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Trump in Cina – Parte 2

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Trump in Cina

Sociologia del potere internazionale

Per comprendere la portata della visita di Trump in Cina, di cui abbiamo iniziato a trattare nel precedente articolo, è utile collocarla dentro una genealogia storica di incontri nei quali le grandi potenze non risolvono il conflitto, ma cercano di renderlo amministrabile. Il parallelo più forte è certamente la visita di Nixon a Mao nel 1972.

Anche allora l’evento non cancellò le divergenze strutturali tra Stati Uniti e Cina comunista; servì piuttosto a trasformare un antagonismo rigido in un triangolo strategico più flessibile, nel quale Washington usava Pechino per bilanciare Mosca e Pechino usava Washington per uscire dall’isolamento e contenere la pressione sovietica (Kissinger, 2011; Westad, 2017).

Il punto decisivo fu il Comunicato di Shanghai, nel quale le parti non negarono le divergenze, ma le formularono in modo gestibile. Gli Stati Uniti acknowledged la posizione cinese su Taiwan senza adottarla pienamente; Pechino ottenne che Taiwan fosse collocata al centro della relazione, ma senza ricevere una soluzione immediata (U.S. Department of State, 1972; Chen, 2001).

Il parallelo con il 2026 è evidente: anche oggi Taiwan non viene risolta, ma viene rimessa al centro della grammatica bilaterale.

Vi è poi un parallelo linguistico profondamente cinese: la formula 求同存异, qiu tong cun yi, “cercare ciò che è comune preservando le differenze”. È una formula associata alla diplomazia di Zhou Enlai, in particolare allo spirito di Bandung del 1955, e rappresenta uno dei nuclei della diplomazia cinese del dopoguerra: cooperare senza dissolvere le divergenze, evitare la rottura frontale, trasformare il conflitto in convivenza regolata (Garver, 2016; Westad, 2017).

La formula usata nel 2026, 中美建设性战略稳定关系, Zhong-Mei jianshexing zhanlüe wending guanxi, appare come una versione aggiornata, più da grande potenza, di quella logica.

Non dice: siamo amici. Dice: siamo rivali, ma la rivalità deve essere compatibile con la stabilità del sistema. La differenza è che oggi la Cina non parla più da potenza rivoluzionaria isolata, ma da potenza sistemica che pretende di correggere il linguaggio dell’ordine mondiale.

Un secondo parallelo utile è la normalizzazione Carter – Deng del 1978 – 1979. Allora la questione non era soltanto diplomatica, ma anche economica, tecnologica e sistemica.

Deng Xiaoping cercava accesso a tecnologia, capitale, formazione, mercati e riconoscimento internazionale per sostenere la modernizzazione cinese; gli Stati Uniti vedevano nella Cina un contrappeso strategico all’Unione Sovietica e un potenziale spazio economico futuro (Vogel, 2011; Mann, 1999).

La visita di Deng negli Stati Uniti nel 1979 ebbe un carattere fortemente performativo: il leader cinese si mostrò pragmatico, moderno, disposto ad apprendere dall’Occidente, ma senza rinunciare alla sovranità politica del Partito.

Nel 2026 il movimento è quasi rovesciato: non è più la Cina che si presenta come apprendista della modernità americana; è l’America che torna in Cina con i propri CEO, i propri aeromobili, i propri giganti finanziari e tecnologici, riconoscendo implicitamente che il mercato cinese resta indispensabile. La dipendenza simbolica si è invertita.

Un terzo parallelo è la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni Settanta. La parola chiave era “stabilità strategica”: SALT I, ABM Treaty, canali permanenti, riconoscimento della distruttività potenziale dell’escalation nucleare. Anche in quel caso non vi fu amicizia, ma amministrazione del conflitto.

Washington e Mosca restavano potenze ideologicamente incompatibili, ma capivano che la competizione doveva essere limitata da regole minime, soprattutto nel dominio nucleare (Gaddis, 2005; Leffler, 2007).

Il parallelo con la Cina del 2026 è utile perché Pechino sta cercando di imporre la stessa idea: la competizione sino-americana non deve diventare guerra sistemica incontrollata.

La differenza è altrettanto importante: l’URSS era relativamente separata dall’economia occidentale, mentre la Cina è profondamente integrata nelle catene globali del valore.

