Annunciati 2.500 licenziamenti a Taranto
Quando nasce e prende corpo la siderurgia pubblica italiana quale è stata la sua missione primaria?
Questa è una domanda obbligata da un passaggio storico che non si può di questi tempi rimuovere per comodità: la memoria di un settore strategico attore della rinascita dell’Italia dal dopoguerra ad oggi.
La siderurgia pubblica italiana nasce formalmente negli anni ’30 e prende la sua forma definitiva nel secondo dopoguerra con la riorganizzazione dell’IRI e della holding Finsider.
Le Origini e la Nascita (1933–1937)
1933: In seguito al crollo delle grandi banche miste causato dalla crisi del ’29, lo Stato fonda l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e rileva i pacchetti azionari dei principali complessi siderurgici italiani (come l’Ilva).
1937: Viene costituita la Finsider (Società Finanziaria Siderurgica), la holding statale preposta alla gestione delle partecipazioni pubbliche nel settore.
La Consolidazione: Il Piano Sinigaglia (1948): Sebbene nata sotto il fascismo, la siderurgia pubblica prende davvero corpo e identità strutturale nel dopoguerra con la presidenza di Oscar Sinigaglia alla Finsider.
Il Piano Sinigaglia (approvato nel 1948) converte l’industria da una logica frammentata e protetta a un modello efficiente di livello internazionale.
La Missione Primaria
La missione primaria della siderurgia pubblica si articolava in tre obiettivi fondamentali:
1. Fornire acciaio a basso costo per l’industrializzazione nazionale. L’Italia doveva ricostruire il Paese e sviluppare settori strategici come la meccanica, l’automotive (es. l’accordo con la FIAT) e le infrastrutture. Senza acciaio nazionale a costi competitivi, l’intero “miracolo economico” sarebbe stato frenato dalle importazioni.
2. Modernizzazione tecnologica ed efficienza di scala. Superare il vecchio modello basato sui rottami e sui piccoli forni elettrici per puntare sui grandi stabilimenti a ciclo integrale sul mare (come Cornigliano, Piombino, Bagnoli e successivamente Taranto). Posizionare gli impianti sulla costa permetteva di importare materia prima (ferro e carbone) ai prezzi minimi del mercato mondiale via nave.
3. Integrazione territoriale e occupazionale. Sostenere l’occupazione e riequilibrare il divario tra Nord e Sud Italia mediante investimenti industriali ad alta intensità di capitale (scelta culminata con la costruzione del IV Centro Siderurgico a Taranto all’inizio degli anni ’60).
L’opera di supporto della CECA
Come e stata supportata della Ceca questa strategia finalizzata alla rinascita industriale del Paese che aveva gia il supporto del “pieno sostegno “del piano Marrshal?
L’integrazione dell’Italia nella CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), nata nel 1951, è stata il naturale coronamento del Piano Sinigaglia e si è affiancata al Piano Marshall agendo in modo complementare.
Mentre il Piano Marshall (ERP) aveva fornito i capitali, i macchinari moderni americani e i dollari necessari per importare materie prime e costruire gli impianti sul mare (come Cornigliano), la CECA fornì le condizioni di mercato e le tutele istituzionali affinché quella scommessa potesse funzionare nel lungo periodo.
Il ruolo cruciale della CECA per l’Italia
- La deroga fondamentale sui dazi (Periodo Transitorio)
L’Italia entrò nella CECA in una posizione di netta debolezza rispetto a colossi come Germania e Francia. Nel trattato di Parigi (1951) la diplomazia italiana riuscì a negoziare una clausola di salvaguardia speciale:
Per un periodo transitorio di 5 anni, all’Italia fu concesso di mantenere dazi doganali protettivi sulle importazioni di acciaio da altri Paesi europei, riducendoli gradualmente.
Questo “cuscinetto” diede alla siderurgia pubblica il tempo necessario per completare gli impianti del Piano Sinigaglia e raggiungere la competitività di prezzo prima di aprire completamente il mercato.
- Accesso sicuro ed equo alle materie prime
L’Italia è sempre stata priva di giacimenti rilevanti di ferro e carbone metallurgico. Entrare nella CECA garantì al Paese:
L’accesso al carbone tedesco (della Ruhr) e al minerale di ferro a parità di condizioni di prezzo con i produttori francesi e tedeschi, eliminando le discriminazioni e le doppie tariffe nazionali.
La certezza dell’approvvigionamento, indispensabile per alimentare i forni a ciclo integrale di nuova concezione.
- Riduzione dei costi di trasporto
La CECA impose la tariffazione unica e trasparente nei trasporti ferroviari europei, impedendo che i Paesi membri applicassero tariffe maggiorate al merci transfrontaliero. Questo abbatté drasticamente i costi logistici per l’importazione di carbone dal Nord Europa verso gli stabilimenti italiani.
