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La sinistra ha un problema: il popolo

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La sinistra ha un problema: il popolo

Le discutibili priorità della sinistra fucsia

Tutto si può dire contro i comunisti dei tempi andati, quelli pre-caduta del muro di Berlino, tranne che non avessero un rapporto fortissimo con il popolo.

Nelle feste dell’Unità si parlava il dialetto, si gustavano i piatti tipici, veniva suonata la musica popolare e perfino i giochi a premi erano quelli della tradizione.

Nel simbolo del PCI disegnato dal pittore Renato Guttuso figurava, sia pure seminascosto dietro la bandiera rossa con la stella, la falce e il martello, il tricolore italiano.

L’identificazione con la popolazione, i suoi principi e bisogni, l’azione concreta della fitta rete associativa che i comunisti seppero creare con il generoso volontariato dei militanti, fu una delle ragioni del loro successo.

Erano, a modo loro, missionari di un’idea; pessima, orribile, ma una speranza sorretta per generazioni.

I loro eredi – che non si sa neppure come chiamare, progressisti, sinistra, campo largo – hanno un problema evidente con il popolo, a dimostrazione che le categorie di destra e sinistra – tenute in vita per l’interesse convergente delle due metà del sistema – non descrivono la società contemporanea.

Alto e basso, popolo ed élite (o, meglio, oligarchie più ceti semicolti di supporto) centro e periferia fotografano assai meglio il conflitto odierno.

Senza cadere nel municipalismo, ne è un esempio la giunta comunale di Genova, città deindustrializzata, decaduta, afflitta dallo spopolamento, ferita da un’immigrazione di infimo livello.

Recuperato il potere più per colpa dell’insipienza maldestra (l’aggettivo giusto) degli avversari che per meriti propri, i prodi progressisti hanno messo a segno, uno dopo l’altro, i seguenti colpi: regolarizzazione anagrafica di figli di lesbiche e gay nati con le più svariate tecniche artificiali; enfatizzazione del Gay Pride, a cui ha partecipato il sindaco (pardon sindaca) glamour Silvia Salis con figlioletto di pochi anni al seguito; spesa di 156 mila euro annui per una consulente LGBTQI+; ufficializzazione della cosiddetta “carriera alias” per i dipendenti municipali in disaccordo con il sesso biologico, da estendere a tutti i cittadini con menzione sui documenti.

Se Giovanni Battista Parodi si percepisce come Jessica, potrà vederlo scritto nero su bianco, salvo revoca.

Queste sono le priorità della sinistra fucsia.

Al contrario, fastidio evidente per l’adunata degli alpini, amatissima dai genovesi. I comunisti d’antan si rivoltano nella tomba; i sopravvissuti scuotono la testa; come il compagno fedele alla linea impersonato da Maurizio Ferrini, non capiscono ma si adeguano.

Nel campo della politica sociale, tracollo dei trasporti pubblici, sempre più scarsi, sempre più pericolosi di sera, come sanno passeggeri e autisti. Le tasse comunali – IMU e rifiuti-  schizzano alle stelle.

I commercianti associati si ribellano, ma la giunta intima ai loro capi di dimettersi in quanto “fanno politica”. Peccato mortale se non sei dal lato giusto, il loro.

La polizia locale è latitante – multe agli automobilisti a parte – e dinanzi a una criminalità sempre più proterva fa spallucce e non ha il taser, vietato dalla prima cittadina ex lanciatrice di martello, arrampicatrice sociale à la page.

Infastidito disinteresse per la sicurezza dei cittadini, a cui sono offerti futili circenses: il comune paga gli intrattenimenti di piazza.

Insomma, niente per la gente normale, tutto per le minoranze, gli stranieri e le comunità – sessuali e non – borderline. Capricci postborghesi a uso della gente che si piace. Anche troppo.

La sinistra ha un problema con il popolo perché è incapace di comprendere i legami etno-culturali, la lingua, la memoria, i sentimenti, la continuità della nazione; in breve, tutto ciò che costituisce un popolo.

La ragione è elementare: marxisti e postmarxisti condividono lo stesso atomismo, lo stesso individualismo – mascherato da attenzione per gli “ultimi” – dei liberali.

Hanno abbandonato il comunismo come prospettiva economico sociale, mantengono la massificazione, l’omologazione per motivi non troppo dissimili dal fratello furbo liberale, di cui hanno assunto l’ideario liberista, libertario, libertino.

Ecco perché sono infastiditi dalla richiesta di sicurezza e di ordine che sale dal basso e applaudono l’arrivo di popoli che sostituiscono il proprio.

Lo intuì un comunista a ventiquattro carati, il drammaturgo Bertolt Brecht, che, in un’opera teatrale, mise in bocca al portavoce del Partito (se ha la maiuscola è il comunista): “il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”. Da un lato favorendo la sterilità, dall’altro aumentando l’immigrazione contro la volontà della trascurabile maggioranza (Ennio Flaiano).

