
Libertà, democrazia e verità si difendono con la libertà, con la democrazia e con la trasparenza.
Non è tautologia; è realtà.
Se non si è liberi e non si vive in un mondo libero non si può difendere la libertà Se non si è democratici e non si vive in un mondo retto dalle regole della democrazia non si può difendere la democrazia. Se si concepisce la verità come orthotes, come esatta corrispondenza, e non si pratica la trasparenza, condizione dell’esatta corrispondenza, non si difende la verità.
Cinque anni di presidenza della Commissione europea della baronessa von der Leyen non hanno difeso la libertà e la democrazia, che sono state progressivamente conculcate dal pensiero unico politicamente corretto, a base di manipolazione e di verticalizzazione della comunicazione (a base concessioni pubblicitarie) e non hanno difeso la verità, perché è mancata la trasparenza.
Ora, con il programma della von der Leyen, Bruxelles si appresta a diventare la capitale della RDT, la Germania Comunista dove funzionava la Stasi.
Non contenta del Digital service act, Ursula Von der Leyen, nel suo discorso programmatico ha detto che doterà l’Europa di uno Scudo della democrazia europea (Eropean democraticy shield), con il compito di supportare il giornalismo indipendente, minacciando la sospensione dei fondi a chi non rispetterà la legge.
Siamo approdati direttamente nella RDT o nell’Unione Sovietica di Stalin.
Una veccia barzelletta racconta di un cane che è andato in Unione Sovietica. Dopo qualche mese il cane torna e i suoi simili gli chiedono come è andata. Lui risponde decantando il trattamento avuto. Cibo a volontà, pulizia ottima, cucce fantastiche, bagnetti ogni settimana, passeggiate ecologiche in boschi bellissimi. I suoi simili, incuriositi, gli chiedono: “Perché sei tornato?”. “Perché avevo voglia di abbaiare”.
Ursula Von der Leyen afferma cose illogiche e tra di loro contraddittorie con una tranquillità serafica.
Anzitutto, se il giornalismo è indipendente non deve essere supportato, perché i contributi di un’istituzione sono le crocchette per i cani fedeli, con la condizione che se abbaiano liberamente, ossia in modo indipendente, le crocchette saranno tolte.
La sospensione dei fondi a chi non rispetta la legge è la sospensione delle crocchette.
In altri termini, se scrivi o dici quello che vuole il potere sei un giornalista indipendente e sarai sostenuto, se osi dire o scrivere di argomenti che non piacciono al potere ti saranno tolti gli alimenti.
Cosa distingua la logica della baronessa Von der Leyen da quella di Stalin o di Erich Ernst Paul Honecker è impossibile da capire.
Tanto vale tifare per Putin o per Xi Jinping. Se vai in Cina o in Russia, quanto meno, sai già che non puoi abbaiare. Meglio il silenzio, piuttosto che emettere dei mugolii, nella continua tensione dovuta al dubbio di aver disturbato il padrone. Mugolio in linea, crocchette. Mugolio non in linea, niente crocchette. Vai in Russia e in Cina e stai zitto. Non ti illudi. Sei in una dittatura.
La baronessa non vuole capire che la democrazia si difende con la democrazia, la libertà con la libertà e la verità con la trasparenza.
Non servono gli scudi, servono onore, trasparenza, lealtà e onestà.
Cosa può insegnarci in quanto a notizie false chi è stato condannato da una Corte europea per mancanza di trasparenza sui contratti vaccinali?
Cosa ha da insegnare in tema di libertà di espressione e di trasparenza chi è stata chiamata nel 2020 a testimoniare sulla stratosferica cifra di 155 milioni di euro in «consulenze esterne» spese dalle forze armate (costrette ad esercitarsi con i manici di scopa pitturati di nero) quando era ministro del governo di Angela Merkel?
La presidente Von der Leyen ha provato a giustificarsi così: «Certo abbiamo commesso degli errori e ci sono state anche violazioni nell’aggiudicazione dei contratti», ma ha sostenuto che fu informata degli «anomali» contratti milionari «solo l’estate di due anni fa, dalla relazione della Corte dei conti».
