado) dei suoi stessi principi e valori, che il barbaro per la sua spudorata ferocia. A quest’ultimo il sistema dei media sembra riconoscere l’attenuante, ed anzi l’esimente, della sua terribile coerenza. A lui perdona e cancella i crimini commessi quasi per una sua primitività inconsapevole da “buon selvaggio”. E quasi lo ammira per la sfrontata affermazione senza scrupoli della sua ferocia sregolata. L’Occidente che odia se stesso ha sempre trovato un primitivo buon selvaggio da ammirare e con cui essere indulgente.
Ogni guerra è una lotta mortale tra civiltà e barbarie, tra l’umanesimo e la selvaggia sregolatezza che ignora ogni senso della comune umanità. La barbarie in guerra contagia tutti. La linea d’ombra è mobile e sfumato. In guerra anche l’uomo più civile può diventare un barbaro sregolato e violare tutti i limiti e tutte le regole.
La guerra di Gaza è particolare perché asimmetrica. Al barbaro dichiarato e sistematico di Hamas che non riconosce alcuna regola e che viene per questo esaltato dai suoi come un eroe, si contrappone il soldato israeliano che cerca di mantenersi civile e che, però, può eccezionalmente comportarsi da barbaro proprio perché la sregolatezza del barbaro rischia di essere un suo punto di forza e prevalere sulla sua civiltà. Se occasionalmente viola le regole, lo fa per non soccombere alla illimitata ferocia del barbaro. Ma, a differenza del miliziano barbaro di Hamas, lo fa con un tormento di coscienza perché sa di violare si suoi stessi principi e le sue stesse regole. Lo fa rischiando biasimi e punizioni della sua stessa società.
È questa è la vera e complessa posta in gioco etico-politica a Gaza che il sistema mediatico e politico europeo non sembra in grado di capire. E non lo capisce innanzitutto perché i media tendono sempre a semplificare la realtà disegnandola in bianco e nero e individuando una linea netta tra i buoni, i deboli, le vittime, da una parte e dall’altra i cattivi, i forti, i carnefici. E, alla bisogna, possono invertirli nel tempo.
Subito dopo il pogrom dell’8 ottobre del 2023 per qualche tempo i carnefici cattivi furono i tagliagole di Hamas e le vittime buone erano gli israeliani. Ma durò poco perché le vittime – gli israeliani- reagirono energicamente. Una vittima che reagisce non sta al gioco mediatico delle immagini e delle apparenze. Deve restare vittima per sempre (specie se è ebrea). Cominciò allora nello specchio mediatico un’inversione dei ruoli tra vittime e carnefici. Le notizie e le immagini che provenivano da Gaza mostravano che gli israeliani (le ex vittime) non erano affatto deboli e che bombardavano gli edifici di Gaza cercando di colpire i militanti di Hamas e stavano provocando per questo numerose vittime civili. Gradualmente gli ex carnefici divennero vittime e viceversa.
Israele si prestava a diventare il nuovo cattivo carnefice perché più forte militarmente e in quel momento stava “radendo al suolo” Gaza, senza riuscire ad evitare vittime “collaterali”. Inoltre, essendo un paese democratico, appariva come più malleabile del tetragono Hamas perché più sensibile ai richiami del senso comune dell’umanità. Violavano le loro stesse regole, che erano anche le regole dei media. Erano i veri colpevoli e gli spietati carnefici.
Da allora le notizie e le immagini provenienti da una sola fonte Hamas hanno preso a dominare i media e ad orientare le impressioni e le emozioni dell’opinione pubblica contro Israele ed i suoi soldati. Le vittime si moltiplicavano a migliaia. Ancora oggi le radio, le Tv ed i giornali ne fanno una macabra contabilità. Impossibile verificare le notizie, anche perché non vengono mai precisati luoghi e circostanze. Spesso non si citano nemmeno le fonti. “Fonti palestinesi” – si dice. O “ministero della sanità di Gaza”.
Non abbiamo perciò alcuna garanzia che quelle notizie e quelle immagini stiano rappresentando davvero la la realtà della guerra. Certamente non ne rendono la complessità. Le fonti sono unilaterali e sospette e tutte riconducibili a Hamas.
E cionondimeno su quelle fragili basi si è giunti a demonizzare Israele ed i suoi soldati. Li si accusa di crimini di guerra, di pulizia etnica e persino di improbabili intenzioni genocide. Si grida “basta, si è passata la misura della giusta ritorsione”, si chiede un immediato e incondizionato cessate il fuoco, si scagliano anatemi terribili (perfino quello di genocidio) su Israele ed il suo governo. “Occorre fare qualcosa”- dicono. Qualcuno pur di fare qualcosa suggerisce un falso uovo di Colombo: riconoscere uno stato palestinese che non c’è lasciando Hamas in sella al posto di comando; senza nemmeno curarsi di argomentare un perché, senza prevedere il dopo.