La distensione sino-americana non riguarda soltanto missili e deterrenza; riguarda semiconduttori, dollaro, commercio agricolo, aeromobili, pagamenti, materie prime, intelligenza artificiale, supply chain e capacità di condizionamento dei mercati.

Un quarto parallelo, più antico e simbolico, è l’ambasciata Macartney del 1793. Il contesto è totalmente diverso e ogni analogia deve essere maneggiata con cautela. Tuttavia, il confronto è interessante sul piano del cerimoniale.

Nel 1793 l’Impero Qing ricevette la missione britannica dentro una grammatica imperiale centrata sulla superiorità simbolica cinese; il problema del kowtow divenne il segno di una frizione tra due ordini del mondo: quello tributario sinocentrico e quello europeo-commerciale fondato su sovranità formale e reciprocità diplomatica (Hevia, 1995; Peyrefitte, 1992). Nel 2026 non siamo davanti a un ritorno del sistema tributario.

Sarebbe una forzatura. Tuttavia, l’uso di Zhongnanhai e del Tempio del Cielo mostra che Pechino continua a dare enorme importanza alla geografia rituale del potere. Trump viene onorato, ma dentro uno spazio simbolico selezionato dalla Cina. Il messaggio non è tributario, ma è gerarchico nella forma: l’ospite americano entra nel centro della continuità politica cinese.

Un quinto parallelo è il Congresso di Vienna del 1814 – 1815 e, più in generale, il Concerto d’Europa. Dopo le guerre napoleoniche, le grandi potenze europee non eliminarono la rivalità; cercarono di istituzionalizzarla.

L’idea era che la stabilità del sistema dipendesse dal riconoscimento reciproco tra grandi potenze e dalla capacità di evitare che ogni crisi locale si trasformasse in guerra generale (Kissinger, 1957; Schroeder, 1994).

La Cina oggi tende a proporre qualcosa di simile, ma su scala globale: le grandi potenze devono coesistere, gestire le crisi, rispettare le rispettive linee rosse e non destabilizzare l’intero sistema.

Il limite dell’analogia è che il Concerto europeo poggiava su una certa omogeneità aristocratica e dinastica tra le élite del tempo; Stati Uniti e Cina, invece, sono potenze sistemicamente divergenti, con modelli politici, tecnologici e normativi incompatibili.

Si può anche menzionare Reykjavik 1986, l’incontro Reagan – Gorbachev. Anche lì il risultato immediato apparve incompleto, perfino fallimentare, ma il vertice cambiò il linguaggio della relazione e preparò sviluppi successivi, come il trattato INF del 1987 (Gaddis, 2005; Zubok, 2007).

Il parallelo serve a ricordare che un vertice non va giudicato soltanto dai documenti firmati. A volte il risultato più importante è lo spostamento del vocabolario: ciò che prima era impronunciabile diventa negoziabile; ciò che prima era ostile diventa gestibile; ciò che prima era esclusivamente militare diventa politico.

La visita di Trump in Cina può produrre qualcosa di simile, ma in senso più limitato: non una trasformazione dell’ordine mondiale, bensì una pausa lessicale e procedurale dentro una rivalità che resta intatta. La differenza, ancora una volta, è che la Cina usa la pausa non per smontare il conflitto, ma per rinominarlo a proprio vantaggio.

A questo livello, la visita smette di essere soltanto diplomazia e diventa sociologia del potere internazionale. Può essere letta come un fatto sociologico totale, nel senso attribuito da Marcel Mauss agli eventi che concentrano simultaneamente economia, politica, diritto, religione, simbolo e obbligazione sociale (Mauss, 1925).

Non si tratta soltanto di un incontro bilaterale. È un rituale di riconoscimento reciproco tra due sistemi di potere, nel quale ogni gesto produce significato: il tappeto rosso, il banchetto, la visita al Tempio del Cielo, l’accesso a Zhongnanhai, l’incontro con gli imprenditori americani, la sequenza dei comunicati e la scelta delle parole.

La diplomazia, in questi casi, non comunica soltanto decisioni; produce ordine. Essa dice chi conta, chi può parlare, quali differenze sono accettabili e quali conflitti devono essere tenuti entro una forma controllata.

Dal punto di vista della sociologia del potere, la visita è innanzitutto una messa in scena. Erving Goffman avrebbe parlato di presentation of self, cioè di presentazione del sé in una scena pubblica strutturata, dove l’attore politico non è mai soltanto persona, ma ruolo, maschera, istituzione e segnale (Goffman, 1959).

