
di Sergio Restelli
L’attesa è quel sentimento ambivalente fatto di speranza e di ansia che si fa strada nel cuore e che lentamente ti penetra nelle vene. Attendere, aspettare e rinviare. L’attesa si fa corpo nello sguardo, dove si stratificano il timore, l’angoscia, la speranza e talvolta tragicamente il silenzio, perché lo sguardo che attende chiede di rintracciare nello sguardo dell’altro a cui si rivolge una risposta alla sua attesa”. L’attesa è la speranza.
L’ attesa è “tendere a”. É movimento. Non ancora arrivo, ma non più inizio. È qualcosa che non si può toccare con mano. È un limbo. Né essere, né non essere. Potenza che non è ancora atto, potenza che non è più potenza,esprime una finalità interiore. È un concetto che individua la presenza di forma pur nel determinarsi della forma stessa. Significa avere in sé una potenzialità non finita. Potremmo dire che è una condizione mentale, in cui siamo in “procinto di”, tendiamo ad un obiettivo a cui non siamo ancora giunti.
L’arte dell’attesa, è quella “condizione perenne di aspettative e speranze che portano in se stesse un valore intrinseco, al di là della loro realizzazione.
Non è poi così diverso da quello che scriveva Leopardi ne Il sabato del villaggio, quando descriveva il giorno prima della festa come momento di massima felicità, più importante della festa stessa”. È l’emblema della vita umana e della sua limitatezza Penelope aveva atteso il suo Ulisse per vent’anni, certa del suo amore verso di lui. Ella padroneggiava molto bene la capacità di “portare dentro l’altro” percependolo altro da sé. Condizione questa, ben diversa dal vivere nel “tutto e subito”ove non possiamo pensare di sopravvivere alla separazione nemmeno per un istante, “aspettare qualcosa” sarà sinonimo di aspettarci qualcosa, siamo noi che aspettiamo e che quindi interpretiamo, volenti o nolenti, la realtà in cui viviamo e su cui facciamo predizioni.
Questo caratterizza tutti gli esseri umani. Interpretare, predire, aspettare, aspettarsi. Ma cosa si aspetta l’uomo da un mondo tanto imprevedibile? Di essere capito, accontentato come un bambino a cui si è guastato un giocattolo e pretende che gli sia aggiustato? La realtà non capisce, non accontenta. La Natura non è lì pronta a servirci, anzi a volte può mostrarsi ostile. È Natura matrigna, come poetizzava Leopardi, perché resta indifferente di fronte alle nostre azioni e non “ragiona” e non “concettualizza” come fanno gli esseri umani.
La Natura agisce. È azione insaziabile. È atto. Mai attesa. La Natura non aspetta e non si aspetta nulla, né da se stessa, né da noi esseri insignificanti, “senza significato” per lei,siamo animali significanti e desideranti, intrisi di semantica e simboli. Sin dai tempi più remoti aspettiamo quel “qualcosa” che verrà ma che alla fine non è mai giunto. Trascorriamo la nostra vita aspettando,poi, quando finalmente siamo più vicini alla nostra meta ci fermiamo.
Non viviamo per passare dal punto A al punto B, ma per stare in mezzo, tra A e B. Ci piacciono i drammi, tipici della natura umana, ci piace complicare le cose piuttosto che semplificarle. Alla fine ci troviamo ingarbugliati in così tanti nodi che siamo stati intrappolati da noi stessi. Ci costruiamo noi le nostre gabbie, ci chiudiamo dentro e urliamo di voler essere liberati da noi stessi. Siamo punti in mezzo alle linee infinite dell’esistenza. Chi arriverà a destinazione, chi giungerà alla fine delle linee, alla fine della vita, risolverà ogni mistero umano. La vita, la morte. E l’attesa, solo allora, cesserà di essere.
Siccome la vita vive finché c’è un ‟ancora” da vivere, l’attesa e la speranza sono le dimensioni costitutive della vita, Sia l’attesa sia la speranza hanno a che fare con il futuro, quindi con la vita che ha da venire. L’attesa con l’avvenire immediato solitamente legato a un evento, la speranza con un futuro lontano pieno di promesse, senza le tracce dell’ansia, dell’inquietudine, della perplessità, dell’insicurezza che caratterizzano l’attesa. C’è infatti un forte nesso tra l’attesa e l’angoscia.