La crisi della società multietnica ha superato la soglia della sopportazione, al punto che la remigrazione ha cessato di essere un tabù, mentre permane l’intolleranza progressista.

La risposta è uguale al cane di Pavlov: quello sbavava al suono della campanella, annuncio del cibo, questi perdono la ragione al suono della parola fascismo, sapientemente evocata da intellettuali e politici di servizio.

Nonostante la follia woke stia generando repulsione, professori e intellettuali di una certa sinistra non riescono a superare il tabù migrazionista.

L’immigrazione è esclusivamente considerata l’effetto di un sistema economico che permette la delocalizzazione delle fabbriche, lo sfruttamento dei Paesi del Terzo Mondo e la svalutazione salariale attraverso l’arrivo di soggetti disposti ad accettare i lavori che “gli italiani non vogliono più fare” (per salari da fame concordati dai sindacati).

I proletari di ieri, classe levatrice della rivoluzione, sono sostituiti dagli immigrati e dalle minoranze sessuali: la lezione dei francofortesi.

Senza mettere in discussione queste dinamiche ben note, occorre ribadire che la sinistra ha sempre avuto problemi con il concetto di popolo, per il pregiudizio vetero marxista che considera le masse semplici moltitudini senza volto mosse unicamente da motivazioni economiche. Benché con diversi presupposti, lo stesso indifferentismo liberale.

Questo porta a guardare coloro che si trovano ai gradini più bassi della scala sociale (gli immigrati) in modo compassionevole e giustificativo, vittime di un processo che crea vite sprecate (Zygmunt Bauman).

Da qui il disinteresse per i legami etno-culturali, la specificità nazionale, la memoria e la continuità intergenerazionale. Per un pezzo significativo della sinistra, il popolo non esiste in quanto tale. È un conglomerato in continuo divenire, plastico, malleabile, costantemente manipolato.

Effetti come l’impossibilità di integrazione tra popoli e culture opposte vengono minimizzati, considerati un problema secondario, superabile una volta risolte (come?) le contraddizioni del sistema capitalistico. Una riproposizione del marxismo tradizionale, adattato al multiculturalismo.
Vietato parlare di razze. Finirebbe per dare argomenti ai fascisti.

Il timore di essere confusi con loro o, semplicemente, di riconoscere l’esistenza di popoli e identità diverse, irriducibili a una mescolanza globale, provocherebbe l’ennesimo cortocircuito in un’ideologia dai molteplici fallimenti, aggrappata a un antifascismo isterico che oscura qualsiasi ragionamento dettato dal buon senso e dal principio di realtà.

Anche personalità come D’Orsi, Brancaccio, Canfora, ricadono puntualmente nello stereotipo della plebe razzista che non accetta né integra gli immigrati, osservando che “senza di loro nessuno raccoglierebbe i pomodori”. Non colgono il sottile razzismo dell’argomento, già risibile in sé.

La questione della sopravvivenza etnica resterebbe anche se questo sistema implodesse oggi stesso, come accadde al comunismo sovietico.

Decine di milioni di nordafricani e subsahariani rimarrebbero qui, con cultura e valori totalmente estranei agli europei, popoli deboli da depredare.

Ciò che ci si rifiuta di vedere è che una guerra etnica non sarebbe determinata dalle contraddizioni del capitalismo, ma dall’enorme massa di estranei che si riverserebbero nella mischia anche se fosse realizzato un sistema di redistribuzione più equilibrato.

Un’interpretazione puramente economica dell’intera personalità umana riduce la cultura, il patrimonio etnico e la memoria collettiva a un mero dato situazionale, esattamente come nella mentalità liberale.

Questo è ciò che i convertiti al progressismo non hanno capito e che la destra identitaria aveva intuito – inascoltata – già negli anni Ottanta, quando il socialismo reale stava crollando e il capitalismo si appropriava dei resti.

È necessario dissipare i malintesi e chiarire la gerarchia delle priorità per l’azione politica, liberata dai pregiudizi che confermano i principi delle società di mercato liberal-capitaliste, distruttrici di identità più dei marxisti, oltreché portatrici di intollerabili ingiustizie sociali.

Le differenze tra i popoli esistono e, come avvertiva Guillaume Faye, ciò che bisogna evitare è un’apocalittica guerra etnica che, insieme ad altre forze centrifughe – il conflitto tra Russia e Ucraina, il riarmo, la crisi energetica – rischia di precipitarci nel caos.

La sinistra comunque denominata, nemica della gente comune, è la principale forza collaborazionista del “sistema per uccidere i popoli” che Faye descrisse con precisione chirurgica quasi cinquant’anni fa.

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