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LA VERA ALCHIMIA

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di Filippo M. Leonardi

Nell’opinione comune l’alchimia è il precursore della chimica in una forma empirica e ancora non sviluppata in senso scientifico e perciò più simile ad una sorta di filosofia di tipo esoterico e quindi espressa per allegorie e simboli per occultarne i procedimenti e gli scopi.

La tradizione alchemica occidentale emerge in Egitto nel periodo ellenistico, nell’area di influenza della Biblioteca di Alessandria, mescolando elementi di provenienza egiziana, ebraica e greca.

Per questo fu assimilata alla tradizione ermetica, che prende il nome da Ermete, l’equivalente greco del dio egiziano Toth.

Tra gli alchimisti del periodo ellenistico dobbiamo annoverare personaggi leggendari o fittizi come Chymes, Mosè, Ostane, Ermete, Iside, Pibechios, Agatodemone e Maria l’ebrea, oppure personaggi storici come Bolo di Mende e Zosimo di Panopoli.

Successivamente la tradizione alchemica si diffuse per mezzo degli Arabi che nel frattempo avevano occupato l’Egitto ed esteso il loro dominio tra oriente e occidente. Nel medioevo cristiano l’alchimia fu tenuta in grande considerazione, discussa nelle università e oggetto di ricerca da parte di ecclesiastici e santi. In seguito si confuse con lo sviluppo della moderna chimica, per poi essere declassata a ciarlataneria.

Il campo di applicazione apparente dell’alchimia occidentale era la metallurgia con il fine principale di perfezionare i metalli e in particolare di trasmutare il piombo in oro. In realtà la trasmutazione materiale del piombo, che è il metallo più grossolano e opaco, nell’oro che è il metallo più perfetto e splendente, è la rappresentazione simbolica di una trasformazione interiore dello stesso operatore che trascende la materia imperfetta del suo corpo per conseguire la perfezione spirituale. Il risultato di questo perfezionamento si ripercuote anche sul piano materiale conferendo lunga vita esente da malattie, come effetto collaterale e secondario. La ricerca della cosiddetta pietra filosofale, in grado di favorire il processo di trasmutazione metallica, si confonde perciò con quella dell’elisir di lunga vita. D’altronde la tintura in grado di conferire ai metalli il colore dell’oro, in greco è chiamata pharmakon, termine che ha anche il significato di “medicina” e dunque allude alla panacea, la medicina universale in grado di curare tutte le malattie.

L’alchimia occidentale utilizzava anche il simbolismo astrologico poiché i sette metalli avevano una corrispondenza diretta con i sette pianeti, per cui la luna era l’equivalente dell’argento, Mercurio dell’argento vivo, venere del rame, il Sole dell’oro, Marte del ferro, Giove dello Stagno e Saturno del Piombo.

Ma se il linguaggio dell’alchimia occidentale fu sempre abbastanza oscuro e velato, possiamo prendere come termine di paragone l’alchimia cinese che fu molto più esplicita riguardo alle implicazioni mediche e sul conseguimento della prolongevità, distinguendo la cosiddetta alchimia esterna (waidan) che utilizzava sostanze farmacologiche esterne, dall’alchimia interna (neidan) che invece si basava su tecniche fisiche e mentali per distillare il cosiddetto elisir utilizzando il corpo dell’operatore come recipiente, ovvero operando il controllo delle funzioni fisiologiche come respirazione, circolazione, ecc.

In tal senso l’alchimia interna cinese ha evidenti analogie con lo yoga della tradizione indiana, che a sua volta presenta delle evidenti somiglianze con il simbolismo ermetico. In particolare nel kundalini yoga la forza risalente lungo la colonna vertebrale è assimilata ad un serpente e i due canali principali che attraversano il corpo, ida e pingala, sono attorcigliati a spirale intorno al canale centrale sushumna. Questo schema è pressoché identico allo scettro di Ermete, detto Caduceo, che ha due serpenti intrecciati intorno ad un bastone verticale. La versione con un solo serpente, detta Verga di Asklepio, si è conservata fino ai nostri giorni come simbolo della medicina farmacologica.

