La flotta ombra, le nuove rotte energetiche, i porti, le ferrovie, i terminali, i cavi, gli impianti industriali e le infrastrutture digitali
Non è più sufficiente possedere una risorsa, bisogna poterla portare dove serve.
È forse questa una delle trasformazioni più concrete della geopolitica contemporanea.
Petrolio, gas, minerali ed energia acquistano valore strategico nella misura in cui possono essere estratti, trasportati e immessi nei mercati attraverso infrastrutture affidabili.
Il vero oggetto della competizione non è quindi soltanto la materia prima, ma l’insieme di infrastrutture e passaggi che ne rendono possibile il movimento.
Da questa prospettiva, fenomeni apparentemente lontani possono essere letti come espressioni della stessa dinamica: la cosiddetta flotta ombra, le nuove rotte energetiche, i porti, le ferrovie, i terminali, i cavi, gli impianti industriali e le infrastrutture digitali.
Non necessariamente appartengono a un unico disegno. Concorrono però a determinare attraverso quali percorsi, risorse, merci, energia e dati possano raggiungere i loro destinatari e quanto un sistema sia vulnerabile quando una di queste vie viene meno.
La flotta ombra energetica ne offre un esempio concreto. È l’insieme di navi, società, bandiere, assicurazioni, intermediari, porti e rotte che consente a determinati traffici di continuare attraverso circuiti alternativi alle restrizioni internazionali.
La sua rilevanza geopolitica sta nella capacità di mantenere operativo il commercio anche quando alcuni dei canali tradizionali vengono meno.
È questa funzione a rendere strategici determinati luoghi.
Un porto conta per le rotte che serve e per i territori ai quali dà accesso; un’isola può assumere importanza perché si trova lungo una direttrice marittima od offre un punto di appoggio; uno stretto può diventare decisivo quando concentra un traffico difficile da deviare; un corridoio terrestre può modificare il peso economico di una regione aprendo una via alternativa.
Il valore di questi spazi deriva dalla loro posizione all’interno dei percorsi attraverso i quali si muovono le risorse.
Il Golfo di Aden e il Mar Rosso sono uno degli spazi nei quali questa dinamica è più evidente. Qui convergono le rotte tra Oceano Indiano, Asia, Medio Oriente, Africa ed Europa, mentre isole, coste e porti assumono funzioni diverse all’interno dello stesso sistema.
Somalia e Somaliland occupano una posizione particolare. Il Somaliland, pur non essendo riconosciuto internazionalmente come Stato indipendente, dispone del porto di Berbera e di un affaccio strategico sul Golfo di Aden.
La sua rilevanza non deriva soltanto dal territorio, ma dalla possibilità di collegare la costa con l’interno africano e inserirla nelle direttrici commerciali regionali.
Un’altra area decisiva è la Turchia, collocata tra Mar Nero, Caucaso, Asia centrale, Mediterraneo e Medio Oriente. La sua posizione permette l’intersezione di corridoi energetici, commerciali e logistici e ne accresce il peso come territorio di passaggio.
Una funzione analoga, seppure con caratteristiche diverse, riguarda il Caucaso e l’Asia centrale, dove infrastrutture terrestri ed energetiche stanno modificando le possibilità di collegamento tra Asia ed Europa.
Nel Mediterraneo orientale e nel Golfo Persico, porti, terminali e rotte energetiche concorrono alla costruzione di percorsi alternativi per l’approvvigionamento internazionale.
A migliaia di chilometri di distanza, l’Argentina, attraverso la Patagonia, offre un’altra prospettiva con le sue risorse energetiche e minerarie che diventano strategicamente più interessanti nella misura in cui possono essere integrate con infrastrutture industriali, logistiche e portuali capaci di collegarle ai mercati.
Non è necessario che ogni investimento risponda a una strategia comune, la loro concentrazione può comunque modificare progressivamente la funzione economica e geopolitica del territorio. Questa dinamica cambia il significato stesso delle infrastrutture.
Una ferrovia può aprire un mercato, un porto può rendere competitiva una rotta, una rete energetica può consentire la nascita di un polo industriale, un cavo sottomarino può collegare un territorio a nuovi circuiti digitali.
L’infrastruttura non segue semplicemente lo sviluppo, ma può determinarne le condizioni.
Da qui nasce una conseguenza strategica precisa: diventano importanti tanto i colli di bottiglia quanto le alternative che permettono di superarli.
La dipendenza aumenta quando un traffico, una fornitura o una catena produttiva dipendono da pochi passaggi; diminuisce quando esistono percorsi sostitutivi.
La costruzione di una nuova infrastruttura può dunque modificare gli equilibri anche senza cambiare formalmente i confini o la proprietà delle risorse.
È su questa geografia che dovremmo concentrare l’attenzione di oggi. Non soltanto sui giacimenti, sui pozzi o sulle miniere, ma sull’intero percorso che li porta al mercato e sui punti nei quali quel percorso può essere rallentato, deviato o interrotto.
Naturalmente, una simile lettura richiede cautela.
Possiamo documentare investimenti, infrastrutture, accordi, flussi e rotte; possiamo individuare convergenze e costruire scenari.
Non possiamo conoscere integralmente le intenzioni degli attori, né ciò che viene deciso al di fuori delle informazioni disponibili.
Anche una notizia certa può rappresentare soltanto una parte di una dinamica più ampia e una correlazione non dimostra automaticamente un coordinamento.
Ma l’incertezza sulle intenzioni non impedisce di analizzare gli effetti.
Quando una nuova infrastruttura modifica una rotta, quando un porto acquisisce centralità o quando un territorio viene inserito in una nuova catena energetica e industriale, la sua posizione strategica cambia, indipendentemente dalle intenzioni originarie di ciascun soggetto coinvolto.
Forse è questo il livello meno visibile della competizione contemporanea, una geografia che corre sotto quella politica e che si misura attraverso le infrastrutture capaci di far muovere risorse, energia, merci e dati.
La domanda, allora, non è soltanto chi possiede una risorsa, ma chi determina le condizioni attraverso le quali quella risorsa può raggiungere il mercato.
Perché il potere non sta soltanto in ciò che un Paese possiede, ma nella capacità di controllare o rendere disponibili le vie attraverso le quali quel possesso può trasformarsi in supremazia economica e strategica.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


