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LA POLITICA CHE NON C’E’, GUARDIAMO AL PASSATO PER RIPENSARE IL FUTURO – PARTE III ED ULTIMA

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di Antonio Foccillo
Un altro momento particolarmente critico nella vita delle confederazioni fu lo scontro cc.dd. di S. Valentino, quando nel 1984 il governo Craxi, per abbattere l’inflazione, propose il taglio di alcuni punti di contingenza. Il Governo, con Spadolini prima e con Craxi poi, ridusse notevolmente l’inflazione, portandola dalle due cifre di prima ad una.
Il 15 dicembre allo sciopero generale di 9 ore in Liguria, Giorgio Benvenuto, intervenuto in nome della federazione unitaria, non riuscì a finire il comizio e fu l’ennesimo caso che esasperò i rapporti fra le confederazioni. Il 13 Gennaio a Bologna, Agostino Marianetti, segretario aggiunto della Cgil, fu duramente contestato durante un comizio, innescando ulteriori polemiche fra la Cgil comunista, Cisl, Uil e socialisti Cgil.
Nei luoghi di lavoro il confronto fu molto aspro e difficile, proprio per le posizioni diverse delle tre sigle e per l’opposizione a qualsiasi accordo con governo Craxi sia del Pci che della Cgil. Contrasti che si accentuarono sempre di più e portarono addirittura alla rottura della federazione unitaria. Nella riunione dell’ultimo direttivo unitario del 7 febbraio 1984, Carniti (Cisl) improvvisamente andò al microfono e dichiarò sciolta la riunione. La decisione anche se era stata concordata, colpì tutti  per il commento di Carniti che disse: “Attenzione qui è finita la federazione unitaria, noi siamo cattolici, ma non offriamo l’altra guancia[1] . Così si decretò la fine della federazione unitaria.
In molte fabbriche del Nord le divisioni si ripercossero anche fra i lavoratori, dove si diffuse uno “spontaneismo” protestatorio contro la posizione delle altre organizzazioni. Del Turco (Cgil) dichiarò  che l’insofferenza nasceva nelle fabbriche, ma il Pci la alimentava. Si aprì una campagna denigratoria nei luoghi di lavoro e nel Paese nei confronti della Uil e della Cisl da parte dell’anima massimalista, che sostenne, falsamente e strumentalmente, che queste due organizzazioni avevano sottoscritto il protocollo governativo. Mentre, invece, vi era stata solo una formale comunicazione di adesione al Governo. Analoga comunicazione fu inviata da tutte le organizzazioni imprenditoriali, che avevano partecipato al negoziato.
Il governo Craxi, approvò il decreto il 14 febbraio del 1984, che recepì i contenuti di quella che era stata la discussione fino quel momento con le parti sociali, più altri decreti che riguardavano varie misure. Il primo decreto decadde per l’ostruzionismo del Pci e il governo presentò un decreto bis, che l’8 giugno del 1984 ebbe l’approvazione del Parlamento e fu convertito in legge il 12 giugno.   
     
