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LA LETTERA DEI LIBERALSOCIALISTI A MARAIO

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera dei Liberalsocialisti al segretario del PSI Vincenzo Maraio

LETTERA APERTA AL SEGRETARIO NAZIONALE DEL PSI ENZO MARAIO

Caro Maraio,

desidero rappresentarti alcune considerazioni dei Liberalsocialisti per l’Italia, sul recente congresso nazionale del PSI.

Devo, in verità, esprimerti la profonda delusione per l’assenza di ogni accenno all’esigenza dell’unità dei socialisti in Italia, con la conseguente costruzione di una forza socialista di stampo europeo.

Mi è sembrato, invece, che la proposta politica da te formulata, se così si può definire, sia quella di trovare qualche spazio interstiziale nel centrosinistra, magari foriero di qualche strapuntino parlamentare, per un partito, ricordando le analisi di Norberto Bobbio, “coalizzato”.

Nessun richiamo alla nostra gloriosa Storia, come se Andrea Costa, Filippo Turati, Giacomo Matteotti, Bruno Buozzi, Carlo Rosselli, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Giuseppe Romita, Sandro Pertini, Lelio Basso, Riccardo Lombardi, Giacomo Brodolini, Giacomo Mancini, Francesco De Martino e Bettino Craxi, solo per citare alcune delle personalità del socialismo italiano, non fossero mai esistiti, ed esso, nelle sue diverse articolazioni ideologiche e nei suoi diversi tronconi politici, non abbia rappresentato un asse fondamentale e decisivo per la costruzione della democrazia e dei diritti sociali e civili in Italia.

Viene alla memoria un articolo di Pietro Nenni, pubblicato sull’Avanti! del 28 gennaio 1945, dal titolo “Un anno di lotte politiche”, che affrontava anche la proposta di Togliatti del “partito unico dei lavoratori italiani”, che, mutatis mutandis, si ritrova nel modello di centrosinistra del Pd della Schlein. Nenni a fronte delle proposte del leader comunista per “un’unione più stretta, completa, la quale potrà esprimersi soltanto con la creazione di un partito unico”, evidenziava l’esaltazione di Lenin e Engels e la liquidazione della tradizione teorica e politica pluralista del socialismo italiano, da parte di chi fu il più stretto collaboratore di Stalin durante il Comintern.

Il problema è che il Pd ha aderito al Pse solo come condizione imposta dalla esigenza di essere parte di una grande famiglia politica europea, e, naturalmente, la domanda è d’obbligo: come può il Psi continuare ad avere il Pd come una sorta di “Lord protettore”, considerando il malcelato astio contro la nostra Storia e la sua ambiguità sui temi storici dei socialisti, lavoro e diritti sociali in primo luogo

Il Partito democratico non solo non vuole fare i conti con la storia del comunismo italiano, a partire dal “livornismo” e dalla scissione del 1921 (praticando oggi una tecnica di conquista del potere fondata sull’egemonia gramsciana senza l’orizzonte di liberazione dall’oppressione capitalistica, definito dal marxismo nelle sue varie declinazioni), ma neppure essere, effettivamente sul piano politico e programmatico, parte integrante della storia del socialismo riformista in Italia e in Europa.

Mi chiedo perché, non si promuovono gli “Stati Generali del Socialismo italiano”, per unire il Psi, la diaspora socialista e socialdemocratica e il “socialismo largo” di cui, opportunamente, parla da tempo Rino Formica? Perché non lanciare un appello al sindacalismo italiano, per assumerne sul piano politico le proposte, quale forza laburista?

Si può costruire una sinistra italiana secondo la tradizione del socialismo democratico e riformista, unica alternativa al populismo del tecno-capitalismo globale europeo e d’oltreoceano.

Con molti fraterni saluti.

Antonino Di Stefano, Segretario nazionale dei Liberalsocialisti per l’Italia

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  • Redazione

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