4. Sussidi e credito d’integrazione
Oltre al sostegno finanziario del Piano Marshall, l’Alta Autorità della CECA fornì crediti a tassi agevolati per la modernizzazione degli impianti e fondi sociali per la riconversione o il riassorbimento della manodopera in eccesso (derivante dalla chiusura dei vecchi impianti inefficienti dell’entroterra).
La sinergia perfetta tra i due strumenti
Piano Marshall. Fase hardware: Fornì i fondi ($) e la tecnologia americana per costruire fisicamente i grandi complessi sul mare.
CECA. Fase software/mercato: Creò le regole del gioco, garantì le materie prime e diede il tempo daziario necessario all’Italia per diventare competitiva.
Grazie al mix tra i finanziamenti americani e le tutele europee della CECA, l’Italia passò dall’essere un produttore marginale e marginalizzato a diventare, entro gli anni ’60, il secondo produttore di acciaio della Comunità Europea, dietro soltanto alla Germania Ovest.
L’approccio dell’Italia
La volontà di attuare una strategia di lungo periodo per un materiale in permanente evoluzione come l’acciaio di qualità, quale approccio ad una sede di ricerca e personale di alta qualità, fu improntata e in quali sedi?
Per far fronte all’evoluzione tecnologica e garantire autonomia strategica alla siderurgia pubblica, l’Italia adottò un approccio accentrato, integrato e multidisciplinare, combinando l’attività dei laboratori di fabbrica con la creazione di un grande polo di ricerca applicata e avanzata.
L’obiettivo era superare la mera dipendenza dai brevetti esteri per sviluppare acciai speciali, processi produttivi avanzati e controllo di qualità interno.
L’Approccio al Personale e alla Ricerca
- Scuola di Formazione Siderurgica Interna:
La Finsider avviò programmi sistematici di reclutamento per giovani ingegneri, chimici e metallurgisti, formati direttamente all’interno delle strutture pubbliche tramite borse di studio e corsi di alta specializzazione in collaborazione con i Politecnici di Torino e Milano e l’Università di Roma.
- Capitale Umano Altamente Qualificato:
Si creò un corpo di ricercatori e tecnici focalizzato sia sull’ottimizzazione dei processi (riduzione dei consumi di coke nei metalli, controllo della colata continua) sia sul supporto al prodotto (sviluppo di acciai ad alta resistenza per automotive, energia e tubazioni).
- Piattaforma Tecnologica Unificata:
La ricerca non era concepita come attività isolata ma integrata direttamente nei cicli industriali dei grandi stabilimenti (Taranto, Cornigliano, Piombino, Bagnoli), creando un ponte continuo tra i laboratori teorici e le linee di produzione.
Le Sedi della Ricerca Siderurgica
L’infrastruttura di ricerca si articolò principalmente su due livelli: il grande centro strategico e le sedi specializzate adiacenti agli stabilimenti produttivi.
Il Centro Sperimentale Metallurgico (CSM) – Castel Romano (Roma):
Fondato nel 1963 su iniziativa della Finsider (con il contributo delle principali industrie del settore), fu il vero “cuore pulsante” della ricerca siderurgica statale. La sede di Castel Romano, alle porte di Roma, fu concepita come un campus ad altissima tecnologia dotato di laboratori avanzati e impianti pilota. Divenne uno dei centri di ricerca sui materiali più importanti d’Europa, specializzato in chimica dei materiali, prove di fatica, acciai speciali e leghe ad alte prestazioni.
La Terni e il Polo degli Acciai Speciali (Terni)
Per la produzione di acciai speciali (inossidabili, magnetici per trasformatori e fucinati per l’industria nucleare ed energetica), la sede elettiva di ricerca e sviluppo fu lo stabilimento di Terni. Dotato di propri centri di ricerca metallurgica avanzata, il polo di Terni fu all’avanguardia nelle tecnologie di affinazione e trasformazione dei prodotti ad altissimo valore aggiunto.
Laboratori di Processo negli Stabilimenti di Produzione:
Nei principali centri a ciclo integrale (specialmente Taranto e Cornigliano) vennero affiancati laboratori tecnologici direttamente collegati al CSM. Taranto, in particolare, divenne il centro operativo per le sperimentazioni su scala industriale per acciai destinati a grandi tubazioni petrolifere e gasdotti ad alta pressione.
Un patrimonio industriale che non può essere interrotto.
Come può essere interrotto un patrimonio industriale di tale importanza per un paese come l’Italia? Quanto ha inciso la decisione scelta sul Britania a Civitavecchia di privatizzare e depotenziare un bene strategico pubblico come la produzione di acciaio da ciclo integrale?
L’interruzione e il successivo smantellamento del polo siderurgico pubblico rappresentano uno dei passaggi più complessi della storia industriale italiana. Per capire come si sia potuto dismettere un bene così strategico, occorre analizzare sia il contesto geopolitico-economico degli anni ’90 (di cui l’incontro sul Britannia è diventato il simbolo), sia l’impatto reale che la privatizzazione ha avuto sul settore.
