Beirut propone Bint Jbeil come zona pilota – I primi cinque round si sono svolti negli Stati Uniti, mentre il sesto si è tenuto il 14 e 15 luglio a Roma
A cura di Agenzia Nova
Alla vigilia del nuovo ciclo di negoziati diretti tra Libano e Israele, in programma da oggi a giovedì 6 agosto a Roma, sotto mediazione statunitense, il dossier entra nella fase più delicata: l’estensione delle “zone pilota” nel sud del Libano e il nodo del disarmo di Hezbollah (in arabo “Il Partito di Dio”), movimento politico-militare sciita libanese.
Il precedente incontro romano si era svolto nella sede dell’ambasciata degli Stati Uniti, quindi tecnicamente in territorio statunitense, a conferma del ruolo centrale di Washington nella regia del processo.
Al centro dei colloqui vi sarà l’ampliamento delle cosiddette “zone pilota” nel sud del Libano: aree limitate nelle quali le forze israeliane dovrebbero ritirarsi, l’esercito libanese dovrebbe assumere il controllo esclusivo del territorio e le strutture militari di Hezbollah dovrebbero essere smantellate.
Secondo quanto riferito ad “Agenzia Nova” da fonti vicine ai negoziati, Beirut proporrà di includere nella seconda fase del progetto la città frontaliera di Bint Jbeil, una delle località più importanti del sud del Paese.
I primi cinque round si sono svolti negli Stati Uniti, mentre il sesto si è tenuto il 14 e 15 luglio a Roma. Quello al via domani sarà dunque il settimo incontro complessivo e il secondo nella capitale italiana.
L’Italia mette a disposizione la sede e sostiene politicamente il processo, ma la mediazione e il coordinamento restano nelle mani di Washington.
Libano e Israele non hanno relazioni diplomatiche e sono formalmente ancora in stato di guerra: i colloqui rappresentano pertanto uno dei più alti livelli di contatto diretto tra i due Paesi da decenni.
La delegazione libanese sarà guidata dall’ex ambasciatore negli Stati Uniti Simon Karam e comprenderà l’ambasciatrice libanese a Washington, Nada Hamadeh Moawad, oltre a rappresentanti ed esperti militari, secondo le fonti sentite da “Nova”.
I gruppi tecnici dovranno discutere l’applicazione dell’accordo quadro firmato il 26 giugno a Washington da Libano e Israele, con la mediazione statunitense.
Il Dipartimento di Stato USA ha indicato tra gli obiettivi anche la soluzione delle questioni ancora aperte lungo il confine e la costruzione, nel tempo, di un accordo complessivo di pace e sicurezza.
Le “zone pilota” non sono aree di sicurezza per i civili né corridoi umanitari. Sono territori scelti per sperimentare un meccanismo destinato, almeno nelle intenzioni, a essere applicato progressivamente nel resto del Libano meridionale.
La sequenza prevede il ritiro delle forze israeliane, il dispiegamento dell’esercito libanese e la rimozione di armi, combattenti e infrastrutture appartenenti a organizzazioni diverse dalle forze statali, con un riferimento diretto soprattutto a Hezbollah.
Il nodo principale riguarda l’ordine e la verifica di questi passaggi: Israele pretende garanzie sul disarmo del movimento sciita libanese prima di completare il ritiro, mentre il Libano chiede che l’evacuazione delle aree occupate preceda o accompagni il dispiegamento delle proprie forze.
Il precedente round di Roma ha definito le prime linee guida e consentito di avviare una sperimentazione nelle aree di Zawtar al Gharbiya, Froun e Ghandourieh. Beirut vuole ora spostare il processo verso località effettivamente occupate dalle forze israeliane e molto più vicine al confine.
Bint Jbeil si trova nel governatorato di Nabatieh, circa 120 chilometri a sud di Beirut e ad appena tre chilometri dalla frontiera con Israele.
La città, capoluogo dell’omonimo distretto, è stata per decenni una delle principali roccaforti politiche e militari di Hezbollah ed è stata pesantemente distrutta durante l’ultima guerra.
Proprio per il valore strategico e simbolico di Bint Jbeil, le fonti ritengono molto difficile che Israele accetti di ritirarsi dalla città prima di avere ottenuto garanzie verificabili sul disarmo del Partito di Dio.
In caso di rifiuto israeliano, la delegazione libanese proporrà come alternativa Khiam, nel distretto di Marjayoun, sempre nel governatorato di Nabatieh.
Khiam sorge su un’altura a circa cinque chilometri dalla frontiera e domina la pianura di Marjayoun e alcune delle principali vie di accesso al Libano sud-orientale. Anche questa località è considerata militarmente sensibile ed è stata teatro di combattimenti e vaste demolizioni.
Un altro punto di scontro sarà il controllo sull’attuazione dell’accordo. Secondo le fonti, il Libano non accetterà che sia Israele a certificare unilateralmente se l’esercito libanese abbia completato il disarmo e la messa in sicurezza delle zone evacuate.
Beirut chiederà che la verifica sia affidata a una parte terza, con un ruolo centrale degli Stati Uniti o di un meccanismo internazionale concordato.
Per il Libano, consentire a Israele di effettuare direttamente le verifiche equivarrebbe infatti a riconoscergli un potere permanente di intervento sul proprio territorio.
Il conflitto è iniziato il 2 marzo, quando Hezbollah ha attaccato Israele nel quadro dell’escalation regionale seguita all’offensiva statunitense e israeliana contro l’Iran.
Israele ha risposto con una vasta campagna aerea e terrestre che, secondo le autorità libanesi, ha provocato oltre 4.300 morti e distrutto o danneggiato intere località del sud.
Le forze israeliane controllano ancora una fascia di territorio che in alcuni punti si estende fino a circa dieci chilometri all’interno del Libano.
Israele la definisce una zona cuscinetto necessaria a proteggere le proprie comunità settentrionali; Beirut la considera territorio libanese occupato e ne chiede il completo sgombero.
Hezbollah non ha partecipato alla firma dell’accordo quadro e respinge la richiesta di consegnare le armi.
Questa opposizione resta il maggiore ostacolo politico e operativo al progetto: l’esercito libanese dovrebbe infatti rimuovere le infrastrutture militari di un’organizzazione armata che conserva un forte radicamento politico e sociale nel Paese.
Il round di Roma dovrà quindi stabilire se il modello delle zone pilota possa essere esteso dalle prime aree sperimentali a città di confine molto più sensibili, oppure se il processo finirà per bloccarsi proprio sulla questione centrale del disarmo di Hezbollah e del ritiro israeliano.





