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Campo largo, primarie e programmi inesistenti: Schlein isolata

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Schlein isolata

Il declino politico del segretario del PD irrimediabilmente in atto

Povera Elly. Basta che qualcuno pronunci “primarie di coalizione” e lo sguardo le si fa sperduto.

Fa tenerezza, ormai. La provano perfino quelli che non l’hanno mai votata e mai la voteranno.

E in politica la tenerezza è un sentimento pericoloso, è quello che si riserva a chi sta per uscire di scena.

Tre anni fa diceva “non ci hanno visti arrivare”. Aveva ragione, apparve dal nulla; viatico perfetto per un partito che del nulla, poltrone a parte, ha fatto programma e predicazione.

Stefano Bonaccini aveva primeggiato tra gli iscritti nei circoli dem. Poi la Schlein vinse ai gazebo, con i voti di chi la tessera del PD non l’aveva mai presa.

Gente che, molto probabilmente, neanche sarebbe stata capace di distinguere, in foto, Pippo Franco dalla svizzera italiana con passaporto statunitense.

Elly fu “inventata” dalle primarie aperte. Oggi quella stessa segretaria impallidisce quando si nomina quel metodo per eleggere chi guiderà la coalizione. Sa che con un turno solo rischia seriamente di perdere.

Chiede il ballottaggio, diffida del voto online, rimanda, fa melina. La creatura dei gazebo ha paura dei gazebo. Questa volta sarà lei a non vedere chi arriverà.

Anche se il contendente favorito è noto persino ai tombini stradali otturati.

Si tratta di Giuseppe Conte. L’uomo del “tutto gratuitamente”, quello che ha sfilato il partito a Beppe Grillo e ne ha svuotato i dogmi fondativi, come il doppio mandato.

È adorato dagli sfaticati del reddito di divananza, che continuano a sperare nel bis. Magari è anche probabile, perché lui non ha mai badato a spese. Con i soldi degli italiani.

Tra reddito, superbonus, banchi a rotelle, bonus di ogni tipo e chi più ne ha ne metta, ha polverizzato oltre duecento miliardi. Certificati dalla Corte dei Conti. Più di un intero PNRR.

Non solo, è riuscito ad assumere un ruolo centrale nel campo largo, eufemistica definizione del più grande pastrocchio politico dal dopoguerra a oggi.

È anche assurto al ruolo letterario dell’Azzecca-garbugli del Manzoni. Quello da cui si va portando i capponi che, legati per le zampe, si beccano tra loro lungo la strada.

Esattamente quello che stanno facendo i piccoli padri della sinistra, in vista delle primarie per le elezioni del 2027.

Consapevole di non avere rivali a parte la Schlein, Giuseppi si sta divertendo a farla impazzire politicamente. Punta i piedi, concede, ci ripensa, insinua dubbi.

Fa affermazioni alle quali un qualsiasi segretario “carrozzato” del PD risponderebbe con una pernacchia. Ma Elly è troppo debole e non può farlo. Lui lo sa e se ne approfitta.

La sequenza è da manuale. Prima mossa: il M5S non voterà le armi a Kiev e “il nodo lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere gli italiani”.

Seconda mossa: la segretaria impiega ventiquattro ore per trovare la frase, “non funziona così, prima il programma e poi le primarie”.

Terza mossa: pranzo a Campo de’ Fiori con la Schlein. “Clima disteso” e l’avvocato che esce ribadendo che la politica estera resterà dentro le primarie.

Provoca, pranza e poi incassa. Lei ogni volta crede di aver chiuso un incidente. Ma ogni volta ha firmato una cambiale.

È come rubare le caramelle a un bambino, con il più sconclusionato segretario della storia del PCI – PDS – DS – PD.

Il punto è che la Schlein conosce una sola politica, quella dell’assemblea, del corteo, della mozione approvata per acclamazione. Davanti a mosse da avvocato non ha difese.

Sta alla trattativa come un bradipo sta alla riparazione delle campane incrinate. Arrabatta qualcosa, ma il suono resta quello.

Conte lo ha capito da un pezzo. Sa che lei ha un solo obiettivo, non rompere, perché farlo significa perdere la poltrona. E chi ha paura ha già perso il negoziato. Per questo ogni settimana l’avvocato, piovuto a Roma da Volturara Appula, alza il prezzo.

Guardando in controluce gli eventi, si scopre poi che Giuseppi non lavora da solo. Il primo alleato interno al PD è Goffredo Bettini, l’uomo che da sempre lo incorona quale punto di riferimento fortissimo dei progressisti.

I retroscena gli attribuiscono uno schema perfetto: se alle primarie vince l’avvocato, la partita è chiusa, se vince la Schlein, sarà con troppi pochi voti rispetto al peso del suo partito. Una segretaria eletta zoppa comanda poco e disturba meno. Comunque vada, lei perde.

E poi c’è il più raffinato di tutti: Dario Franceschini. Fu lui, unico tra i capi bastone, a scommettere su Elly quando nessuno la voleva. La creò per bruciare Bonaccini, come prima aveva creato e bruciato altri segretari PD.

Oggi ha cambiato cavallo, anzi, scuderia intera. Un’ora a Montecitorio con Conte per parlare, raccontano i retroscena, di primarie, di Renzi e, soprattutto, di Quirinale.

Perché il vero traguardo del tessitore di Ferrara non è Palazzo Chigi, è il Colle. E per arrivarci gli serve un centrosinistra vincente, con chicchessia alla guida.

Per questo benedice le primarie come inevitabili. Sono il modo più elegante di scaricare la propria creatura, senza nemmeno doverla licenziare. Il lavoro sporco lo faranno i gazebo.

Insomma, non è un complotto, è un’abitudine.

Per la seconda volta in sei anni la vecchia nomenklatura dem usa l’avvocato per regolare i conti in casa propria.

La prima volta servì a tenere lontano Renzi. Stavolta serve a ridimensionare la segretaria che i dem non hanno scelto.

E poi c’è il contorno, composto di nani che si credono giganti.

Folclore? Sì, ma con una funzione precisa. Ogni candidatura di bandiera toglie un voto alla Schlein al primo turno e regala a Conte una ragione in più per volere il turno unico.

Non a caso la trattativa vera è tutta lì. Ballottaggio in cambio del voto online, per assicurare il risultato prima di aprire le urne.

Tutto questo mentre il programma non esiste. È come comprare la sella prima del cavallo.

Si sceglie il nome prima di decidere se la coalizione sta con Kiev o, di fatto, con Putin.

Il metodo Prodi prevedeva l’esatto contrario. Ma Conte lo ha già detto chiaro: chi vince detta la linea. E la Schlein è rimasta attonita e muta per un giorno intero.

La nuova legge elettorale, in attesa di approvazione definitiva, impone il nome del candidato premier sul contrassegno e ai gazebo si corre perché quel nome non si è trovato in nessun altro modo.

Gli esiti possibili sono tre e nessuno è buono per lei.

Vince Conte e il primo partito della coalizione farà da portatore d’acqua a chi ha detto no alle armi per l’Ucraina.

Vince Elly di misura e guiderà una coalizione che non la riconosce come leader.

Saltano le primarie e con le primarie salta il campo largo. Che diventa campo santo.

Intanto, qualcuno ha già preparato la foto della Schlein per la lapide politica. La poveretta, alla fine, farà tenerezza anche a chi la sconfiggerà.

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