Nell’attesa infatti c’è una vertiginosa accelerazione e un’enigmatica anticipazione del futuro che brucia il presente e rende insignificanti i suoi momenti, perché tutta l’attenzione e la tensione sono spostate in avanti, spasmodicamente concentrate sull’evento che si attende, come evento di felicità che può andare delusa o come evento infausto che non si sa come evitare. Nell’attesa non c’è durata, non c’è organizzazione del tempo, perché il tempo è divorato dal futuro che risucchia il presente a cui toglie ogni significato, perché tutto ciò che succede è deviato dall’attesa, che prende forma nello sguardo e nel volto.
Attendere, aspettare significa ‟guardare”. L’attesa si fa corpo nello sguardo, dove si stratificano il timore, l’angoscia, la speranza e talvolta tragicamente il silenzio, perché lo sguardo che attende chiede di rintracciare nello sguardo dell’altro a cui si rivolge una risposta alla sua attesa,come nella relazione medico-paziente, a partire dall’attesa scritta nello sguardo del paziente e dalla risposta a quell’attesa ignorata dallo sguardo del medico, che spesso non vede persone ma sintomi, non percepisce vissuti ma deragliamento di comportamenti, pensa di poter guarire un’anima prescindendo dell’anima.
Quando lo sguardo si fa clinico‟È più facile scrivere una ricetta che parlare con un sofferente”, la competenza ha il sopravvento sull’umanità, l’estraneità sulla richiesta di comprensione, e l’attesa che modulava lo sguardo del paziente ricade su se stessa delusa e ignorata. Nell’affidarla alla genericità del farmaco non si è colta la specificità della sofferenza, perché il modo di ammalarsi, se è uguale per tutti quando le malattie sono del corpo, è specifico per ciascuno quando la malattia è dell’anima, per cui equiparare la competenza psichiatrica alla competenza medica significa non solo ignorare la specificità della sofferenza psichica, ma anche la specificità dell’intervento psichiatrico, che con quello medico ha solo marginali similitudini.
Lo sguardo del medico, più del farmaco, può restituire speranza all’attesa iscritta nello sguardo del paziente, perché la speranza, guardando più lontano e ampliando lo spazio del futuro, distoglie l’attesa dalla concentrazione sul presente e, liberandola dall’immediato, la dilata in orizzonti che la concentrazione sul presente aveva cancellato. Speranza, infatti, è l’apertura del possibile, essa fa riferimenti a quei nuovi cieli e a quelle nuove terre che sono promessi dalla religione, dall’utopia, dalla rivoluzione, dalla trasformazione personale che siamo soliti temere, perché arroccati alla nostra identità, assunta come un ‟fatto” e non come una interminabile e mai conclusa ‟costruzione”.
Noi siamo una costruzione. E se l’attesa è l’ansia che quella costruzione che noi siamo abbia buon fine, la speranza attiva il nostro comportamento affinché sia nelle nostre mani l’accadere del buon fine. In questo senso diciamo che l’attesa è passiva, essa vive il tempo come qualcosa che viene verso di noi, la speranza invece è attiva perché ci spinge verso il tempo, come quella dimensione che ci è assegnata per la nostra realizzazione. Il dolore, la sofferenza, l’infelicità sono sempre accompagnati da un margine di passività. Effetto psicologico della cultura religiosa che ci fa pensare ‟nelle mani di Dio”, il quale, se sappiamo sopportare, sa garantirci la vita eterna.
I greci, che non avevano speranze ultraterrene, conoscevano la crudeltà della natura che vive della morte degli individui che genera e, a partire da questa visione tragica, insegnavano a sostenere il dolore e, per il breve tempo che ci è concesso di vivere, a condurre una ‟vita buona” che, se ben governata e non gettata in balia degli eventi, poteva essere anche una vita felice. Attivi per quel tanto che ci è dato da vivere, non passivi perché ‟nelle mani di Dio”. E siamo attivi quando con la speranza andiamo verso il tempo e non quando con l’attesa aspettiamo che il tempo venga verso di noi.
