
di Paolo Raffone
L’Occidente “vincitore” della Guerra Fredda si affermò nel 1991 con due guerre civili, l’una inter-araba nel Golfo e l’altra inter-slava nell’Europa sudorientale. Entrambi gli eventi bellici avevano un comune filo rosso: i due “maligni” (aggressori) da abbattere, Saddam Hussein e Slobodan Milosevic, avevano una discreta “confidenza” con gli apparati di sicurezza americani. Anche i due “aggrediti”, Kuwait e Bosnia, godevano di relazioni amichevoli e sostegno americano. In entrambi i casi, fu l’esercito più grande dell’Occidente, quello americano con il supporto NATO, a sconfiggerli rispettivamente nel dicembre 2003 e nell’ottobre 2000. Altra coincidenza fu nel 2006 la morte per impiccagione, per il primo, e per suicidio in carcere, per il secondo. Un Occidente über alles che fece pagare il tremendo costo delle operazioni alle classi medie con la crisi finanziaria 2006-2008.
Trent’anni dopo l’affermazione dell’Occidente “vincitore”, siamo nuovamente confrontati a due guerre civili, l’una inter-slava nell’Europa nordorientale e l’altra arabo-giudaica sulle coste meridionali del Mediterraneo. In queste guerre il filo rosso aggrediti/aggressori è più complesso ma riporta agli stessi apparati di sicurezza americani. Le leadership dei due “aggrediti”, Ucraina e Israele, sono strutturalmente correlate agli apparati americani. Invece, i due “aggressori”, il movimento insurrezionale palestinese Hamas e la Russia, sarebbero all’apparenza indipendenti se non fosse per alcuni dettagli. Per il primo, la cui origine israeliana è accertata, le infiltrazioni occidentali e certe connivenze ne spiegherebbero capacità e azioni recenti. Per la seconda, ci sono solo delle supposizioni che farebbero pensare almeno a indicibili contatti e tacite accondiscendenze. Qualche riscontro si trova negli eventi mostrati pubblicamente.
Trent’anni fa e ancora una volta oggi, è l’Europa che è la vittima collaterale. In entrambi i casi, l’Europa appare ancillare rispetto agli americani. E ancora, in entrambi i casi spiccano il ruolo della Germania e quello del Regno Unito. Come allora, anche oggi l’Europa non esiste.
Nel corso di questo trentennio, al netto della liberaldemocratica retorica sulle democrazie contro le autocrazie, l’Occidente è diventato sinonimo di Stati Uniti d’America. A ben vedere, gli Stati Uniti di oggi non sono più come quelli di allora, patriotticamente compatti e vincitori morali della Guerra Fredda. Nell’intermezzo, si è manifestata la disastrosa ondata neoconservatrice che lascia un paese diviso e indebolito, estremamente indebitato e con una classe media impoverita. La solita retorica presidenziale del “nemico” assoluto, del “maligno” da abbattere, fa poca presa sul popolo americano confrontato con problemi molto più reali ed immediati. Ciò nonostante, il presidente Biden e il suo gruppo di neoconservatori ha deciso ancora una volta per la guerra che per ora è ancora condotta per procura. Atto salvifico (e remunerativo per la grande famiglia del complesso militare industriale) che questa volta potrebbe tradursi nel declino finale.
Nei fatti è già persa la guerra inter-slava, mentre quella arabo-giudaica rischia di costringere gli Stati Uniti, non già ad una ignominiosa fuga in stile Afganistan, ma ad un necessario ridimensionamento delle proprie ambizioni imperiali, da negoziare, magari sotto banco, con Russia e Cina.
Per la dislocazione del sogno imperiale americano, il prezzo da pagare, o il “premio”, sarà l’Europa.





