I disastri della sinistra
Lo Stato pagava, i criminali incassavano. Grazie, Giuseppi. Sul dilapidare i soldi dei cittadini Conte non delude mai.
Più passa il tempo e più cose si vengono a scoprire sul Reddito di Cittadinanza. A svelare l’ultima incredibile follia è stata un’inchiesta de La Verità.
Secondo i dati ottenuti dal quotidiano, quasi 6.000 beneficiari con condanne penali o stato detentivo non dichiarato hanno incassato 46 milioni di euro di sussidio.
Oltre l’ottanta per cento concentrato tra Campania, Sicilia, Puglia e Calabria.
Non furbetti. Non falsi disoccupati. Criminali veri: terroristi, assassini, boss mafiosi, narcotrafficanti. I nomi restituiscono una galleria che nessuna fiction potrebbe inventare.
Mancano all’appello solo Alì Babà e i quaranta ladroni.
Raimondo Etro, brigatista rosso, condannato a vent’anni e sei mesi per concorso nella strage di via Fani e nell’omicidio del giudice Riccardo Palma. Ha avuto la sfrontatezza di dichiararlo: “Ho approfittato di una legge del governo, ho fatto una richiesta che è stata accettata”.
Pietro Maso, che nel 1991 ammazzò padre e madre per incassare l’eredità.
Giuseppe Cusimano, capo della famiglia mafiosa dello Zen di Palermo, quello che durante il lockdown distribuiva pacchi alimentari per raccogliere consenso da buon padrino, mentre lo Stato gli versava il sussidio.
E poi affiliati ai clan, narcotrafficanti, condannati per traffico internazionale, uomini della ‘ndrangheta.
Tutti a libro paga della Repubblica. Tutti col sussidio grillino in tasca. Tutti scoperti anni dopo, perché il sistema non era bucato: non esisteva.
L’INPS ha avviato l’incrocio automatizzato con il casellario giudiziale solo dal 2022 e il lavoro sulle annualità pregresse si è concluso a luglio 2025. Sei anni dopo l’avvio della misura. Prima si pagava, poi, forse, un giorno, con calma, si controllava.
E ora l’INPS alza il muro della privacy. La riservatezza dei delinquenti finanziati con denaro pubblico prevale sul diritto dei contribuenti di sapere dove sono finiti i loro soldi.
46 milioni di euro nostri e chi li ha intascati ha diritto all’anonimato. Chi li ha pagati ha diritto al silenzio.
Ma questi sono solo i casi che l’incrocio tardivo ha fatto emergere. Il conto totale della creatura di Giuseppe Conte è un altro: oltre 34 miliardi, certificati dall’INPS.
L’avvocato del popolo girava l’Italia promettendo di “abolire la povertà” col decreto. In realtà con il “Reddito di Divananza” stava firmando il più grande assegno a vuoto della storia repubblicana.
Miliardi distribuiti senza incrocio automatizzato con il casellario giudiziale, sulla base di un’autocertificazione che un brigatista poteva compilare con la stessa facilità di un disoccupato.
Non era un errore di ingenuità: era un’operazione elettorale. Undici milioni di voti nel 2018, attratti con i soldi di chi lavora.
E nessuno, nel Movimento, può dire di non sapere. Soprattutto i parlamentari che difendevano il Reddito in ogni talk show, mentre le procure aprivano fascicoli per truffa.
Il grillismo non è mai stato un vero progetto politico: è stato un risentimento in cerca di assegno.
Ma chi dovrebbe vergognarsi più di tutti sta nel Partito Democratico. Il 27 febbraio 2019 tutti i senatori del PD votarono contro il Reddito di Cittadinanza.
Tutti. Zingaretti lo aveva definito “una pagliacciata”. Renzi, dal Senato, dichiarò che nasceva “da una visione del lavoro che non condividiamo”.
Nell’estate Di Maio insultava i dem con l’hashtag #PDofili, li accusava di “togliere i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderseli” e giurava: mai con il partito di Bibbiano.
A settembre governavano insieme, con una doppia capriola carpiata.
Gennaio 2020, Abbazia di Contigliano: lo stesso Zingaretti che un anno prima parlava di “pagliacciata” ora sentenziava che il Reddito è “un ottimo strumento di lotta alla povertà” e aggiungeva, senza arrossire, “lo abbiamo inventato noi con il Reddito di inclusione”.
Potere delle poltrone sotto il sedere. La stessa “povera gente” che il PD diceva di difendere veniva derubata per finanziare Raimondo Etro e Giuseppe Cusimano. Questa non è politica. È prostituzione intellettuale.
Ma il Reddito era soltanto una voce. Conte ha governato con la logica del bancomat.
Oltre 160 miliardi di Superbonus, regalato al grido di “Tutto graduidamente”, per ristrutturare il tre per cento degli edifici, perlopiù seconde case di chi stava già bene.
Banca d’Italia l’ha definita misura regressiva, sconsigliandone la riproposizione. Poi i banchi a rotelle di Arcuri, il bonus vacanze, il cashback, il bonus facciate. Ogni problema aveva la stessa soluzione: aprire il portafoglio dello Stato.
E un miliardo e duecentocinquanta milioni di mascherine non a norma.
Quelle per le quali, secondo le dichiarazioni rese alla Commissione COVID da due imprenditori, l’avvocato Di Donna – già collega di Conte nello studio legale Alpa – avrebbe preteso il dieci per cento di mediazione.
E quando la Commissione parlamentare COVID ha cominciato a scavare ancora più a fondo, Conte ha fatto come Cafiero De Raho in Antimafia: si è fatto nominare Commissario e, guarda caso, con quel ruolo non può essere interrogato.
Pubblicamente da due anni dichiara di voler essere audito. E l’audizione è convocata per oggi, 4 agosto, Palazzo San Macuto.
Manca ancora un solo passaggio, l’unico che dipende esclusivamente da lui: le dimissioni temporanee da Commissario.
Senza quelle, l’audizione non può avere luogo. E così, forse, la tarantella ricomincerà da capo.
Beppe Grillo sosteneva che una massaia avrebbe amministrato meglio di un politico. La massaia non avrebbe mai firmato cambiali per cinque generazioni.
E, soprattutto, non avrebbe mai staccato un assegno a un brigatista.