Come è stato interrotto il modello pubblico?
L’interruzione del modello della siderurgia di Stato si è verificata a causa di una convergenza di pressioni esterne e fragilità interne:
- Il debito accumulato negli anni ’70 e ’80:
Nel ventennio precedente, l’IRI era stato gradualmente trasformato dal potere politico in un “ammortizzatore sociale” (impiegato per assorbire crisi occupazionali e sostenere aziende in perdita), accumulando un debito gigantesco. La crisi energetica globale e la sovraccapacità produttiva europea fecero il resto.
- I vincoli di Maastricht e le regole UE sugli Aiuti di Stato:
Con la firma del Trattato di Maastricht (1992) e l’accordo Andreatta-Van Miert (1993), l’Italia si impegnò con la Commissione Europea a ridurre drasticamente il proprio debito pubblico e a vietare i sussidi statali alle imprese pubbliche in perdita. La siderurgia statale (Finsider/ILVA), accusata di concorrenza sleale dai produttori europei privati, non poteva più essere ricapitalizzata dallo Stato.
Il ruolo del Britannia e la scelta della privatizzazione
L’incontro del 2 giugno 1992 sul panfilo reale Britannia (al largo di Civitavecchia) tra alti dirigenti pubblici italiani (tra cui Mario Draghi, allora Direttore Generale del Tesoro) e rappresentanti della finanza internazionale segnò il cambio di paradigma: il passaggio dallo Stato imprenditore allo Stato regolatore.
L’obiettivo dichiarato sul Britannia non era specificamente la distruzione dell’industria pesante, ma l’avvio della più imponente campagna di privatizzazioni d’Europa per raccogliere liquidità, ridurre il rapporto debito/PIL ed entrare nell’Unione Monetaria (Euro). La siderurgia, considerata un settore maturato, altamente inquinante e non più remunerativo per le casse pubbliche, fu tra i primi comparti messi sul mercato.
Quanto ha inciso la privatizzazione sull’acciaio da ciclo integrale?
L’impatto della decisione di privatizzare e frammentare la siderurgia pubblica a ciclo integrale si è rivelato profondo e irreversibile sotto diversi aspetti:
Svendita a “spezzatino” e perdita della regia unitaria (1995):
L’ILVA venne smembrata e venduta ai privati (principalmente al Gruppo Riva per Taranto e alla ThyssenKrupp per gli acciai speciali di Terni). Con la liquidazione della Finsider e dell’IRI, l’Italia perse la regia strategica nazionale in grado di coordinare la filiera (dalla materia prima al prodotto finito).
Definanziamento della Ricerca e del Capitale Umano
Il Centro Sperimentale Metallurgico (CSM), privato del sostegno statale coordinato, fu venduto e progressivamente ridimensionato. I gruppi privati acquirenti, mirando al recupero rapido dell’investimento, tagliarono la spesa in R&S di lungo termine per concentrarsi sulla produzione a breve termine.
Separazione tra produzione e sostenibilità ambientale:
Mentre la gestione pubblica aveva accumulato ritardi nell’ammodernamento ecologico, la gestione privata subentrata negli anni ’90 a Taranto privilegiò la massimizzazione dei volumi produttivi (superando i 10 milioni di tonnellate/anno) a scapito degli investimenti ambientali e della salute del territorio. Ciò ha portato al sequestro degli impianti nel 2012 e a un decennio di crisi giudiziarie, industriali e sanitarie.
Dipendenza strategica dall’estero
Il depotenziamento dei cicli integrali pubblici (con le chiusure successive di Bagnoli, Cornigliano e la crisi permanente di Taranto) ha costretto la manifattura italiana a dipendere dalle importazioni di ghisa e acciaio grezzo dall’estero (Cina, Russia, Ucraina), indebolendo la sovranità industriale del Paese sui materiali di base.
La privatizzazione decisa all’inizio degli anni ’90 permise all’Italia di centrare i parametri di bilancio per l’ingresso nell’Euro, ma privò la seconda manifattura d’Europa della sua “infrastruttura di base”, trasformando un bene strategico d’eccellenza in un’emergenza industriale permanente.
Ora “il destino cinico e baro”, mentre implode il progetto dirigistico della UE di Maastricht mette di fronte all’Italia – che ha oggettivamente un ruolo geopolitico strategico sul Mediterraneo – una scelta di grande rilevanza politica: il rilancio di un settore con tutte le accortezze del caso specialmente sulla questione ecologica – strategico della siderurgia a ciclo integrale , luogo di produzione ma anche di permanente ricerca di acciai di qualità come segnale di una volontà di sviluppo produttivo e di grande impegno nel settore delle grandi infrastrutture di cui il paese ne ha un grande bisogno.
Oppure ci acquattiamo solo sul versante della logica commerciale e contoterzista?
Ieri a Taranto sono state annunciati 2500 licenziamenti nel settore dei servizi all’acciaieria: un brutto segnale.





