
di Gianvito Caldararo
In Italia mancano i medici, mancano gli infermieri, mancano le case alloggio per gli studenti, mancano gli ingegneri, mancano i chimici e scarseggiano finanche i medicinali.
Sono le conseguenze di un Paese dove non si è mai affermata una concreta Programmazione economica. E quando il dibattito è stato intenso e sono stati prodotti diversi documenti di programmazione, scarsa è stata la loro fortuna nell’attuazione.
E’ stata così con lo “Schema decennale di sviluppo del reddito e della occupazione”, presentato dal ministro Ezio Vanoni nel 1955.
Un documento che apparve alla vigilia del famoso periodo che va sotto il nome di “miracolo economico” e che ebbe il merito di rivitalizzare il dibattito sulla programmazione.
Fece seguito il 1962 la iniziativa del ministro La Malfa, che al Rapporto annuale sulla situazione economica del Paese, associò la “Nota aggiuntiva sui problemi e le prospettive per lo sviluppo economico e della programmazione”. Un documento che mirava ad indicare le azioni per superare il dualismo tra il Nord e il Sud d’Italia.
Per il superamento dei predetti dualismi, La Malfa proponeva la istituzione di un sistema nazionale di programmazione economica al fine di risolvere questi squilibri e indicare la via di un più razionale impiego del reddito pubblico.
Furono gli anni nel quale apparve il famoso “Rapporto Saraceno”, documento concentrato sulla crescita economica, ma anche sugli aspetti della scuola, della cultura, della sicurezza sociale, della sanità, dei servizi pubblici e delle attività ricreative, che vennero analizzati per un “ordinato progresso della società nazionale”.
Al Rapporto Saraceno, fece seguito una “contro relazione” intitolata”Idee per la Programmazione” di Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini, nel tentativo di suggerire alcune misure pratiche che potessero promuovere l’avvio della programmazione economica. Si avvia così un vivace confronto tra il ministro socialista Antonio Giolitti, che sosteneva una programmazione che per semplicità potremmo definire “impositiva”: piani quinquennali cioè rigidi, che imponevano anche agli investitori private le scelte decise dal governo, e i democristiani, invece, che erano per una programmazione “propositiva”, che orientasse senza forzature le scelte dei privati verso gli obiettivi politici stabiliti.
Un confronto che divenne uno scontro, fino alla rottura di governo tra i democristiani e i socialisti. Allora la Programmazione, pur con alterne vicende e fortune, era al centro del dibattito politico e di governo, oggi, invece, è totalmente assente e non se ne parla più.
E se una volta i problemi del Mezzogiorno erano al centro di una politica di investimenti e di una politica industriale, oggi siamo in presenza di regalie come il “reddito di cittadinanza”. E di fronte alle emergenze della mancanza di medici si cerca di rimediare con i medici cubani, oppure inviando in ospedale i medici ancora specializzandi. E per quando riguarda la mancanza dei medici di famiglia, il governo affronta tale emergenza elevando l’età di pensionamento da 70 a 72 anni.
E se una volta la Programmazione era definita dai suoi detrattori il “Libro dei sogni”, oggi siamo in presenza del “Libro nero” delle emergenze, frutto della politica fatta del “giorno per giorno” e senza un minimo di programmazione.





