Home Cultura Lo stato dell’arte – L’arte non è solo cultura

Lo stato dell’arte – L’arte non è solo cultura

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Louvre Abu Dhabi, interno sala barocco e rococò (F.Bini Creative CommonsAttribution-Share Alike 4.0) - ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page
Louvre Abu Dhabi, interno sala barocco e rococò (F.Bini Creative CommonsAttribution-Share Alike 4.0) - ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page

Dal mecenatismo delle corti al soft power contemporaneo: come la cultura è diventata uno degli strumenti più efficaci dell’influenza internazionale

L’arte è sempre stata vicina al potere, ma il modo in cui la cultura esercita oggi la propria influenza è profondamente cambiato.

Dalla Guerra fredda ai grandi musei del Golfo, passando per Cina, Russia e i conflitti contemporanei, il soft power culturale è diventato una componente stabile delle relazioni internazionali.

Un percorso storico per comprendere come la cultura contribuisca sempre più alla costruzione del prestigio e dell’influenza degli Stati

Per molti secoli il rapporto tra arte e potere è apparso quasi naturale. I Medici a Firenze, il papato nella Roma rinascimentale e le grandi corti europee commissionarono palazzi, chiese, cicli di affreschi e collezioni non soltanto per amore del bello, ma anche per affermare prestigio, legittimazione e autorità.

L’arte contribuiva a rendere visibile il potere e a consolidarne l’immagine Questa relazione accompagna da secoli la storia delle grandi civiltà. Ciò che cambia, nel tempo, non è l’interesse della politica per la cultura, ma il modo in cui essa la utilizza.

Nel corso del Novecento, e soprattutto negli ultimi decenni, gli Stati hanno progressivamente ampliato gli strumenti della propria azione culturale.

Accanto alle grandi committenze sono entrati in scena musei, fondazioni, università, biennali, programmi di scambio, restauri, turismo culturale e diplomazia internazionale.

La cultura è diventata parte di una strategia molto più articolata, capace di operare in modo continuo e su scala globale.

Per comprendere questa trasformazione occorre tornare agli anni della Guerra fredda. Tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Sessanta il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica non si svolse soltanto sul piano militare, economico o tecnologico.

Anche la cultura divenne un terreno di competizione. Era una sfida meno visibile, ma non per questo meno importante.

Negli anni Cinquanta gli Stati Uniti sostennero, attraverso il Congress for Cultural Freedom e una rete di fondazioni successivamente ricostruita dagli storici, la diffusione internazionale dell’espressionismo astratto americano.

Non si trattava di creare artificialmente artisti come Jackson Pollock, Mark Rothko o Willem de Kooning, il cui valore era già riconosciuto, ma di presentare quella stagione artistica come l’espressione della libertà creativa dell’Occidente, in contrapposizione al realismo socialista promosso dall’Unione Sovietica.

Quando, negli anni Sessanta, emersero i collegamenti tra alcune di queste iniziative e la CIA, il dibattito fu acceso. Al di là delle polemiche, quella vicenda rese evidente come la cultura fosse ormai entrata tra gli strumenti attraverso cui gli Stati cercavano di accrescere prestigio, credibilità e capacità di influenza nelle relazioni internazionali.

Con la fine del bipolarismo questa dinamica non si esaurisce. Cambiano i protagonisti, gli obiettivi e gli strumenti, mentre il concetto di soft power, formulato negli anni Novanta dal politologo Joseph Nye, offre una chiave di lettura efficace per descrivere una realtà destinata ad assumere un peso crescente nelle relazioni internazionali.

Negli ultimi vent’anni questa evoluzione ha conosciuto un’ulteriore accelerazione. La competizione internazionale non si misura più soltanto sulla capacità di attrarre investimenti, sviluppare nuove tecnologie o rafforzare il proprio peso politico.

Sempre più spesso passa anche attraverso la credibilità culturale di un Paese. Un museo, una biennale, un’università, un grande programma di restauri o una politica di prestiti internazionali possono contribuire a costruire un’immagine che nessuna campagna di comunicazione riuscirebbe a ottenere con la stessa efficacia.

L’apertura del Louvre Abu Dhabi, nel 2017, rappresenta uno degli esempi più significativi di questa trasformazione.

Il museo nasce dalla collaborazione tra Francia ed Emirati Arabi Uniti e attribuisce alla cultura un ruolo centrale nella costruzione dell’identità e della proiezione internazionale del Paese.

Nello stesso distretto culturale di Saadiyat Island sorgerà anche il Guggenheim Abu Dhabi, confermando la volontà di inserirsi stabilmente nei principali circuiti culturali mondiali.

Una strategia diversa è quella perseguita dalla Cina. Negli ultimi anni Pechino ha investito nella realizzazione di nuovi musei, nel rafforzamento delle proprie istituzioni culturali, nella diffusione degli Istituti Confucio e nell’organizzazione di grandi esposizioni internazionali.

Accanto alla crescita economica e tecnologica, la leadership cinese considera la cultura uno strumento capace di accrescere prestigio e autorevolezza, favorendo relazioni che spesso precedono o accompagnano quelle politiche ed economiche.