Nel kundalini yoga i due canali laterali si intrecciano in corrispondenza di sette centri corporei chiamati “ruote”, in sanscrito chakra. Ora, abbiamo una interessante illustrazione nella Theosophia Practica del filosofo ermetico Johann Georg Gichtel, anno 1696 circa, che colloca i sette pianeti, ovvero i sette metalli, all’interno del corpo umano più o meno nelle stesse posizioni dei chakra, collegati fra loro da un percorso a spirale.

Per lungo tempo l’alchimia occidentale è stata misconosciuta e fraintesa sia per l’indisponibilità ad esporre i suoi principi in forma esplicita, sia per la confusione con movimenti parassitari che ne interpretavano gli insegnamenti in forma esclusivamente materiale.

In tempi recenti è stato Julius Evola a rivalutare l’alchimia come scienza spirituale evidenziando fra le varie opere ermetiche, tutti quei brani che in qualche modo suggerivano tale interpretazione. Purtroppo, a causa del suo orientamento politico ed esoterico, Julius Evola è sempre stato ostracizzato negli ambienti accademici che ne evitano qualsiasi menzione o citazione.

Ancora oggi l’alchimia resta oggetto di fraintendimento riguardo ai sui fini e ai suoi metodi, sia per chi la considera esclusivamente dal punto di vista materialistico, quindi come un vano tentativo di trasmutare gli altri metalli in oro oppure come intenzionale truffa da parte di ciarlatani e falsificatori, sia per chi ha intuito il suo valore spirituale confondendo però lo spirito con la sola componente psicologica dell’uomo.

Malauguratamente la psicologia moderna, nelle figure di Silberer e Jung, ha riscoperto le opere di Zosimo e altri di alchimisti dandone una interpretazione spirituale completamente errata e fuorviante che si fonda sulla confusione tra anima e spirito, ovvero tra quello che i greci chiamavano rispettivamente psyche e pneuma. Tuttavia, se Silberer considerava l’interpretazione psicanalitica come alternativa a quella tradizionale, Jung ha chiaramente assimilato la ricerca alchemica a metafora dell’esplorazione dei meandri dell’inconscio, identificando inoltre i simboli alchemici a modelli psichici innati e universali da lui chiamati “archetipi”.

In realtà l’alchimia, come tecnica di realizzazione spirituale in senso tradizionale, non si basa su processi di tipo psichico, ma piuttosto di tipo corporeo, per il fatto che è il corpo a riflettere inversamente lo spirito, mentre l’anima ne costituisce il tramite intermedio e per certi versi anche un ostacolo. Perciò gli alchimisti affermavano che il piombo o saturno, vale a dire il corpo materiale, è oro inverso. Conseguentemente la discesa nel profondo, che è il primo passo dell’opera alchemica, non è da intendere banalmente come una esplorazione dell’inconscio, ma piuttosto come una introspezione dei processi corporei che normalmente non sono percepiti o controllati dalla coscienza nel normale stato di veglia. E per quanto riguarda i sogni o le visioni che si trovano nella tradizione alchemica fin dai tempi di Zosimo, non sono da intendersi come normali fenomeni onirici ma come la descrizione di esperienze ipnagogiche, ovvero secondo la tradizione indù, del graduale processo di discesa della coscienza attraverso i quattro stati di atma: la veglia, il sogno, il sonno profondo e la morte.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

– Herbert Silberer, Probleme der Mystik und ihrer Symbolik, 1914 > Problemi della Mistica e del suo Significato simbolico, La biblioteca di Vivarium, Milano, 1999.

– Carl Gustav Jung, Psychologie und Alchemie, 1944 > Psicologia e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino, 1981.

– René Guénon, L’homme et son devenir selon le Vêdanta, 1925 > L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, Adelphi, Milano, 1992.

– Julius Evola, La tradizione ermetica, Edizioni Mediterranee, Torino, 1971.

– Michela Pereira, L’alchimia dalle origini a Jung, Carocci Editore S.p.A., Roma, 2001.

– Erich John Holmyard, Alchemy, Penguin Books, 1957 > Storia dell’Alchimia, Odoya, Bologna, 2009.

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