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Gaza è diventata un brand

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Gaza brand

E la realtà non deve più disturbare il racconto

Esistono palestinesi che hanno conosciuto Hamas dall’interno, ne hanno subìto il carcere, le torture, le intimidazioni e l’esilio.

Palestinesi che denunciano il fondamentalismo, la corruzione, il saccheggio degli aiuti e la repressione esercitata contro la stessa popolazione di Gaza.

Dovrebbero essere ascoltati per primi.

Invece, vengono ignorati, delegittimati oppure definiti traditori.
Non è una distrazione. È una scelta precisa.

Una parte consistente del mondo occidentale ha trasformato Gaza in un brand politico, ideologico ed emotivo.

E ogni brand ha bisogno di un’immagine semplice, immediatamente riconoscibile e soprattutto immutabile.

I ruoli sono stati assegnati una volta per tutte.

Israele è il colpevole assoluto.

Il palestinese è la vittima assoluta.

Hamas deve scomparire oppure essere trasformata in “resistenza”.

La realtà viene accettata soltanto quando conferma questa costruzione.

Tutto ciò che può essere utilizzato contro Israele viene ingrandito e rilanciato.

Tutto ciò che incrimina Hamas viene minimizzato, sospettato o spinto ai margini.

La prova è il trattamento riservato ai dissidenti palestinesi.

Mosab Hassan Yousef, il Principe Verde, è il figlio di uno dei fondatori di Hamas. È cresciuto nel cuore dell’organizzazione e ha collaborato per anni con lo Shin Bet, dichiarando di avere contribuito a impedire attentati e a salvare vite israeliane e palestinesi.

Oggi gira gli Stati Uniti, partecipa a dibattiti e conferenze, concede interviste. Apparentemente nessuno gli impedisce di parlare. Ma la censura contemporanea non ha sempre bisogno di chiudere una bocca: può lasciare che parli dopo aver stabilito che le sue parole non valgano nulla.

Mosab viene definito “venduto”, “traditore”, “spia israeliana”, “provocatore”.

Ha pronunciato anche affermazioni violentissime e generalizzanti contro l’Islam e i musulmani e quelle parole sono certamente contestabili.

Ma un conto è criticare alcune sue dichiarazioni; un altro è usarle per cancellare tutto ciò che conosce e racconta su Hamas.

Si colpisce il testimone per non affrontare la testimonianza.

Moumen Al‑Natour, avvocato di Gaza e promotore del movimento Vogliamo Vivere, è stato arrestato e torturato più di venti volte.

Ha denunciato la corruzione di Hamas, gli aiuti sottratti e rivenduti, il lusso dei dirigenti contrapposto alla miseria della popolazione e la repressione degli oppositori.

Anche lui è stato immediatamente collocato fuori dal recinto delle voci palestinesi considerate legittime.

È stato accusato di essere un collaborazionista, un “figlio disobbediente”, un uomo legato a progetti funzionali a Israele.

Non si risponde alle sue denunce. Gli si appiccica addosso un’etichetta e lo si espelle moralmente dal proprio popolo.

Bassem Eid è nato in un campo profughi e ha lavorato per anni con B’Tselem, documentando anche le violazioni israeliane. Era considerato credibile finché accusava Israele.

Quando ha cominciato a denunciare gli abusi dell’Autorità Palestinese, Hamas, le storture dell’UNRWA e l’inefficacia del boicottaggio, è diventato improvvisamente un palestinese “filoisraeliano”.

È stato accusato di svendere il proprio popolo e di compiacere uno Stato definito razzista e coloniale.

La sua storia personale non era dunque importante in sé. Era utile soltanto finché produceva l’accusa richiesta.

Rami Aman, attivista di Gaza, organizzò una videochiamata tra giovani palestinesi e civili israeliani. Non un’attività militare, non uno scambio di informazioni: una conversazione.

Hamas lo arrestò per “normalizzazione con l’occupazione” e tradimento.

Persino parlarsi diventa un crimine, perché il contatto umano può distruggere anni di demonizzazione. Se un palestinese e un israeliano si riconoscono come persone, e non più come i personaggi astratti imposti dalla propaganda, l’intera macchina rischia di incepparsi.

Poi ci sono Suheib Yousef, fratello del Principe Verde, e i giovani di Whispered in Gaza, costretti a testimoniare nell’anonimato per non essere perseguitati o uccisi.

Tutti raccontano aspetti diversi della stessa realtà: Hamas non è soltanto un’organizzazione che combatte Israele.