Il dibattito si infiammò, mentre Uil, Cisl e i socialisti della Cgil avevano concordato con le misure proposte dal governo Craxi, il resto della Cgil le respinse con forza. In questa posizione di rottura la Cgil fu supportata dal Pci, che avviò un confronto con  Lama, che per la verità, non condivise del tutto la posizione del partito comunista. Alla fine non prevalse la ragione e si andò ad un referendum, proclamato dal Pci, che spaccò il sindacato e la sinistra. In questo clima si andò alla campagna elettorale, indetta in una situazione paradossale, con divisioni nelle confederazioni fra la Cgil comunista, le altre due organizzazioni e i socialisti della stessa. La Cgil comunista diede vita ad una campagna elettorale denigratoria nei luoghi di lavoro nei confronti della Uil e della Cisl[2].
Si tentò fino alla fine di raggiungere un accordo, ma il tentativo di Gianni De Michelis, ministro del lavoro, alla vigilia del voto fallì.
Nonostante la mobilitazione del Pci, il referendum fu vinti dal no all’abrogazione della legge e così fu confermata la politica del governo e l’abolizione dei quattro punti di contingenza. Per il Pci fu una sconfitta secca e inattesa.   
Il Pci, per la verità, dopo il fallimento del governo di “Solidarietà nazionale”, era alla ricerca di una strategia che gli permettesse di recuperare credibilità come partito di opposizione, ecco perché i parlamentari comunisti ricorsero alla pratica dell’ostruzionismo e quando, nonostante ciò, fu approvato il decreto, il partito scelse di promuovere il referendum[3].   
“La battaglia di San Valentino oggi sembra un anacronismo, un evento fuori dal tempo. Il sipario sulla scala mobile è calato: otto anni dopo il decreto firmato da Bettino Craxi. La storia come la natura, non fa salti: a palazzo Chigi c’era Giuliano Amato, presidente del Consiglio, l’uomo che aveva assistito Craxi da Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Ma la storia a volte può essere ferocemente ironica. La scala mobile fu condannata all’eutanasia e tumulata in un terreno sconsacrato nella notte tra il 29 e il 30 luglio 1992 (la soluzione definitiva, poi, il 31 luglio)[4]”.
La scala mobile, infatti, dopo tante divisioni e scontri nel Paese, fra i partiti e nel sindacato, venne definitivamente soppressa con la firma del protocollo triangolare di intesa tra il Governo Amato e le parti sociali, avvenuta il 31 luglio 1992.
In piena tangentopoli, la politica era troppo debole e per questo si cercò di surrogarla con larghe intese fra governo e forze sociali, sulle scelte molto difficili di politica economica che il Paese fu costretto a fare, per tentare di entrare in Europa a pieno titolo. In quella situazione, il governo Amato varò una delle manovre più dure e, contemporaneamente, elaborò una serie di misure che intervennero, contestualmente, sulla previdenza, sulla pubblica amministrazione, sul fisco e sulla finanza locale, ma fu anche il governo dell’abolizione della scala mobile e del salto di un triennio contrattuale nel P.I.     
Il governo Amato  ripristinò con questi provvedimenti la politica dei redditi con un protocollo, che fu firmato dal sindacato unitariamente. La firma della Cgil comportò una rottura al proprio interno e le dimissioni da parte del proprio Segretario Trentin, che dopo un po’ rientrarono. .
Nel 1993, con il Governo Ciampi, Cgil, Cisl e Uil sottoscrissero il Protocollo sulle politiche dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali. L’accordo definì alcuni progetti per aumentare l’occupazione, per il controllo dei prezzi e tariffe, per l’avvio di un nuovo sistema di contrattazione con contratti normativi quadriennali e per la parte economica biennali, con aumenti legati all’inflazione programmata, il cui differenziale con l‘inflazione reale poteva essere recuperato nel biennio dopo.
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Senonché anche in quest’occasione in prima battuta ci fu una forte opposizione dell’area interna di sinistra della Cgil e dei sindacati autonomi, che alimentarono il «no» nelle assemblee di consultazione che si svolsero in tutta Italia tra i lavoratori, nelle quali, comunque, prevalse il sostegno all’accordo con il 67% dei voti da parte dei lavoratori[5].
Altro momento difficile nei rapporti fra e tre confederazioni fu la prima volta di un governo di centro destra, che si accentuò anche con l’accordo (Il Patto di Milano), firmato dal Comune di Milano e Uil e Cisl. La Cgil sparò a zero, perché riteneva che quell’accordo rappresentasse un vulnus ai contrati di lavoro, in quanto introduceva ulteriori flessibilità.  Con la nascita del primo Governo Berlusconi, nel 1994, si complicarono ulteriormente i rapporti fra Uil, Cgil e Cisl, perché Sergio Cofferati, segretario generale Cgil, alimentò una forte azione unilaterale, contro la possibilità di un accordo con il Governo sulle tematiche relative alla politica economica. Questo atteggiamento di privilegiare l’unità interna della Cgil, piuttosto che l’unità fra le confederazioni e, quindi, andare da soli, negli anni successivi fu spesso mantenuto anche dai suoi successori: sia da Guglielmo Epifani e sia dalla Susanna Camusso.
Con il secondo Governo Berlusconi, poi, il 31 maggio 2002, Uil e Cisl firmarono un verbale d’intesa per avviare una fase di concertazione sul tema della politica dei redditi e di coesione sociale. La Cgil si dichiarò contraria. Il tono della contrapposizione si fece duro, l’opposizione, considerò quell’accordo sindacale come l’accettazione acritica della politica economica del governo di centro destra. Si scomodarono, impropriamente, anche i sacri testi e le differenze fra massimalismo e riformismo, ma il problema che emerse, ancora una volta, riguardava il ruolo del sindacato e la sua autonomia rispetto alle scelte della politica governativa in una situazione, per la prima volta diversa del passato, cioè il sistema bipolare.
Fu avanzata la tesi che, con la firma di questo accordo, si fosse addirittura cambiata natura al sindacato. Si tralasciò, però, di considerare che il confronto fosse partito dalla proposta governativa di eliminare l’art. 18 e di ridurre il peso del sindacato, obiettivo per il quale il Governo aveva già presentato alcuni disegni di legge, pronti per essere approvati, se non si fosse fatto l’accordo. Proprio grazie alla firma dell’accordo da parte di Uil e Cisl, infatti, fu scongiurata ’eliminazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Anche sotto il profilo del modello degli assetti contrattuali si ripropose l’ennesima divisione. C’era l’esigenza di modificare la struttura contrattuale dell’accordo del 23 luglio del 1993, perché non rispondeva più né alla salvaguardia del potere di acquisto dei lavoratori, né tanto meno a corrette relazioni sindacali. Infatti, da tempo i contratti non venivano più rinnovati alle scadenze, le trattative divenivano sempre più faticose per ottenere aumenti contrattuali, che non riuscivano a recuperare neanche l’inflazione.
Nel 1997, Gino Giugni fu incaricato da Presedente del Consiglio, Romano Prodi, a indicare le modalità per una possibile nuova riforma dei contratti collettivi, ma la caduta di quel Governo non rese possibile continuare su quella via. In sostanza, il problema era realizzare una riforma radicale e complessiva del modello di decentramento contrattuale, coordinato dal centro, introdotto con l’accordo del 23 luglio del ‘93, o, viceversa, una serie di modifiche dello stesso.
Le parti sociali si dichiararono concordi sul mantenimento del doppio livello negoziale e sull’esigenza di favorire un maggiore decentramento della contrattazione. La Uil, la Cisl e la Confindustria erano a favore di un decentramento più radicale del sistema contrattuale, mentre la Cgil sostenne la conferma del sistema del ‘93, salvo alcune revisioni. Si avviò un primo confronto con la Confindustria sulla base di una proposta del sindacato, concordata unitariamente, per arrivare a nuove “regole sulla contrattazione”. Era sempre più evidente che si dovessero adeguare le regole contrattuali, anche alla luce della crisi economica mondiale del sistema finanziario e bancario, che aveva innescato una sempre più ampia perdita dell’occupazione per la conseguente crisi delle imprese.
L’unico metodo moralmente lecito, per immettere denaro nel sistema economico-produttivo era quello di destinare risorse aggiuntive ai cittadini attraverso il sistema fiscale o defiscalizzando gli aumenti contrattuali o parte delle pensioni, proprio per rilanciare i consumi.
La piattaforma unitaria affrontava proprio queste tematiche e proponeva un nuovo sistema contrattuale e di relazioni sindacali, oltre ad un dovuto incremento del potere di acquisto delle pensioni e dei salari. Di nuovo, però, si ripresentò il leitmotiv della divisione fra massimalisti e riformisti. Si raggiunse, infatti, un primo accordo fra la Confindustria, la Uil e la Cisl, ad ottobre del 2009, con le caratteristiche della sperimentazione di linee guida per una nuova contrattazione. La denominazione “linee guida” acclarava che tale documento dovesse, poi, essere portato all’esame delle altre parti datoriali, affinché potessero adattarle alle loro specificità e poi tradurle in accordi contrattuali.
Un’intesa separata, a cui fece seguito la proposta al Governo, nella duplice veste di datore di lavoro e controparte, di completarla anche con misure fiscali che favorissero la nuova contrattazione di secondo livello. Anche in quell’occasione, però, venne meno l’appoggio della Cgil. La UIL, dal canto suo, riteneva che dovessero essere rilanciati i consumi, con risorse aggiuntive, attraverso il sistema fiscale o defiscalizzando gli aumenti contrattuali o parte delle pensioni.
Non finisce qui!
Nel 2010 la storia dell’eterna lotta tra massimalismo e riformismo si ripropose nella vicenda che riguardò lo stabilimento FIAT di Pomigliano. Venne siglato un contratto, che divenne l’unico vincolante per il gruppo FIAT e l’unico a stabilire le regole di rappresentanza aziendale. La sottoscrizione di quel contratto permise, non solo di riconoscere un incremento salariale, ma soprattutto di salvare posti di lavoro, ponendo le basi per la riassunzione dei lavoratori in cassa integrazione. Lo firmarono tutte le principali sigle del settore metalmeccanico ma non FIOM. Ancora una volta a sterili proteste massimaliste si contrappose il senso di responsabilità riformista, di chi voleva salvaguardare i lavoratori e anche l’economia ed il sistema produttivo nel Mezzogiorno.
Quali furono le conseguenze di quella mancata firma? Venne preclusa la costituzione della rappresentanza aziendale del sindacato ai lavoratori iscritti alla FIOM. Solo dopo una serie di ricorsi giudiziari che lamentavano la lesione dei diritti sindacali dei lavoratori, nel 2013, la Corte Costituzionale decise l’incostituzionalità dell’art. 19 “nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale possa essere costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie dei contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell’azienda”.
Successivamente pochi sono stati i momenti unitari, anzi spesso si sono modificati i rapporti fra le tre confederazioni, con alleanza spurie a due, che hanno segnato le difficoltà di acquisire nuove conquiste. Sono personalmente convinto che Uil, Cgil  e Cisl abbiano un vissuto comune e che, se si riuscissero a colmare fino in fondo le differenze, che pure permangono, si potrebbe consentire al sindacalismo italiano di portare i valori che sono alla base della propria storia – vale a dire – democrazia, libertà, solidarietà, pluralismo e partecipazione – nella difficile partita che si sta giocando per recuperare i diritti dei lavoratori e del lavoro nel contesto nazionale ed internazionale.
Non è facile perché, in Italia e in Europa c’è una ventata di destra, con governi di destra o con governi vicini se non acquiescenti alle politiche della finanziarizzazione, che potrebbe portare a nuovi scontri ideologici.
Quindi nasce, oggi, anche alla luce della ritrovata funzione della prevalenza dell’accordo sullo scontro, l’opportunità di promuovere  un’iniziativa sindacale tale da creare un nuovo rapporto con la politica, non solo per migliorare le condizioni socio-economiche dei lavoratori, ma anche per tornare ad essere un punto di riferimento centrale nella stessa gestione della vita pubblica del Paese
  
