L’aggressione,, avvenuta all’autogrill di Lainate, è un episodio gravissimo, che non solo racconta la violenza di un momento, ma riflette e simboleggia una tendenza preoccupante: la crescita dell’antisemitismo in Italia.
Il mio Paese che, per storia e Costituzione, si fonda sulla difesa dei diritti umani, delle minoranze, della libertà religiosa e dell’antifascismo.
Vedere che queste basi vengono erose da una cultura dell’odio crescente dovrebbe allarmare ogni cittadino consapevole.
Il caso, un’aggressione mirata, vigliacca, carica di odio, nel corso della quale il bersaglio di questa violenza non è stato un uomo qualsiasi, ma un padre che accompagnava il proprio bambino al bagno in un autogrill.
Il solo “crimine” commesso da Elie è stato indossare un simbolo religioso, la kippah, che ha immediatamente attratto su di lui insulti, minacce e percosse. L’aggressione non è scaturita da una lite, da un diverbio, ma da un riconoscimento visivo e identitario: è stato aggredito in quanto ebreo, davanti al figlio piccolo, in un contesto familiare e quotidiano.
Questa dinamica rende l’episodio particolarmente inquietante.
Non si tratta di un fatto isolato, di follia individuale o di uno sfogo casuale, perché e’ la manifestazione concreta di un clima ostile e crescente, in cui l’ebreo diventa nuovamente il capro espiatorio, come troppe volte nella storia.
L’antisemitismo non è mai davvero scomparso in Europa, ma negli ultimi anni ha assunto nuove forme, spesso mascherandosi dietro slogan politici o solidarietà internazionale. In particolare, l’evoluzione tragica del conflitto israelo-palestinese ha dato nuova linfa a un antisemitismo che si finge “antisionismo”, ma che troppo spesso travalica i confini della critica politica per scadere nell’odio razziale e religioso.
Frasi come “Qui non è Gaza” o “assassini” rivolte a un uomo qualunque, non israeliano, senza legami diretti con il conflitto, dimostrano quanto quella rabbia non sia rivolta contro un governo, ma contro un’intera identità religiosa. L’ebreo viene nuovamente trattato come un nemico ontologico, colpevole solo per appartenenza, ed è questo che trasforma l’antisionismo in antisemitismo, con la generalizzazione, la demonizzazione collettiva e sinanco l’aggressione a chi non ha responsabilità individuale.
Perché in Italia? E perché adesso?
L’Italia ha una storia democratica solida e ha sempre mostrato, almeno sulla carta, una certa tutela delle minoranze religiose, tuttavia, ci sono fattori recenti che stanno favorendo un ritorno di fiamma dell’odio antiebraico, come la banalizzazione della Shoah.
Peraltro, molti giovani conoscono poco o nulla dell’Olocausto. Le testimonianze dirette stanno scomparendo, e la memoria collettiva perde forza.
Senza memoria, si apre la strada alla disumanizzazione.
I social network sono amplificatori potenti dell’odio. Slogan come “Free Palestine” vengono spesso usati non per promuovere la pace o la giustizia, ma come paravento per insulti e minacce antisemite.
Troppo spesso l’identità viene costruita in opposizione all’altro. Le minoranze diventano il nemico interno o esterno a seconda della narrazione politica del momento.
Oggi l’ebreo può essere attaccato come simbolo dell’Occidente, del capitalismo, dell’oppressione: tutti cliché antichi rivisitati.
Alcuni media, pur denunciando formalmente l’antisemitismo, continuano a raccontare la questione mediorientale con toni binari e moralistici, identificando tutto Israele (e, per estensione, tutti gli ebrei) con l’“oppressore”. Questo alimenta una cultura dell’odio e della semplificazione.
I valori di tolleranza, rispetto delle differenze e pluralismo non sono più centrali nei programmi scolastici e nei media.
Manca un’educazione forte alla convivenza e alla storia. Un campanello d’allarme per tutti
Questo episodio dovrebbe scuotere la coscienza nazionale. Se in Italia non si può più indossare un simbolo religioso senza rischiare aggressioni, allora non siamo più la democrazia inclusiva che vogliamo essere. L’antisemitismo non colpisce solo gli ebrei, è un segnale che la società sta regredendo verso logiche tribali, autoritarie e violente.
Serve una reazione forte e corale, da parte delle istituzioni, che devono condannare in modo netto e inequivocabile ogni forma di antisemitismo, senza “ma” e senza “se”.
Dai media, che devono evitare semplificazioni e narrazioni tossiche.
Dalla scuola, che deve tornare a insegnare la storia della Shoah, il valore della Costituzione e l’importanza della convivenza.
Dalla società civile, che deve vigilare e intervenire ogni volta che l’odio si manifesta.
L’Italia, il mio paese, è ancora un Paese con radici democratiche forti, ma non immuni.
L’aggressione di Lainate ci mostra che quelle radici vanno irrigate, ogni giorno, con responsabilità, coraggio e verità.
Lasciar passare un simile episodio nel silenzio significherebbe essere complici, e io non voglio esserlo, come pure il nostro Giornale non vuole esserlo.
La memoria, la storia e il futuro ci chiedono di reagire.
Ora, e io ci sono. Il Nuovo Giornale Nazionale c’è