È anche un potere che sorveglia, punisce e terrorizza i palestinesi che non accettano la sua ideologia.

Eppure, il circuito occidentale rimane perfettamente chiuso:
se un palestinese denuncia Hamas, diventa un collaborazionista;
se dialoga con un israeliano, “normalizza l’occupazione”;
se propone la convivenza, svende la Palestina;
se ricorda il massacro del 7 ottobre, vuole distogliere l’attenzione da Gaza;
se condanna i sequestri compiuti allora, giustifica Israele;
se denuncia la corruzione palestinese, ripete la propaganda sionista.

Qualunque strada conduce alla stessa condanna.

Gli ostaggi israeliani non sono più nelle mani di Hamas: gli ultimi ancora vivi tornarono nell’ottobre 2025 e i resti dell’ultimo prigioniero furono recuperati nel gennaio 2026.

Quel capitolo si è concluso, nel bene per chi è sopravvissuto e nel modo più atroce per quanti tornarono soltanto dentro una bara.

Ma proprio ora diventa ancora più evidente il tentativo di espellere dal racconto la memoria di ciò che accadde: il massacro del 7 ottobre,  i rapimenti, la lunga prigionia e la sorte degli ostaggi morti non devono più disturbare la rappresentazione di Israele come unico responsabile.

Questo non significa che Israele sia sottratto alle critiche.
Il suo governo, le sue operazioni militari e ogni singola decisione politica possono e devono essere discussi.
Ma qui non siamo più nel campo della critica.

Israele non viene giudicato per ciò che fa: viene dichiarato colpevole per ciò che è.

Qualsiasi aggressione subita diventa una conseguenza delle sue presunte colpe; qualsiasi sua difesa viene trasformata in crimine; qualsiasi spiegazione viene liquidata come propaganda.

Hamas, invece, evapora.

Scompaiono la sua ideologia islamista, la dipendenza dall’Iran, la repressione interna, i tunnel costruiti sotto le zone civili, il 7 ottobre e la responsabilità di avere trascinato Gaza nella devastazione.

Il meccanismo è chiarissimo: ciò che emerge contro Israele viene amplificato; ciò che emerge contro Hamas viene minimizzato; poi si prosegue nella direzione ideologica già stabilita.

Ecco perché Gaza è diventata un brand: non più una società reale, complessa e attraversata da conflitti interni, ma un prodotto da mostrare, una bandiera da esibire, una sofferenza da convertire in appartenenza politica e superiorità morale.

Intorno a questo prodotto si è formato un intero apparato: media che selezionano le testimonianze, università che premiano il conformismo,
attivisti che trasformano ogni obiezione in complicità e organizzazioni che concentrano mobilitazioni e raccolte di fondi quasi ossessivamente su Gaza.

Non significa che ogni organizzazione sia disonesta o che gli aiuti umanitari non siano necessari.

Significa però che non tutte le tragedie ricevono la stessa attenzione.

Sudanesi, iraniani, yemeniti, siriani, curdi e donne afghane possono essere massacrati, incarcerati o ridotti al silenzio senza produrre lo stesso movimento permanente di piazze, occupazioni universitarie e campagne internazionali.

Le loro tragedie non possiedono la medesima utilità politica, perché non possono essere rivolte contro Israele.

La manipolazione deve essere denunciata e respinta.

Chi pretende di parlare a nome dei palestinesi non può poi cancellare Mosab Hassan Yousef, Moumen Al‑Natour, Bassem Eid, Rami Aman, Suheib Yousef e le voci anonime di Whispered in Gaza.

Non può riconoscere dignità soltanto ai palestinesi che accusano Israele e negarla a quelli che combattono il fondamentalismo.

Questa è una forma di colonizzazione ideologica: l’Occidente pretende di decidere quale palestinese sia autentico, che cosa debba pensare, chi debba odiare e quale futuro gli sia consentito desiderare.

No.

Queste voci non sono “testimoni inammissibili”.

Sono la prova vivente che Gaza non coincide con Hamas e che la realtà è infinitamente più complessa del prodotto venduto nelle nostre piazze.

Il brand deve essere smontato. La realtà deve essere restituita alle persone.

Perché finché Israele sarà il colpevole prestabilito e Hamas il responsabile da nascondere, nessuno lavorerà davvero per liberare i palestinesi.

Si lavorerà soltanto per conservare la narrazione che li tiene prigionieri.

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