Modello Architettonico Abu Dhabi Guggenheim Museum (A. G Rovi Creative Commons Attribution-Share 3.0) - ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page
Modello Architettonico Abu Dhabi Guggenheim Museum (A. G Rovi Creative Commons Attribution-Share 3.0) – ph https://commons.wikimedia.org/wiki/Main_Page

Anche la Russia ha attribuito crescente importanza alla dimensione culturale della propria presenza internazionale. Le grandi mostre dedicate all’arte russa, il sostegno ai principali musei nazionali e la valorizzazione del patrimonio storico hanno rappresentato, per molti anni, elementi di una strategia volta a consolidare il prestigio del Paese.

L’invasione dell’Ucraina ha però modificato profondamente questo scenario. La sospensione di collaborazioni, prestiti e programmi espositivi da parte di numerose istituzioni occidentali ha mostrato quanto il patrimonio culturale possa risentire direttamente delle tensioni geopolitiche.

Lo stesso conflitto ha riportato in primo piano anche la tutela di musei, archivi, biblioteche e monumenti storici. Proteggere il patrimonio culturale significa salvaguardare la memoria e l’identità di una comunità, elementi oggi considerati parte della stabilità politica e della futura ricostruzione.

Anche la guerra a Gaza ha riproposto questo intreccio tra cultura e diplomazia. Accanto alla tragedia umanitaria e militare, il dibattito internazionale ha coinvolto la tutela dei siti storici, dei musei e delle testimonianze archeologiche, confermando come il patrimonio culturale sia ormai parte delle relazioni internazionali.

La differenza rispetto al passato non risiede tanto negli obiettivi, rimasti in larga misura gli stessi – prestigio, autorevolezza e capacità di influenza – quanto negli strumenti.

Se un tempo il potere affidava soprattutto a monumenti e grandi committenze il compito di rappresentarlo, oggi costruisce la propria presenza internazionale attraverso una rete permanente di musei, università, fondazioni, istituzioni culturali, programmi di ricerca e collaborazioni internazionali.

La cultura continua a essere un patrimonio da conoscere e tutelare. Ma è anche uno degli spazi nei quali gli Stati costruiscono relazioni, esercitano influenza e rafforzano la propria credibilità internazionale.

Comprendere questa evoluzione significa leggere con maggiore consapevolezza molti dei processi che caratterizzano il mondo contemporaneo.

Note

Congress for Cultural Freedom

Fondato nel 1950 a Berlino Ovest, promosse conferenze, riviste e iniziative culturali internazionali. Negli anni Sessanta emerse il sostegno occulto della CIA attraverso fondazioni, episodio che contribuì a rendere visibile il ruolo della cultura nella competizione della Guerra fredda.

Il concetto di soft power

L’espressione soft power fu introdotta dal politologo statunitense Joseph S. Nye Jr. all’inizio degli anni Novanta per indicare la capacità di uno Stato di influenzare altri Paesi attraverso attrazione, cultura, valori e credibilità, piuttosto che mediante coercizione militare o pressione economica.

Louvre Abu Dhabi

Il museo, frutto di un accordo tra Francia ed Emirati Arabi Uniti, è stato inaugurato nel 2017 su progetto di Jean Nouvel. Rappresenta uno dei più importanti esempi contemporanei di cooperazione culturale internazionale.

Tutela del patrimonio nei conflitti

La Convenzione dell’Aia del 1954 e le convenzioni UNESCO successive riconoscono la protezione del patrimonio culturale come responsabilità della comunità internazionale anche durante i conflitti armati.

Cultura e diplomazia

Negli ultimi decenni musei, università, fondazioni, programmi di scambio e grandi esposizioni sono diventati strumenti permanenti della diplomazia culturale, affiancando le tradizionali relazioni politiche ed economiche.

Per saperne di più

Joseph S. Nye Jr., Soft Power. Un nuovo futuro per l’America, Einaudi.

Alessandro Aresu, Le potenze del capitalismo politico, La nave di Teseo.

Andrea Carandini, La forza del contesto, Laterza.

Joseph S. Nye Jr., Soft Power: The Means to Success in World Politics, PublicAffairs.

Giles Scott-Smith & Charlotte A. Lerg (eds.), Campaigning Culture and the

Global Cold War, Palgrave Macmillan.

Diario consiglia

Per comprendere il soft power culturale vale la pena osservare non solo le opere d’arte, ma anche i luoghi che le ospitano, le istituzioni che le promuovono e le relazioni internazionali che contribuiscono a costruire.

Autore

  • Sergio Ansuini

    Sergio Ansuini, già CEO di Ansuini Gioiellieri 1860, è stato fondatore e docente dei corsi di stilismo del gioiello all'Accademia di Costume e dello IED. Dopo incarichi apicali nelle associazioni orafe italiane, ha curato lo studio del Tesoro del Museo di San Pietro e il restauro delle suppellettili sacre del Sommo Pontefice.

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