La politica ha rialzato la testa e gli Stati rivendicano sovranità nei confronti delle “rete”
segue da https://www.nuovogiornalenazionale.com/lebensraum-della-rete-intertribale-delle-elite-progressiste-parte-1/
Un Lebensraum non territoriale, ma funzionale
La rete intertribale delle élite progressiste è un Lebensraum finanziario e tecnocratico che ha come finale d’espansione il mondo: globalismo.
In questo senso il pensiero unico politicamente corretto è la propaganda e la censura del sistema.
Quello che vado descrivendo non è necessariamente uno spazio da conquistare militarmente, bensì uno spazio di espansione del sistema: capitale finanziario, reti transnazionali, città globali, istituzioni sovranazionali, standard e regole comuni, mercato globale
In questo senso il “territorio” non è soltanto geografico. È costituito da mercati, istituzioni, norme, infrastrutture digitali, sistemi finanziari e produzione culturale.
Il fine non sarebbe quindi l’occupazione di un territorio, ma l’estensione planetaria dello stesso sistema di relazioni economiche e normative.
Questa è una categoria che chiamerei, più precisamente: Lebensraum funzionale della rete globale.
La rete non ha bisogno di conquistare gli Stati
Una rete transnazionale può espandersi attraverso: investimenti, acquisizioni, standard, regolamentazione, tecnologia, cultura, istituzioni.
Non deve necessariamente sostituire i governi. Può fare qualcosa di più sottile: rendere i governi progressivamente dipendenti dalle infrastrutture della rete.
Finanza, tecnologia, energia, piattaforme digitali, rating, catene del valore, conoscenza: sono tutti ambiti nei quali il potere può essere esercitato senza possedere formalmente il territorio.
Quindi il vecchio imperialismo territoriale è uguale a controllo dello spazio fisico, mentre globalismo finanziario-tecnocratico significa controllo delle connessioni attraverso cui passa lo spazio economico e informativo.
È una differenza sostanziale.
Sul “pensiero unico”.
Per pensiero unico si intende la funzione di un sistema di comunicazione che stabilisce ciò che è dicibile, rispettabile e legittimo, relegando le posizioni dissenzienti nella categoria del moralmente sospetto.
Questo fenomeno può certamente essere studiato prendendo in esame i tre livelli dello schema seguente.

Quando questi tre livelli convergono, nasce qualcosa di molto potente: non è necessario ordinare alla società cosa deve pensare; è sufficiente determinare quali idee siano considerate legittime all’interno dello spazio pubblico.
Questa è una forma di egemonia culturale che ci riporta alla crisi del woke.
Se il woke/PC era una componente della legittimazione culturale della rete, il suo declino non significa necessariamente la fine della rete. Ma significare la necessità della sostituzione della sua ideologia di legittimazione.
Quindi il post-woke potrebbe non essere la fine del sistema. Potrebbe essere la sua riconfigurazione ideologica.
La vera domanda, a questo punto, diventa: il globalismo sta abbandonando il paradigma progressista-culturale perché è entrato in crisi, oppure sta semplicemente cercando una nuova ideologia di legittimazione — crescita, tecnologia, AI, innovazione, sicurezza e competitività — mantenendo intatta la struttura finanziario-tecnocratica?
Il controllo dei media e della censura
Il tema dei controlli dei media e della censura introduce il rapporto fra potere privato e potere politico.
Nel modello novecentesco il rapporto è: lo Stato censura, controlla i media, la propaganda e dispone di un apparato coercitivo.
Nel modello contemporaneo può esistere una forma molto diversa: concentrazione della proprietà dei media, concentrazione della pubblicità, finanziamento filantropico, piattaforme digitali, pressione reputazionale, delimitazione dell’area del discorso accettabile.
Non è la stessa cosa della propaganda di Stato; è piuttosto un sistema di potere informativo decentralizzato, nel quale la coercizione può essere sostituita da incentivi economici e sociali.
Per esempio, le Open Society Foundations dichiarano apertamente di finanziare migliaia di organizzazioni, di svolgere attività di advocacy presso governi e istituzioni e di sostenere iniziative su giustizia, diritti, democrazia e idee. George Soros ha destinato oltre 32 miliardi di dollari alle fondazioni dal 1984.
Questo non dimostra che Soros controlli direttamente i media, né che coordini un “pensiero unico”; dimostra però che grandi capitali privati possono costruire infrastrutture culturali e politiche transnazionali. È una differenza importante.
L’ipotesi diventa a questo punto radicale
E se le tribù del XXI secolo non avessero più bisogno dello Stato come vertice?
Questa è una domanda seria che evidenzia un problema centrale.
Potremmo avere che la vecchia struttura (popolazione, stato, élite politica, economia), sia sostituita dalla
nuova struttura ipotizzata (rete transnazionale, capitale finanziario e tecnologico, élite tecnocratica, città globali, istituzioni).
In questo modello lo Stato rischierebbe di diventare un nodo della rete, anziché il vertice della sovranità.
Ma la politica sta reagendo
E penso che tu abbia ragione a sottolinearlo.
Negli ultimi anni abbiamo visto qualcosa che contraddice l’idea di una progressiva sostituzione dello Stato da parte delle reti finanziarie.
Gli Stati stanno cercando di riprendersi il controllo strategico di tecnologia, semiconduttori, AI, energia, difesa, catene di approvvigionamento, dati, infrastrutture.
La politica sembra effettivamente aver rialzato la testa, perché possiede qualcosa che né finanza, né tecnocrazia possiedono completamente: la legittimazione democratica e la sovranità coercitiva.
Una banca può spostare miliardi. Una piattaforma può influenzare miliardi di persone. Un fondo può acquistare imprese. Un filantropo può finanziare migliaia di organizzazioni.
Ma solo lo Stato può legittimamente imporre una tassa, chiudere una frontiera, dichiarare una guerra, requisire una risorsa strategica, regolamentare un mercato o mobilitare un esercito.
E questa differenza è tornata drammaticamente evidente con guerra, energia, semiconduttori, difesa e sicurezza.
Per alcuni decenni le élite finanziario-tecnocratiche hanno progressivamente acquisito capacità che un tempo appartenevano quasi esclusivamente agli Stati; oggi gli Stati stanno reagendo tentando di riappropriarsi del controllo sulle infrastrutture strategiche.
E questo produce una lotta per la sovranità.
La globalizzazione (reti finanziarie e tecnologiche transnazionali) ha tentato (e tenta) di trasformare la rete in soggetto politico. La reazione degli Stati è rivolta alla sovranità energetica, alla sovranità industriale, alla sovranità tecnologica, alla sovranità militare, alla sovranità sovranità informativa.
E qui ritorniamo al tuo concetto di “tribù”.
Potrebbe esserci stato un passaggio: tribù, Stato/nazione, rete globale, ma adesso potremmo assistere a una reazione: rete globale, ritorno dello Stato come soggetto sovrano.
Ed è forse questo il vero significato politico di Trump, Brexit, riarmo europeo, nazionalismo industriale, guerra commerciale USA-Cina, Chips Act, sovranità tecnologica europea.
Non necessariamente la fine della globalizzazione, ma piuttosto la rivolta della sovranità contro la possibilità che la rete diventi il nuovo soggetto politico dominante.
La politica può quindi rialzare la testa; ma per restare realmente al comando deve tornare a possedere la capacità materiale di fare ciò che decide.
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