Il Vescovo di Modena e l’attentatore: quando la misericordia rischia di diventare ideologia
Il 19 maggio 2026 Mons. Erio Castellucci, Arcivescovo di Modena – Nonantola, da sempre distintosi per aver propugnato il movimento migratorio verso l’Italia sino a contribuire finanziariamente alla ONG Mediterranea – cosa che è stata oggetto di illazioni, debitamente respinte, e di critiche, del tutto ignorate – ha dichiarato la sua piena disponibilità a incontrare Salim El Koudri, l’uomo che il 16 maggio ha lanciato l’auto contro i pedoni in via Emilia a Modena, ferendo gravemente otto persone, una delle quali ha perso entrambe le gambe.
«Sono pronto a incontrarlo. Innanzitutto ascolterei lui», ha detto il vescovo, aprendo esplicitamente alla possibilità di un percorso di accompagnamento.
Tre aspetti di questa posizione meritano di essere evidenziati con chiarezza.
1. Il rischio concreto di uno sconto di pena
In Italia percorsi di “rieducazione” e di pentimento, soprattutto se certificati da figure ecclesiastiche, possono avere peso concreto nelle richieste di benefici penitenziari, attenuanti generiche, affidamenti in prova o semilibertà.
Offrire pubblicamente disponibilità a un percorso di avvicinamento alla Chiesa da parte di un uomo accusato di tentata strage, ancora prima del processo, rischia di apparire come una corsia preferenziale di redenzione.
La misericordia cristiana è un valore alto, ma non può trasformarsi in un fattore che oggettivamente indebolisce la risposta penale dello Stato e la percezione di giustizia delle vittime.
2. L’isolamento come unica causa: una lettura riduttiva
Mons. Castellucci ha insistito sull’isolamento e sulla solitudine delle seconde generazioni. È un fattore reale, ma parziale.
In numerosi Paesi europei – Francia, Belgio, Svezia, Regno Unito, Paesi Bassi – decine di casi di violenza gravi compiuti da immigrati di seconda e terza generazione mostrano un pattern ricorrente: rancore culturale e identitario verso la società in cui sono nati, non per mancanza di accoglienza, ma perché portatori di una cultura spesso incompatibile con quella del paese ospitante.
Ridurre tutto a “mancata integrazione” o “pregiudizi” significa ignorare il dato empirico di un fallimento di integrazione su larga scala, documentato da statistiche di criminalità differenziale e da fenomeni di radicalizzazione culturale.
3. La necessità di difendere comunque il processo migratorio
Anche in un caso in cui l’attentatore è cittadino italiano nato a Bergamo da genitori marocchini, il vescovo ha colto l’occasione per parlare di integrazione, seconde generazioni e per sottolineare che tra chi ha fermato El Koudri c’erano anche due egiziani.
È un modo per tutelare la narrazione dell’accoglienza anche quando l’accoglienza non c’entra nulla. Questa lettura ideologica trasforma ogni episodio in un’occasione per difendere il modello migratorio complessivo, anteponendo la linea pastorale alla lucidità nell’analisi dei fatti.
Mons. Castellucci agisce certamente in buona fede secondo la sua visione evangelica. Tuttavia, un vescovo ha anche una responsabilità pubblica. Di fronte a una tentata strage che ha terrorizzato una città italiana, la priorità dovrebbe essere la vicinanza senza condizioni alle vittime, la richiesta di giustizia piena e una lettura realistica delle dinamiche in atto, senza trasformare ogni tragedia in un appello a “non avere pregiudizi” e a proseguire nel percorso di accoglienza.
La misericordia verso il colpevole non deve offuscare la verità né indebolire la tutela della comunità. Altrimenti rischia di diventare, suo malgrado, complice di un’illusione.