Tesi difforme dalle 40 testimonianze e dai 4mila documenti agli atti del Bundestag. A cominciare dai dettagli anticipati dallo Spiegel dai quali risulta che «Katrin Suder ha introdotto i suoi ex colleghi di “McKinsey” al ministero della Difesa e poi l’azienda ha ricevuto ordini per milioni dall’amministrazione militare». Secondo il settimanale tedesco, Von der Leyen non solo era informata già da gennaio 2018, ma aveva pure discusso la questione in una riunione top-confidential del Comitato di difesa.
Del resto, risulta praticamente impossibile nascondere, per esempio, come il consulente Timo Noetzel, che come Soder aveva lavorato a “McKinsey”, «ha fatto lievitare i contratti tra l’azienda e le forze armate da 459 mila a 20 milioni di euro».
Il 7 luglio 2019, Agi (Agenzia Italia), dopo aver descritto i fallimenti della baronessa come ministro della Difesa Tedesco, scriveva: “Le macchie nel mandato di Von Der Leyen vanno però ben oltre il discutibile stato delle forze armate. Tra gli scandali che hanno segnato i suoi anni alla Difesa il più grave è quello che riguarda i ricchissimi contratti assegnati a società di consulenza esterne in maniera diretta, ovvero senza gara. La questione, sollevata dalla Corte dei Conti, ha portato all’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta. L’accusa è di appalti illeciti e, essendo l’indagine ancora in corso, Von Der Leyen verrà molto probabilmente chiamata a risponderne di fronte al Bundestag nei prossimi mesi. Si tratta di una vicenda molto complessa che ha al suo centro Katrin Suder, un ex manager di McKinsey assunta nel 2014 come segretario agli armamenti. Il suo ruolo, sulla carta, era quello di velocizzare le procedure di approvvigionamento. Un ruolo che Suder avrebbe interpretato con molta disinvoltura. Durante il suo mandato, le spese in consulenze esplosero. Molti contratti furono aggiudicati alla McKinsey stessa. Altri alla rivale Accenture, che dal 2014 al 2018 vide le commesse dalla Bundeswehr crescere di oltre 40 volte, passando da meno di mezzo milione a ben 20 milioni. Contratti che risulterebbero illeciti non solo perché assegnati in maniera irregolare ma perché non necessari”.
Nessuna verità può essere difesa se non c’è trasparenza. Non servono scudi, ma case di vetro.
C’è da chiedersi chi rappresenti Ursula Von der Leyen: gli Stati europei o il mostro burocratico di 30 mila funzionari e i suoi interessi?
Sicuramente, come ha ben spiegato Paolo Raffone nell’articolo di oggi sul giornale, difende gli interessi della Germania e del Partito popolare europeo.
Tuttavia va considerato che la baronessa è un distillato della burocrazia europea; ne ha bevuto il latte e respirato l’aria sin dall’infanzia.
Ursula Albrecht è nata nel 1958 a Ixelles, nella regione di Bruxelles-Capitale in Belgio, dove ha trascorso gran parte della sua infanzia fino all’età di 13 anni e dove il padre Ernst Albrecht, ex ministro-presidente della Bassa Sassonia, ha lavorato come uno dei primi funzionari pubblici europei presso la Commissione.
Dalla culla alla Commissione, sempre nella famiglia dei burocrati.
La von der Leyen, pertanto, rappresenta anche qual blocco di interessi incarnato dai 30 mila funzionari dell’Unione Europea. Blocco che è sensibile ai venti che spirano nel mondo e che ha accolto quelli della finanza green, woke, lgbtqa+, del pensiero unico politicamente corretto, del Blach liver matter e della cancel culture.
Quel blocco, che ha avuto come esponenti politici anzitutto i socialisti, con la connivenza dei liberali e dei democristiani del Ppe, ora deve fare i conti con i venti dell’Ovest che portano messaggi diversi da quelli giunti nei cinque anni precedenti (direi nei trent’anni precedenti).
In America Joe Biden è a fine percorso e con lui sono in confusione i Dem e, soprattutto, è a fine percorso il blocco di potere del Clan Clinton-Obama.
Forse ai burocrati di Bruxelles converrà leggersi bene quanto afferma J.D.Vance.
La CNN ha fatto sapere che Donald Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky hanno programmato una telefonata per ieri. Si tratterebbe della loro prima conversazione da quando l’ex presidente ha lasciato la Casa Bianca.