Il dopo sembra per molti non contare. L’importante è fermare subito quelle immagini che oggi tanto ci angustiano. Dopo chi vivrà vedrà. Dopo un futile riconoscimento dello stato che non c’è (che sarebbe in realtà un riconoscimento di Hamas) che si fa? Resteremo tutti in vigile attesa della prossima strage sul modello del 7 ottobre del 2023?
Gli occhi e le orecchie di molti europei sono stanchi della sequela quotidiana di orrori. Sono perciò pronti a barattare la sopravvivenza di Israele per una pausa dell’orrore. Molti europei vogliono chiudere gli occhi e sembrano disposti ad abbandonare, nel loro assopimento, Israele e gli israeliani al loro destino.
Fingono di non sapere che nel villaggio globale dello spettacolo mediatico, la propaganda e l’apparenza virtuale possono invertire la realtà distorcendo le percezioni dell’opinione pubblica occidentale e, alla fine, potrebbero persino ribaltare i rapporti di forza militari. Fingono di non saperlo perché altrimenti la narrazione dei media rischierebbe di apparire come una dubbia realtà virtuale come nel film “Truman show”. Chi può escludere che la rappresentazione che i media stanno dando della guerra di Gaza non sia, almeno in parte, un “Truman show”? Meglio non chiederselo! Lo spettacolo deve continuare!
Quella guerra si sta giocando sempre più sugli schermi televisivi e sulle pagine dei giornali ed è diventata negli ultimi mesi una guerra soprattutto mediatica, di notizie e immagini sospette. La narrazione dominante tende a rappresentare una realtà in bianco e nero, e perciò sospetta, di cattivi israeliani che bombardano ospedali, scuole, campi di raccolta o edifici privati, che bloccano gli aiuti umanitari col deliberato proposito di affamare la popolazione locale e che poi sparerebbero senza ragioni su civili innocenti gazawi che si affollano attorno ai punti di distribuzione da essi stessi predisposti. C’è qualcosa – molto – che non torna. Torna invece il sospetto di un ritorno dell’antiebraismo. Molti europei sembrano avere trovato nella complessa vicenda di Gaza un buon pretesto per liberarsi del senso di colpa collettivo per la shoah. Altri un buon pretesto per dare sfogo al loro odiò di sé e lavorare contro l’Occidente.
In Occidente quelle notizie e quelle immagini suscitano comprensibilmente orrore e una colpevolizzazione collettiva degli israeliani. Una colpevolizzazione che non si placa quando si scopre che quell’ospedale o quella scuola venivano utilizzati come basi operative dei miliziani di Hamas, che sono stati questi ultimi a sparare – come ha mostrato un video- sulla folla affamata.
L’orrore non si placa nemmeno quando si scopre che la foto di un ragazzino scheletrico supposto vittima della “politica affamatrice” israeliana e diffusa il 25 luglio da alcuni quotidiani è in realtà quella di un ragazzino ammalato di fibrosi cistica e ricoverato sin da metà di giugno in Italia. Quell’orrore non si ferma nemmeno quando viene accertato che il famoso ospedale in cui il 17 ottobre del 2023 sarebbero stati uccisi 500 gazawi dagli israeliani in realtà era stato colpito da un missile palestinese. Le smentite delle accuse arrivano troppo tardi. Intanto c’è nuova carne al fuoco. C’è qualcosa che non torna, ma il gioco sporco si riproduce.
In questo clima se da Gaza l’Ufficio governativo per i media – che è guidato da Hamas – diffonde la tragica e falsa previsione che 100 mila bambini di Gaza di età non superiore ai due anni rischiano di morire entro pochi giorni a causa del “disastro umanitario senza precedenti provocato da Israele”, nessuno mette in dubbio la notizia, nessuno tenta una verifica. Si dà per scontato o si finge di credere che la previsione sia vera al di là di ogni dubbio. La “notizia” viene declamata con voce commossa dagli annunciatori dei telegiornali e viene subito impaginata sul giornalone unico europeo ed occidentale diretto da Hamas che ne detta la linea. “Orrore! Vergogna su Israele affamatore del popolo! Genocidio!” – affermano in coro giornalisti e conduttori indignati.
E subito partono da diverse capitali aerei per sganciare casse di viveri su Gaza che finiscono in mano di Hamas.
Nel frattempo, centinaia di camion aspettavano al confine di entrare a Gaza. Chi impediva loro di entrare? Israele? No. Sono stati l’Onu e l’Unrwa ad impedirlo per timore delle minacce di Hamas che pretende che quegli aiuti vengano consegnati ai suoi militanti per rafforzare la sua presa sulla popolazione. Ma i media europei non stanno lì a precisare, a sottilizzare. Sono ormai interessati solo a gettare accuse e vergogne su Israele. Gli israeliani smentiscono, ma non basta. Netanyahu ordina un cessate il fuoco di un giorno per calmare le acque e chiarire che i camion possono passare senza pericolo. Ma non basta.