Trump entra nella scena come leader personalista, negoziatore, uomo del deal, portatore della formula Make America Great Again; Xi Jinping lo riceve come centro stabile del Partito – Stato, custode della continuità nazionale e interprete del 中华民族伟大复兴, Zhonghua minzu weida fuxing, “grande ringiovanimento della nazione cinese”.

L’incontro non è quindi soltanto tra due capi di Stato, ma tra due modelli sociologici di autorità: il capo plebiscitario-mediatico americano e il sovrano burocratico-partitico cinese.

Qui entra in gioco Max Weber. Trump rappresenta prevalentemente una forma di autorità carismatica-elettorale, dipendente dalla mobilitazione permanente del consenso, dalla performance pubblica e dalla capacità di produrre risultati visibili.

Xi rappresenta invece una forma di autorità burocratico-carismatica di partito, nella quale il carisma non è lasciato alla spontaneità del leader, ma viene incorporato dentro apparato, ideologia, disciplina, storia nazionale e continuità istituzionale (Weber, 1978; Shambaugh, 2013).

La visita mette in contatto queste due forme di legittimazione. Per Trump il vertice deve produrre immagini, numeri, acquisti, annunci. Per Xi il vertice deve produrre posizione, linguaggio, stabilità e riconoscimento. Sono due temporalità politiche diverse: il ciclo elettorale e la durata storica.

La coreografia cinese serve precisamente a questo. Il ricorso al Tempio del Cielo e a Zhongnanhai non è decorativo. Nella cultura politica cinese, il rito non è un ornamento del potere: è una tecnologia del potere.

Il concetto di 礼, li, “rito”, “ordine rituale”, “norma di comportamento corretta”, presente nella tradizione confuciana, indica che l’ordine sociale non si mantiene soltanto attraverso la forza o la legge, ma attraverso forme, gesti, precedenze, linguaggi e gerarchie interiorizzate (Confucius, ca. V sec. a.C.; Bell, 2008).

Portare Trump dentro una geografia rituale cinese significa inserirlo, anche solo simbolicamente, in un ordine di significati prodotto da Pechino. L’ospite viene onorato, ma viene anche collocato.

In questo senso la visita può essere letta attraverso Pierre Bourdieu come un’operazione di accumulazione e conversione di capitale simbolico (Bourdieu, 1991). La Cina offre a Trump prestigio cerimoniale, accesso raro, fotografie di rango, promesse economiche.

In cambio, ottiene una forma di riconoscimento performativo: il presidente americano si reca a Pechino, accetta la scena cinese, incontra Xi dentro il linguaggio della stabilità strategica e porta con sé una parte rilevante dell’élite economica statunitense.

La Cina converte ospitalità rituale in legittimazione geopolitica. Trump converte accesso al mercato cinese in capitale politico domestico. Entrambi ottengono qualcosa, ma non la stessa cosa. Trump ottiene materiale da campagna. Xi ottiene posizionamento storico.

Il punto più interessante, sociologicamente, è la presenza delle grandi imprese americane. La delegazione dei CEO non è soltanto un contorno commerciale. È il segno che il campo economico americano non coincide perfettamente con il campo geopolitico americano.

Lo Stato americano può parlare di decoupling, de-risking e contenimento; le imprese americane continuano però ad avere interesse per mercato, manifattura, consumatori, componenti e relazioni con il sistema cinese.

Bourdieu parlerebbe di tensione tra campi dotati di logiche differenti: il campo politico cerca sicurezza e controllo; il campo economico cerca profitti, accesso e continuità (Bourdieu, 1991).

Pechino sfrutta questa tensione con grande abilità. Ricevendo Apple, Tesla, Boeing, GE Aerospace, BlackRock, Blackstone, Qualcomm, Micron, Visa, Mastercard e gli altri, la Cina mostra che il potere americano non è monolitico. Esiste una politica americana della rivalità e una sociologia americana dell’interdipendenza.

Questa dimensione avvicina la visita alla logica del 统一战线, tongyi zhanxian, “fronte unito”. Il fronte unito, nella tradizione del Partito Comunista Cinese, non significa soltanto alleanza politica formale. Significa capacità di distinguere tra nemico principale, contraddizioni secondarie, interlocutori intermedi, élite influenzabili, interessi economici disponibili e spazi di convergenza tattica (Groot, 2004; Brady, 2017).

