Il senatore di FdI ritirerà l’emendamento solo dopo aver sentito la maggioranza
Le stanno pensando tutte.
Mentre al Senato era in corso un confronto sul tema delle preferenze, dopo che la legge approvata alla Camera le aveva escluse, bocciando l’emendamento che intendeva introdurle, ecco spuntare dal cilindro di Marcello Pera, ex di molte cose e anche ex presidente del Senato, la proposta del ballottaggio.
Uno strumento che mai viene usato per le coalizioni e che invece ben si adatta per i presidenti, nelle Repubbliche presidenziali o semipresidenziali, per i sindaci e anche per i governatori regionali, per i quali, invece, viene escluso.
In sostanza, il ballottaggio è tra le persone, mai tra liste, sia pur coalizzate. Tanto che se fosse introdotto in Italia, in cui i partiti si chiamano ormai coi nomi dei loro leader si farebbe un ballottaggio tra Meloni e Schlein o Conte.
In Francia, il ballottaggio per le politiche, infatti, è per i candidati di collegio che non abbiano ottenuto la maggioranza al primo turno, non certo tra due coalizioni nazionali.
Per di più, secondo Pera, esso non si terrebbe se una delle coalizioni raggiungesse il 48 per cento in una sola Camera, ottenendo, così, il premio di maggioranza, o se una coalizione conquistasse oltre il 42% in entrambe le Camere e non scatterebbe nemmeno se entrambe le coalizioni non superassero il 38%, restando la suddivisione dei seggi solo proporzionale.
Giocateli al lotto questi tre numeri centrali nell’ipotesi della nuova legge: 48, 42 e 38.
Ma è una cosa seria?
Personalmente non penso, come ritengono i più, che l’introduzione di un ballottaggio tra le prime due coalizioni, che era previsto anche nell’Italicum di Renzi, sia stato ipotizzato solo per neutralizzare Vannacci che, al secondo turno, sarebbe obbligato ad appoggiare Meloni, ma dal fatto che, soprattutto, FdI non può accettare un pareggio, che rischierebbe di frantumare la sua coalizione, come del resto è accaduto in occasione della formazione del governo Draghi.
Meloni, piuttosto che pareggiare, preferirebbe perdere, perché il premio di maggioranza e il ballottaggio a questo possono portare.
Resta il fatto che questa volta con solide ragioni, la Lega pare aver bloccato l’introduzione del ballottaggio e, probabilmente, resterà il premio di maggioranza alla coalizione che superi il 42%.
Ma tutto svela l’insano intento.
E, cioè, di trasformare, di fatto, una Repubblica parlamentare in cui le elezioni politiche non servono per eleggere né il premier né il governo, ma solo il parlamento, in una sorta di premierato, con l’elezione diretta del presidente del Consiglio; il fatto che le coalizioni al momento della loro presentazione siano obbligate a registrare il loro leader ne è la subdola prova.
Siamo alla quarta legge elettorale in 36 anni. Ognuno la studia a modo suo. E, regolarmente, la studia tanto bene che viene poi battuto alle successive elezioni.