In questo clima 25 paesi occidentali (tra cui l’Italia) hanno chiesto un cessate il fuoco “immediato, incondizionato e permanente”, ma facendo cadere (anche l’Italia per la prima volta) la condizione della fine del dominio di Hamas (cioè, del disarmo e dell’esilio dei suoi militanti). Siamo chiari: ciò equivarrebbe ad una sostanziale vittoria politica di Hamas? In favore di Hamas si sono mobilitati anche una quarantina di ex ambasciatori italiani in pensione. Hanno chiesto un “immediato” riconoscimento di un fantomatico, inesistente “stato palestrinese”. Macron docet. Hamas ringrazia.
In questo clima si moltiplicano in Europa gli episodi di antisemitismo. Ne sono protagonisti persino italiani finora quasi immuni da quella vergogna. Il 5 maggio scorso alcuni turisti israeliani sono stati scacciati da un ristorante di Napoli. Pochi giorni fa tre musicisti israeliani sono stati allontanati da un ristorante italiano di Vienne. Lunedì scorso un francese e suo figlio di sei anni sono stati aggrediti in quanto ebrei (avevano sul capo la kippa) in un autogrill vicino Milano. L’antisemitismo dilaga di nuovo in Europa. Alcuni politici, tra cui Pier Ferdinando Casini, ne attribuiscono la ripresa, a Netanyahu. I mass media e i politici europei sono immuni da responsabilità? Su di chi ricadrà un giorno la vergogna?
Hamas, perdente sul campo militare, potrebbe persino vincere sui media e nelle piazze europee la guerra che militarmente sta perdendo sul campo di battaglia. I media europei, sia per logica interna (vendere subito notizie raccapriccianti senza curarsi della loro veridicità), sia per predisposizione anti-israeliana dei loro operatori, sia per odio inveterato all’Occidente, stanno giocando dalla parte di Hamas.
Sembra contare poco nel sistema mediatico europeo il fatto che Hamas stia facendo un gioco estremamente sporco e senza regole. Conta poco il fatto che non rispetti nemmeno quella, minima e “naturale” regola di ogni esercito, di tutelare la vita dei suoi concittadini. Conta poco il fatto che Hamas si sia detta, anzi, interessata a fare più vittime possibili tra i gazawi, pur di poterle attribuire al nemico israeliano, e vincere la battaglia sui media. È già dimenticato quanto disse rivolgendosi ai gazawi subito dopo la strage del 7 ottobre il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, poi ucciso dagli israeliani: “Abbiamo bisogno del vostro sangue di voi uomini, donne, bambini e anziani palestinesi, per la vittoria della nostra rivoluzione”. È già dimenticata la “promessa” dello stesso Hanieh di fare altre stragi dopo quella del 7 ottobre.
Conta quindi poco il fatto che Hamas si spinga fino ad usare i suoi concittadini e, in particolare, i malati ed i bambini come scudi umani nascondendosi tra l’altro negli ospedali, nelle scuole, nei campi profughi e nelle case private.
È questo oblio europeo, questa narrazione, che rende un punto di forza per Hamas la sua illimitata ed assoluta – e barbara- mancanza di regole, fino allo spregio ed all’uso strumentale della vita dei propri concittadini. Si dimentica che Hamas può persino provocare la morte di propri concittadini senza sentirne l’orrore né il rimorso e senza pagarne alcun prezzo. Il sistema dei media e l’opinione pubblica occidentale sembrano assuefatti, indifesi e persino affascinati da questo eccesso di sregolatezza dei dirigenti di Hamas. Sembrano persino ammirarli per lo “stomaco” di provocare orrori e vittime anche tra i propri concittadini. È come se gli occidentali non possano che rimuovere quella orrenda capacità perché sconvolgente ed impensabile nel nostro sistema di valori. Ne sono sconvolti e probabilmente anche affascinati come lo furono davanti ai terroristi islamici suicidi che si facevano esplodere volontariamente in nome di Allah. E quando alcuni di loro dichiaravano “come voi amate la vita, noi amiamo la morte”.
Diventa così un punto di forza la capacità di sopportare e anzi provocare l’orrore.
“L’orrore… l’orrore”. Questo è il punto.
Nel film “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola, il colonnello Kurtz, regredito nella selvaggia barbarie sregolata, esprime ammirazione per i vietcong che, animati da una cieca fede nella loro causa, avevano avuto la forza e lo stomaco di tagliare il braccio a tutti gli abitanti di un villaggio, loro concittadini, solo perché si erano lasciati vaccinare da soldati americani, e ne erano restati quindi contaminati. “Drop the bomb” era la sua ricetta per vincere la guerra in Vietnam. Il capitano dei servizi segreti militari americani, inviato ad eliminarlo, lo uccide. Lo uccide perché l’Occidente non può regredire nella barbarie senza diventare altro da se stesso. Israele deve vincere la sua guerra contro il barbaro Hamas a Gaza senza imbarbarirsi. La barbarie può sembrare più forte perché non ristretta da limiti e regole. Ma non deve poter vincere con la complicità di intellettuali, politici e giornalisti europei miopi che non si rendono conto della cruciale e fatale posta in gioco a Gaza.