Vorrei ricordare che negli anni ’80, all’indomani di un conflitto molto acceso alla Fiat, sostenuto in particolare dal massimalismo politico e sindacale, si rese necessario la marcia dei quarantamila quadri per far capire che le cose erano cambiate. Non bisogna aspettare un’altra reazione di questo tipo, perché oggi sarebbe più disastrosa. Non bisogna rinchiudersi nella propria “cittadella” a difendere i confini di un terreno che non è più abitato dalla maggioranza dei lavoratori.
Un sindacato che molti commentatori, oggi, dipingono in una fase di isolamento e di crisi, al solo fine di delegittimarne l’azione e la funzione. Parafrasando un libro di Garcia Marquez,.  Cent’anni di solitudine, in cui descrive un lungo viaggio di una famiglia e di un villaggio da una solitudine ad un’altra – dall’isolamento dell’ignoranza e dell’innocenza, all’isolamento della consapevolezza e dell’alienazione – così pure, oggi, il sindacato – che pure ha fatto un lungo viaggio pieno anche di qualche travaglio – se vuole dimostrare di non  esser in questo stato di isolamento, ovvero di alienazione, deve tornare ad interpretare il ruolo di soggetto indispensabile e insostituibile nella gestione anche in questa svolta politica ed economica. Di fronte a questa nuova situazione, se si vuole ridiventare protagonisti  e propositivi, il sindacato non può che svolgere un’azione confederale di rivendicazione di misure per mantenere la coesione sociale nel Paese.  
Purtroppo nel sindacato, il massimalismo il più delle volte non ha voluto cogliere a pieno le potenzialità che sempre riserva un accordo. Un sindacato, nel corso di una trattativa in cui non condivide una posizione o il merito di una proposta, deve sforzarsi di trovare le modifiche opportune, altrimenti indebolisce l’opera di mediazione propria del suo ruolo di negoziatore, senza la quale viene meno proprio alla sua funzione.
È necessario un grande impegno anche culturale per rigenerare una politica democratica, nella quale antichi valori possono essere riaffermati e quali se non il riformismo e la laicità. Il sindacato può assumere questo compito.
 