Nella visita del 2026, Pechino non cerca di convincere l’intero sistema americano. Cerca di separarne le componenti: il presidente, i CEO, l’agricoltura, l’aerospazio, la finanza, i consumatori, gli alleati asiatici, Taiwan.

La diplomazia cinese non tratta l’avversario come blocco compatto; lo tratta come campo sociale divisibile. È il contrario dell’ingenuità diplomatica. È una lettura realistica della struttura interna dell’avversario.

Sul piano dottrinale, questa è una tipica applicazione della logica della contraddizione. Mao Zedong, in On Contradiction, sosteneva che ogni processo politico contiene contraddizioni principali e secondarie, e che la corretta azione strategica consiste nell’identificare quale contraddizione domini in un determinato momento (Mao, 1937).

Pechino applica questa grammatica ancora oggi, pur dentro un capitalismo di Stato sofisticato e globalizzato. La contraddizione principale non è sempre la guerra con gli Stati Uniti.

In questa fase, la contraddizione principale può essere la necessità di impedire che la pressione americana si trasformi in strangolamento sistemico mentre la Cina gestisce rallentamento economico, vulnerabilità tecnologiche e instabilità del quadro globale. Da qui la scelta di una stabilità strategica costruttiva: non pace, ma sospensione controllata della contraddizione principale.

La formula 中美建设性战略稳定关系, Zhong-Mei jianshexing zhanlüe wending guanxi, è quindi dottrinalmente densa. Non è una frase diplomatica qualsiasi. Essa contiene tre livelli.

“Relazione” indica che il rapporto non è riducibile al singolo dossier. “Stabilità strategica” indica che la rivalità deve essere collocata sotto una soglia di rottura. “Costruttiva” indica che la competizione deve produrre meccanismi, canali, prevedibilità, non escalation permanente. È la traduzione diplomatica di una dottrina della gestione del conflitto senza rinuncia al conflitto. Pechino non disarma la rivalità. Le impone una forma.

Qui entra anche il principio della 正名, zhengming, “rettificazione dei nomi”, radicato nella tradizione confuciana. Nella logica classica, governare significa anche dare il nome corretto alle cose, perché nomi sbagliati producono disordine politico e morale (Confucius, ca. V sec. a.C.; Ames and Rosemont, 1998).

Pechino cerca esattamente questo: rinominare la relazione. Non “contenimento della Cina”, non “nuova guerra fredda”, non “decoupling”, non “minaccia cinese”, ma “stabilità strategica costruttiva”. Chi riesce a imporre il nome del conflitto ne orienta già in parte la percezione. La battaglia lessicale è quindi una battaglia dottrinale. È qui che la visita diventa più importante dei suoi risultati commerciali.

In tale cornice, le cosiddette 三种战法, san zhong zhanfa, “tre metodi di guerra”, più note in Occidente come Three Warfares, offrono una chiave interpretativa utile. La prima è 舆论战, yulun zhan, “guerra dell’opinione pubblica”; la seconda è 心理战, xinli zhan, “guerra psicologica”; la terza è 法律战, falü zhan, “guerra legale” o “giuridica” (Cheng, 2012; Kania, 2016; Mattis, 2018).

La visita non è una guerra, ma contiene elementi coerenti con questa mentalità strategica.

Sul piano dell’opinione pubblica, Pechino costruisce la narrazione della Cina come potenza responsabile e della visita come successo di stabilità.

Sul piano psicologico, mostra calma, centralità e controllo, mentre gli Stati Uniti appaiono bisognosi di risultati commerciali.

Sul piano normativo, ribadisce che Taiwan è una linea rossa e che la pace nello Stretto è incompatibile con l’indipendenza dell’isola. Tutto viene presentato come ragionevolezza cinese contro instabilità americana.

È qui che la dimensione sociologica e quella dottrinale si saldano. Il rito produce percezione; la percezione produce aspettative; le aspettative restringono il campo del possibile.

Se il pubblico internazionale interiorizza l’idea che la Cina sia il polo della stabilità e che gli Stati Uniti siano il polo della volatilità, Pechino ottiene un vantaggio cognitivo.