Quando l’attesa è disabitata dalla speranza subentra la noia, dove il futuro perde slancio e il presente si dilata in uno spessore opaco dove il tempo oggettivo, quello dell’orologio, cadenza il suo ritmo sul tempo vissuto che si è arenato, infossato, arrestato. Nella noia ogni attesa è risucchiata, ogni speranza è estinta, non ci sono più né progetti né storia, ma tutto affoga nel gorgo di un presente, dove ogni orizzonte di senso si inaridisce e si spegne. Se un giorno è come tutti, tutti i giorni sono come uno solo, nell’uniformità perfetta di una vita che assapora quel vuoto d’esperienza che accade quando si sono vanificate tutte le attese, tutte le speranze, tutte le illusioni.
È allora che l’impossibile, come un muro, sbarra tutte le vie del possibile che alimentano il futuro. E lo spazio lasciato vuoto dal futuro, disertato sia dall’attesa sia dalla speranza, viene occupato dal dilagare del passato che divora tutte le attese e tutte le speranze, sottraendo al tempo la sua dimensione a venire.E’ a questo punto che dalla noia si passa alla depressione, che fa retrocedere tutte le parole che invitano alla speranza, affondandole in quell’inarticolato all’altezza del quale c’è solo il grido che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio che, massiccio, avvolge la solitudine della depressione come stato dell’animo senza tempo.
Senza attesa e senza speranza il tempo si fa deserto che, in assenza di futuro, si espande dal presente muto in cui, per invivibilità, il depresso disabita ogni evento, al passato che ha disertificato amori che non si sono radicati, creatività estinte al loro sorgere, ricordi che non hanno nulla a cui riaccordarsi, in quella solitudine frammentata dove l’identico, nella sua immobilità senza espressione, coglie quell’altra faccia della verità che è l’insignificanza dell’esistere. E allora la morte, questo assoluto silenzio, inizia a parlare con il tono tranquillo di chi sa quanto, in certe circostanze, sia seducente il suo invito. Fine del baccano indiavolato con cui quotidianamente tentiamo di distrarre la nostra anima.
Un baccano che è la parodia del grido che affonda in un tempo senza attesa.Anche nel suicida la speranza non è del tutto estinta, perché non si potrebbe compiere quel gesto se la morte non fosse vista come la sola ragione di vita, dopo che le speranze sono state negate, le illusioni falciate e le attese sono apparse senza fine. Questa condizione così frequente nell’adolescenza spesso si prolunga nella vita, ora mitigata, ora esasperata, ora frenata e ora scompensata. Resa fragile dagli eventi e dalle situazioni tragiche che spesso sconfiggono un’esistenza, la speranza porta alla morte come ‟ultima speranza” quando questa più non riesce a proiettarsi in un futuro, perché più non è capace di recuperare un passato.
Sia Giuda sia Pietro, infatti, hanno tradito Gesù, ma mentre Giuda, suicidandosi, ha assegnato al passato il compito di esprimere tutto il senso della sua vita, Pietro ha conosciuto la fatica di ri-assumere il proprio passato togliendogli l’onore di dire l’ultima parola sul senso della sua vita. Questo è lo spazio dove si gioca la speranza o il gesto suicida. Sperare, infatti, non significa solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come è possibile configurare quel passato che ci abita, per giocarlo in possibilità a venire. Suicidarsi invece è decidere che il nostro passato contiene il senso ultimo e definitivo della nostra vita, per cui non è più il caso di ri-assumerlo, ma solo di porvi semplicemente fine.
E così sia la speranza sia il suicidio giocano i loro dadi sul passato e sul senso che il passato viene assumendo per me. E siccome sono io a dar senso al passato, nella speranza c’è la libertà di conferire al passato la custodia di sensi ulteriori, mentre nel suicidio c’è l’illibertà di chi nel passato vede solo un senso inoltrepassabile e perciò definitivo.,osservato per una vita la notte enigmatica e buia della follia, e che ben si adattano anche alla nostra vita, dove l’enigma non è del tutto estraneo e il buio, conseguente al naufragio della speranza, mai definitivamente scongiurato.