Un sindacato riformista si pone l’obiettivo di risolvere i problemi dei lavoratori e di tutti i cittadini in generale, migliorandone gradualmente le condizioni sociali, tramite un esercizio responsabile e laico del proprio ruolo che non si limiti alla mera contestazione, ma che sia propositivo e quindi partecipativo nelle scelte economico – sociali di un Paese.
 
L’azione riformista ripudia la rivoluzione e la mera conservazione dell’esistente ed interviene a governare il mutamento sociale quando questo non si ispira alla giustizia come equità. Mira alla ricerca del benessere all’interno della società con politiche di inclusione e di vera emancipazione delle persone, attraverso modifiche democratiche dell’ordinamento politico, giuridico, sociale ed economico. Oggi, come ieri, servirebbe la capacità di dialogo e mediazione ed una strategia unitaria che si contrapponga agli interessi economici finanziari e sia in grado di assicurare le garanzie di una democrazia partecipata e condivisa.
 
 
 
[1] Rassegna stampa: Assemblea Cgil, Cisl, Uil, La Stampa del febbraio 1984 
[2] A. Foccillo, 2010, La politica dei redditi e la sua giuridicità, Aracne, Roma
[3] Ivi, pag. 72
[4] G. Benvenuto, A. Maglie, 2013, Il divorzio di San Valentino, cit. pag. 441, Fondazione B. Buozzi, Roma.
[5] Per approfondire queste tematiche ci sono molti test, fra i quali anche quello di A. Foccillo, 2010, La politica dei redditi e la sua giuridicità, Aracne, Roma

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