I dati INVALSI, le parole di Valditara e le migliori esperienze internazionali mostrano che la scuola è il primo laboratorio della cittadinanza
La scuola italiana si trova oggi davanti a molte sfide. Una delle più importanti è l’integrazione degli allievi stranieri, un concetto che non va confuso con quello di inclusione.
Integrare significa creare le condizioni affinché studenti provenienti da contesti linguistici e culturali diversi possano partecipare pienamente alla vita scolastica, acquisendo gli strumenti necessari per esercitare i propri diritti e doveri e costruire un senso di appartenenza alla comunità.
L’inclusione, invece, riguarda la capacità della scuola di valorizzare ogni differenza e di adattare i propri percorsi educativi ai bisogni di ciascuno.
Una scuola che riesce a integrare efficacemente è una scuola che rafforza la coesione sociale, riduce le disuguaglianze e contribuisce alla crescita dell’intero Paese.
Il tema riguarda ormai una componente strutturale del sistema scolastico.
Oggi gli studenti con cittadinanza non italiana sono oltre 930 mila, pari a circa l’11,6% della popolazione scolastica, con percentuali ben più elevate in molte province del Nord, dove si concentra il tessuto produttivo italiano.
In realtà, industriali come Monfalcone, caratterizzate da una forte presenza di lavoratori stranieri impiegati nei cantieri navali e nell’indotto, la concentrazione di famiglie immigrate è particolarmente elevata e questo si riflette inevitabilmente anche nella composizione delle classi.
Quando, però, si determinano situazioni di forte concentrazione di studenti che condividono la stessa lingua e il medesimo contesto culturale, il percorso di integrazione può diventare più complesso: diminuiscono le occasioni di utilizzare l’italiano nella quotidianità, si riducono le opportunità di confronto con i coetanei italiani e diventa più difficile costruire un autentico senso di appartenenza alla comunità scolastica.
In questa prospettiva meritano attenzione le riflessioni espresse dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, nell’intervista pubblicata sabato scorso dal Corriere della Sera.
Il ministro ha riportato al centro del dibattito un tema che troppo spesso è stato affrontato in termini ideologici anziché educativi: la conoscenza della lingua italiana come prerequisito fondamentale per il successo scolastico e per una reale integrazione.
Richiamare l’attenzione sull’apprendimento dell’italiano non significa mettere in discussione il valore della diversità culturale, ma riconoscere che senza una solida competenza linguistica diventa difficile seguire le lezioni, instaurare relazioni significative con i compagni e partecipare pienamente alla vita della scuola.
Il richiamo a evitare un’eccessiva concentrazione di studenti con background migratorio in singole classi e a favorire una distribuzione equilibrata sul territorio merita una riflessione seria, perché pone al centro non l’origine degli alunni, ma il loro diritto a ricevere un’istruzione di qualità e a costruire relazioni autentiche con tutta la comunità scolastica.
A confermare la centralità della questione sono anche le prove INVALSI, che da anni evidenziano un divario significativo nei risultati di apprendimento tra gli studenti con background migratorio e quelli di cittadinanza italiana, soprattutto nella comprensione dei testi e nella padronanza della lingua italiana.
Le differenze tendono a ridursi tra gli studenti nati o scolarizzati precocemente in Italia, segno che la scuola può svolgere un ruolo decisivo quando interviene tempestivamente con percorsi di accompagnamento linguistico e didattico.
I dati mostrano quindi che investire nell’integrazione non è soltanto una scelta di equità, ma una condizione indispensabile per migliorare la qualità complessiva del sistema educativo e offrire a tutti gli studenti pari opportunità di successo.
La questione non è soltanto educativa. Una mancata integrazione può tradursi in dispersione scolastica, marginalità sociale e disagio giovanile.
I fenomeni delle cosiddette baby gang e dei maranza, che hanno interessato diverse città italiane, mostrano come l’assenza di solide reti educative e di reali opportunità di inserimento possa alimentare comportamenti devianti.
Sarebbe però un errore attribuire tali fenomeni all’origine etnica degli autori: la ricerca evidenzia come siano la povertà educativa, l’esclusione sociale, il fallimento scolastico e la mancanza di prospettive a costituire i principali fattori di rischio.
Proprio per questo la scuola rappresenta il primo presidio di prevenzione.
La riflessione sull’integrazione nasce ben prima delle migrazioni contemporanee.
Già nel secondo dopoguerra, i grandi movimenti di popolazione verso l’Europa occidentale, il Nord America e l’Oceania spinsero governi e sistemi educativi a sperimentare modelli diversi.
Il Canada è oggi considerato uno degli esempi più riusciti grazie ai programmi di apprendimento intensivo della lingua e al coinvolgimento delle famiglie.
La Germania, dopo le difficoltà emerse nei primi anni Duemila, ha investito in corsi linguistici obbligatori e sostegno personalizzato agli studenti di recente immigrazione.
La Finlandia ha sviluppato percorsi individualizzati e un forte supporto agli insegnanti per favorire il successo scolastico degli alunni con background migratorio.
Pur con differenze significative, questi Paesi condividono una convinzione: la conoscenza della lingua del Paese ospitante è il primo strumento di cittadinanza e la scuola è il luogo nel quale si costruisce l’integrazione.
Anche l’Italia, divenuta solo negli ultimi decenni una meta stabile di immigrazione, è chiamata a raccogliere questa sfida.
Investire sull’apprendimento dell’italiano, favorire un’equilibrata composizione delle classi, sostenere gli insegnanti e coinvolgere le famiglie significa rafforzare la coesione sociale e offrire a ogni ragazzo, indipendentemente dalle proprie origini, la possibilità di diventare protagonista del proprio futuro.
L’integrazione, in definitiva, non è una concessione, ma un investimento sul capitale umano e sulla qualità della democrazia italiana.
L’integrazione degli studenti con background migratorio non può essere affidata a slogan o contrapposizioni ideologiche.
Richiede investimenti nella scuola, nella formazione degli insegnanti, nell’apprendimento della lingua italiana, nel coinvolgimento delle famiglie e nella capacità delle istituzioni di costruire percorsi di cittadinanza condivisa.
In questa direzione appare significativa la scelta del ministro Giuseppe Valditara di promuovere un’assise nazionale dedicata all’integrazione, con l’obiettivo di mettere a confronto il mondo della scuola, gli esperti e le istituzioni per individuare strategie efficaci e condivise.
È altrettanto significativa la volontà, annunciata dal ministro, di sostenere un intervento normativo sul niqab e sul burqa negli ambienti scolastici.
Secondo Valditara, la scuola deve essere un luogo di relazioni aperte, di riconoscibilità reciproca e di piena integrazione, nel quale il volto scoperto rappresenta un elemento essenziale della comunicazione educativa e della vita di comunità.
Per il ministro, una legge che chiarisca definitivamente questo aspetto offrirebbe maggiore certezza ai dirigenti scolastici e contribuirebbe ad affermare i principi di uguaglianza, dignità della persona e rispetto dei valori costituzionali.


Ivana Londero, docente di lingua inglese presso l'Educandato Statale Collegio UCCELLIS di Udine,