Zelensky, che è ben informato, ha già mollato Joe Biden e apre canali di comunicazione con Trump.
L’aria che tira l’ha capita anche Bill Gates, il quale ha compreso che rispettare le pretese del popolo woke è solo uno spreco di soldi e di buonsenso.
Microsoft, la multinazionale statunitense d’informatica, ha licenziato il team dedicato all’agenda Dei, ossia diversità, uguaglianza e inclusione, dopo aver investito milioni di dollari nelle varie iniziative.
Secondo quanto reso noto da Business Insider, il colosso della Big Tech ha cacciato il team all’inizio di luglio con la scusa delle “mutevoli esigenze aziendali”.
Non è noto il numero di dipendenti licenziati, ma si tratta dell’ennesimo segnale del fatto che le aziende stanno facendo dei passi indietro sulle iniziative woke messe in atto dopo la morte di George Floyd nel 2020 e le successive campagne di protesta Black Lives Matter.
Secondo la CNBC, Google e Meta hanno ridotto la portata dei programmi Dei e tagliato il personale.
Pochi giorni fa il gigante dei trattori John Deere ha annunciato che abbandonerà le politiche Dei a favore di un posto di lavoro basato sulla qualità.
Stesso discorso per un’altra catena del settore, Tractor Supply.
I team Dei sono stati ridimensionati anche in Zoom, Snap, Tesla, DoorDash, Lyft, Home Depot e Wayfair.
Nel complesso, le offerte di lavoro legate all’agenda Dei sono diminuite del 44 per cento entro la metà del 2023 rispetto allo stesso periodo del 2022.
Come scrive il Riformista, il 27 febbraio scorso, c’è “una coalizione di investitori, nata nel 2017, con l’obiettivo di dialogare con le aziende che emettono le quantità più imponenti di gas serra, per convincerle, finanziandole, a decarbonizzare le produzioni. L’alleanza si chiama Climate Action 100+. La lista comprende compagnie petrolifere, insegne della grande distribuzione, imprese siderurgiche, compagnie aeree, aziende chimiche. Una vera e propria lobby green, in grado di influenzare istituzioni e imprese, come una volta si accusava di fare a quelle del carbone o del petrolio”.
Il fatto nuovo è che, come scrive sempre Il Riformista, “nell’arco di pochi giorni, le sue ambizioni sono state pesantemente ridimensionate da due addii eccellenti: quelli di JPMorgan Asset Management and State Street Global Advisors. Ha fatto un passo indietro anche BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo. Bank of America si è rimangiata l’impegno di non finanziare più nuove miniere di carbone, centrali elettriche a carbone e progetti di trivellazione nell’Artico. E i politici repubblicani, percependo lo slancio, hanno invitato altre aziende a seguire il loro esempio”.
“Un generale dietrofront – fa notare Il Riformista – che non può essere semplicemente frutto del caso. Nel complesso, le decisioni dei tre asset manager hanno comportato deflussi per quasi 14 trilioni di dollari di asset dall’iniziativa impegnata nella lotta al cambiamento climatico. Negli ultimi anni, abbracciare i principi E.S.G. e parlare di questioni climatiche era diventata una prassi per le aziende americane. Banche e gestori patrimoniali hanno formato alleanze per eliminare gradualmente i combustibili fossili. Trilioni di dollari sono stati stanziati per investimenti sostenibili. Una vera e propria moda, che dagli Usa strega tutto il resto del mondo occidentale. E così come è stato anche per altri fenomeni come la cancel culture e il metoo, manie progressiste sono diventate un movimento che si è diffuso ovunque per trasformarsi in pensiero unico. Coinvolgendo anche la finanza e l’impresa”.
E’ cambiato il vento e nei palazzi di Bruxelles i burocrati avvertiranno i nuovi orientamenti e si adegueranno?
Certamente prima dovranno smaltire l’enorme mole di interessi messi in campo, ma la nave ha virato e virerà ancora di più se Trump vincerà in America.
Per la von der Leyen, felice sulla tolda di comando della nave europea, la bussola sta impazzendo e non è detto che le consenta ancora per molto di mantenere la rotta.
Il verde, nonostante i suoi scudi contro le notizie false, non è più di moda.