Se le imprese americane interiorizzano l’idea che la rottura con la Cina sia economicamente troppo costosa, Pechino ottiene un vantaggio strutturale. Se Taiwan percepisce che il sostegno americano può essere trattato come variabile negoziale, Pechino ottiene un vantaggio psicologico. Se Washington accetta di parlare il linguaggio della stabilità strategica, Pechino ottiene un vantaggio dottrinale.

Questa lettura trova un ulteriore fondamento nel quadro analitico della guerra cognitiva. Come abbiamo scritto in Guerra cognitiva, il conflitto contemporaneo non agisce soltanto sui territori, sulle infrastrutture o sui mercati, ma sui meccanismi attraverso cui individui, élite e società selezionano le informazioni, attribuiscono responsabilità, costruiscono aspettative e decidono quali azioni siano legittime (Palombi, 2025a; Palombi, 2025b).

Il reframing rientra precisamente in questa logica. Non modifica necessariamente il dato materiale, ma modifica la sua posizione nel campo cognitivo. La Cina non cancella la competizione con gli Stati Uniti; ne muta il significato percepito. Non elimina Taiwan dal confronto; la sposta dalla posizione di soggetto minacciato alla posizione di ostacolo alla stabilità.

Non nega il decoupling; lo riformula come scelta artificiale, ideologica e costosa rispetto alla “naturale” interdipendenza delle economie. In questo senso, la visita di Trump a Pechino non è stata soltanto diplomazia, ma operazione cognitiva: ha agito sulla gerarchia delle percezioni prima ancora che sulla struttura degli accordi.

Nel manuale abbiamo insistito sul fatto che la guerra cognitiva non consiste soltanto nella diffusione di false informazioni, ma nella costruzione di ambienti interpretativi in cui alcune conclusioni diventano più probabili di altre. Il frame funziona esattamente così: non ordina al pubblico che cosa pensare, ma predispone il campo entro cui pensare.

Pechino ha cercato di predisporre quel campo in tre direzioni: rendere la propria ascesa più normale, rendere il contenimento americano più destabilizzante, rendere Taiwan meno percepibile come soggetto politico e più percepibile come problema di stabilità.

È una forma sottile di superiorità cognitiva locale e temporanea: per alcuni giorni, l’evento diplomatico, la presenza dei CEO, il cerimoniale, il linguaggio della stabilità e la ritualità cinese hanno lavorato insieme per restringere il campo delle interpretazioni possibili. La forza dell’operazione non stava nel convincere tutti, ma nel rendere più costoso, più ruvido e meno “naturale” il linguaggio americano del contenimento.

La visita ha quindi anche una funzione di socializzazione delle élite. Essa insegna ai partecipanti come devono comportarsi.

Ai CEO americani dice: la Cina resta necessaria.

Al sistema politico americano dice: la relazione può essere negoziata, ma non spezzata senza costi. Al pubblico cinese dice: Xi riceve il presidente americano da posizione di forza, non di supplica. Al Sud Globale dice: la Cina tratta gli Stati Uniti da pari.

A Taiwan dice: la vostra sicurezza dipende da una relazione più ampia, nella quale Pechino è interlocutore inevitabile. Agli alleati americani dice: Washington può negoziare direttamente con Pechino anche sopra le vostre teste. Questa è sociologia del potere internazionale, non soltanto diplomazia.

Si può leggere tutto ciò anche attraverso Émile Durkheim. I rituali politici servono a produrre rappresentazioni collettive, cioè immagini condivise di ciò che la società considera sacro, legittimo e ordinato (Durkheim, 1912). Nel caso cinese, il sacro politico non è religioso in senso stretto, ma nazionale-civilizzazionale: unità, stabilità, rinascita, continuità, Partito, popolo.

La visita con Trump viene inserita in questa rappresentazione. L’America non scompare, ma viene ricondotta dentro la narrazione del ringiovanimento cinese. Il messaggio interno è semplice: il mondo viene a Pechino; la Cina non è più oggetto dell’ordine altrui, ma soggetto dell’ordine futuro.

Da questo punto di vista, la visita non è una pausa dalla competizione. È una forma della competizione. La Cina compete anche producendo rituali, linguaggi, categorie e aspettative. La dottrina cinese non separa rigidamente pace e guerra, diplomazia e pressione, economia e sicurezza, simbolo e materiale.

