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Cina – Egitto: Xi in visita da al-Sisi

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Cina - Egitto

Oltre infrastrutture e commercio, verso tecnologia, difesa e un partenariato strategico più ampio con ricadute regionali

In un momento così turbolento e ricco di sviluppi come questo, la visita di Xi Jinping al Cairo, dov’è stato ricevuto da al-Sisi, non passa di certo inosservata.

Anche perché si correla a un evento che l’ha preceduta, il vertice della SCO di Bishkek del 31 agosto – 1° settembre, dove l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ha espressamente messo dei duri paletti alle politiche unilaterali USA, prime tra tutte le recenti sanzioni “frontali” contro l’Iran.

L’uso sanzionatorio del dollaro e l’unilateralismo economico sono stati severamente condannati, in un Vertice che ha visto tutta la SCO, di cui Teheran e Il Cairo sono, rispettivamente, membro a pieno titolo e partner osservatore, esprimere le condoglianze al governo e alle famiglie dell’Iran per l’assassinio di Ali Khamenei e dei loro cari.

Tra l’altro, proprio in questi giorni, l’amministrazione Trump ha avviato una procedura per tagliare il circuito dei corrispettivi in dollari alla filiale negli EAU dell’egiziana Banque Misr, con l’accusa d’aver facilitato transazioni per oltre 1,8 miliardi e reti finanziarie e società di copertura iraniane.

L’Egitto, tuttavia, ha proseguito per la sua strada e, in un comunicato congiunto, la sua Banca Centrale e quella degli EAU hanno confermato che le attività proseguiranno comunque, come sempre avvenuto.

Nel loro incontro al Cairo, Xi e al-Sisi hanno ribadito la comunità ostilità alle misure unilaterali USA, definendole una forma di “bullismo”.

Anche l’accettazione degli EAU delle volontà egiziane testimonia la riluttanza di Paesi che, per quanto considerati storicamente buoni alleati degli USA, non possono per questa ragione ottemperare al loro imperativo di suicidarsi.

A furia di tirare la corda…

Ma c’è anche un altro elemento di politica non soltanto regionale, che entra in gioco in questa visita, ed è quello relativo ai dossier sul Nilo e il Mar Rosso.

Sulla disputa sorta intorno alla GERD, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, sul Nilo Azzurro in Etiopia, la posizione cinese è univoca: il Nilo costituisce una “linea della vita” per Il Cairo, riconoscendone il diritto inalienabile e la sovranità a proteggere la propria sicurezza idrica dinanzi all’unilateralismo di Addis Abeba.

I vecchi trattati, la cui validità è già stata più volte ribadita anche presso la CIG, Corte Internazionale di Giustizia, vanno dunque rispettati.

Quanto al Mar Rosso e al Corno d’Africa, dove l’Etiopia preme sull’Eritrea con analoghe pretese territoriali relative al porto di Assab, già in passato ripetutamente confutate a livello internazionale, i due Presidenti hanno del pari riaffermato il principio del rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità degli Stati contro le ingerenze esterne e le pretese unilaterali.

Per l’Etiopia, che in questo momento si confronta con tensioni in continua crescita nel proprio territorio, correre sempre più verso l’isolamento politico e regionale, spazientendo anche i suoi vecchi alleati e interlocutori, non pare una saggia mossa.

Si va a tradurre in sempre maggior precarietà per il governo di Abiy Ahmed, proprio mentre s’affacciano anche nuove frizioni con altri suoi vicini, come il Sudan, dove, sin qui, ha sostenuto la guerra civile portata avanti dalle RSF.

Le tensioni, ormai, non sono più soltanto interne, con movimenti come TPLF, FANO, OLA, ed altri, ma anche con Eritrea e Sudan, oltre che Egitto.

Ironia della sorte, dinanzi alla politica della guerra e della provocazione continua, si sono uniti quei movimenti come quei Paesi.

E pensare che era stato proprio Isaias Afewerki, Presidente eritreo, a consigliare il capo del TPLF, Meles Zenawi, di non compiere la secessione dall’Etiopia in quel 1991 che aveva visto cadere il regime di Menghistu e il Paese andare a pezzi; se l’Eritrea aveva le sue ragioni storiche e giuridiche per tornare all’indipendenza che le era stata negata nell’immediato dopoguerra, dopotutto non così poteva dirsi per il Tigray, che il TPLF mirava invece a rendere un nuovo Stato a sua volta

Così Meles si pose a capo dell’Etiopia, in una coalizione che riuniva anche gli altri movimenti del Paese e, grazie letteralmente all’intercessione eritrea, quello che era stato l’Impero di Haile Selassie non andò in pezzi.

Se c’è stato un Paese, sin qui, che ha tutelato l’unità politica e territoriale dell’Etiopia, paradossalmente, quello è stato proprio l’Eritrea: il ringraziamento si è visto nel 1998 – 2000, negli anni successivi e così di nuovo ora.

Abiy, che probabilmente difetta in saggezza ma non in egotismo, si è alienato la pazienza di tutti; ma, in fondo al vicolo cieco, solo il buio è profondo.

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