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L’Europa cambia strategia sui rimpatri

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L'Europa cambia strategia sui rimpatri

Cosa c’è davvero dietro la proposta italiana

Per anni il dibattito europeo sull’immigrazione si è concentrato quasi esclusivamente sulla gestione degli arrivi.

Oggi, invece, il baricentro si sta spostando su un altro elemento: il rimpatrio di chi non possiede i requisiti per rimanere sul territorio dell’Unione.

È in questo contesto che si inserisce la proposta italiana di creare una rete europea di centri di rimpatrio in Paesi terzi, sul modello dell’accordo tra Italia e Albania.

Dal punto di vista tecnico non si tratta di un semplice irrigidimento delle politiche migratorie, ma del tentativo di risolvere uno dei principali punti deboli dell’intero sistema europeo.

Attualmente meno di un quarto dei cittadini extracomunitari destinatari di un provvedimento di espulsione lascia realmente l’Unione. La differenza tra decisioni amministrative e rimpatri effettivi rappresenta uno dei maggiori problemi di credibilità delle politiche migratorie europee.

Il progetto presentato dall’Italia prevede la creazione di hub finanziati dall’Unione Europea nei quali trasferire temporaneamente i migranti destinatari di un ordine definitivo di rimpatrio, in attesa del rientro nel Paese d’origine.

L’obiettivo è duplice: alleggerire la pressione sui sistemi nazionali e rendere più efficiente l’esecuzione delle espulsioni.

Per la prima volta Bruxelles sembra voler collegare direttamente politica commerciale e cooperazione migratoria.

I Paesi che collaboreranno nell’identificazione dei propri cittadini e nell’accettazione dei rimpatri potrebbero ottenere incentivi economici, agevolazioni commerciali, programmi di sviluppo e un accesso preferenziale ad alcuni strumenti finanziari europei.

In sostanza, la leva economica viene utilizzata come strumento di politica estera.

Questo approccio richiama il principio della condizionalità, già impiegato dall’Unione in altri ambiti.

Non si parla soltanto di controllo delle frontiere, ma di un sistema integrato nel quale commercio, cooperazione internazionale, sviluppo e sicurezza vengono considerati parti dello stesso ecosistema strategico.

Sul piano giuridico sarà necessario verificare la piena compatibilità dei centri con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e con il principio di non refoulement, che vieta il trasferimento di persone verso Paesi nei quali potrebbero subire persecuzioni o trattamenti inumani. Anche la selezione degli Stati ospitanti richiederà accordi solidi.

Esiste, poi, una questione geopolitica trascurata. Affidare parte della gestione migratoria a Paesi africani significa inevitabilmente aumentarne il peso negoziale nei confronti dell’Europa.

Se ben gestita, questa cooperazione può trasformarsi in uno strumento di stabilizzazione regionale; se mal progettata, rischia, invece, di creare nuove dipendenze strategiche.

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