La categoria 斗争, douzheng, “lotta”, “contesa”, “struggle”, oggi spesso presente nel lessico politico di Xi, non implica necessariamente guerra aperta; indica una postura di conflitto permanente amministrato attraverso mezzi diversi, intensità diverse e soglie diverse (Economy, 2018; Blanchette, 2019). La visita rientra in questa logica: si sorride, si firma, si banchetta, ma si continua a lottare per il nome dell’ordine.

Gli sviluppi più probabili vanno quindi letti non come semplice agenda diplomatica, ma come prosecuzione di questa battaglia per la forma della relazione. Nascerà una fase negoziale tecnica, con incontri su tariffe, agricoltura, aeromobili, pagamenti, investimenti e barriere non tariffarie.

Sarà una normalizzazione procedurale, non una pacificazione strategica. La Cina cercherà di usare i nuovi consigli bilaterali per dividere le questioni economiche da quelle securitarie, impedendo che ogni controversia tecnologica si trasformi automaticamente in sanzione. Gli Stati Uniti tenteranno di ottenere acquisti cinesi visibili nei settori utili alla politica interna: agricoltura, aerospazio, energia, manifattura.

Taiwan entrerà in una fase di rischio percettivo: nessun abbandono formale, ma maggiore incertezza sulla disponibilità americana a trattare tempi e intensità delle forniture. La possibile visita di Xi negli Stati Uniti in autunno diventerà il vero banco di prova: se prima di allora i meccanismi economici produrranno risultati verificabili, la stabilità strategica costruttiva potrà diventare una tregua strutturata; se invece Taiwan, semiconduttori, Iran o tariffe torneranno a convergere, resterà una formula diplomatica cinese.

La conclusione strategica è che Pechino ha ottenuto più sul piano del frame che su quello dei contratti. Trump ha ottenuto immagini, promesse commerciali e numeri. Xi ha ottenuto qualcosa di più sottile di un accordo: ha ottenuto, almeno parzialmente, il quadro interpretativo.

Per qualche giorno, la rivalità sino-americana non è stata raccontata come resistenza americana all’espansione cinese, ma come ricerca comune di stabilità tra due grandi potenze.

In questo frame, la Cina appare responsabile, l’America appare transazionale, Taiwan appare come rischio, i CEO americani appaiono come testimoni dell’interdipendenza e il contenimento appare come eccesso destabilizzante. È questo lo spostamento fondamentale.

Nelle relazioni internazionali la grammatica conta, perché stabilisce quali parole diventano legittime e quali diventano eccessive. Se il mondo accetta di parlare di stabilità strategica costruttiva, allora il contenimento americano appare meno come prudenza e più come disturbo della stabilità.

Se, invece, il mondo continua a parlare di competizione strategica, allora la Cina resta il problema. La visita di maggio 2026 è stata esattamente questo: una battaglia per il nome della rivalità.

La visita non chiude l’antagonismo sino-americano. Lo rende più insidioso. Non perché diminuisca il conflitto, ma perché lo avvolge in una grammatica di stabilità che può disarmare il linguaggio della resistenza. Pechino ha ottenuto più di una fotografia e meno di un accordo: ha ottenuto una parziale resa lessicale.

Trump ha portato a casa numeri, immagini e promesse. Xi ha portato a casa qualcosa di più profondo: la possibilità di dire che la Cina non è il problema, ma una delle condizioni della stabilità mondiale. È qui che la visita diventa importante.

L’America può ancora minacciare, sanzionare, contenere, armare, pattugliare e restringere. Ma se non riesce più a imporre il nome della rivalità, una parte della sua superiorità politica è già stata erosa.

Pechino non vuole essere co-autrice dell’ordine americano. Vuole costringere l’America ad abitare un ordine linguistico, un mondo cognitivo nel quale la crescita cinese appare naturale, la resistenza americana appare destabilizzante e Taiwan appare come ostacolo alla pace, non come soggetto politico da difendere.

Questa è la vittoria cercata: non la firma di un trattato, ma lo spostamento del senso comune strategico. La visita di Trump in Cina è stata quindi meno una tregua tra pari che un’operazione cinese di contenimento del contenimento americano.

La collisione permane, ma viene vestita di cerimoniale, tavoli tecnici, formule di stabilità e reciproci riconoscimenti personali. Se è una pausa, è utile a entrambi. Ma per la Cina è qualcosa di più: è la dimostrazione che l’America può ancora esercitare potenza, ma non può più pretendere di dettare da sola il vocabolario dell’ordine mondiale.

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