
di Paolo Raffone
Gli Stati europei e la loro amministrazione continentale (Unione europea) sono assediati da molteplici gravi problemi che derivano dall’indebolimento dei sistemi sociopolitici che, dopo averli sconfitti nel 1945, ne avevano consentito la ripartenza “a due velocità”. L’alternativa tra le “due metà del mondo” si è vanificata con il suicidio di una delle due che è stato seguito nella metà restante da varie allucinazioni di gloria perpetua – conferma terrena del destino manifesto – e dall’eresia della reductio ad unum planetaria denominata globalizzazione che ha fomentato sia le ulteriori distopie dell’eccezionalismo americano sia l’emersione economica della Repubblica popolare cinese. L’apoteosi si è raggiunta allo scadere del millennio con l’avvento di due progetti neo imperiali concorrenti. Dopo gli attentati di Nairobi e Dar es Salaam e le crepe del sistema finanziario, i neo conservatori “prendono” il potere in Stati Uniti decisi a riassumere il controllo del mondo. Al Cremlino ancora fumante dopo i mega attentati degli islamisti nazionalisti, con l’ascesa dei neo restauratori s’installa il “sistema Putin”. Mentre l’Europa si nutriva dell’illusione unitarista – un percorso lento e lungo sedici anni (1993-2009) – un’organizzazione universalista islamista con vocazione apocalittica, millenarista e messianica, recapitava un nuovo inequivocabile messaggio di rifiuto assoluto dei progetti neo imperiali, siano essi di globalizzazione, di eurasiatismo, o di unione europea. Fu il punto di svolta con il quale la guerra da mezzo estremo della politica si è trasformata in fine (della politica e delle politiche).
Con varie declinazioni e narrazioni, questa distopia iniziata con l’americana “guerra al terrore” non ha più avuto un termine, fino ad oggi. Dal 2001 in poi, lo sdoganamento della parola “guerra”, adottata disinvoltamente in diversi discorsi e situazioni, ha profondamente danneggiato la cultura politica facendo arretrare significativamente il senso civico e il valore dei principi democratici e di progresso sociale. Una regressione civica molto visibile in Occidente dove le parole “libertà” e “democrazia” avevano un profondo senso storico e condiviso. Lo sdoganamento della “guerra” come fine ha insudiciato i principi cardine di quel mondo basato sulle regole di cui oggi si fa solo una pallida e incresciosa propaganda. I “valori” di cui si ammanta l’amministrazione dell’Unione europea sono scatole vuote, ologrammi di principi e di norme costantemente calpestati proprio da chi ne canta le lodi.
Durante la fase di convergenza americano-russa sull’anti-terrorismo (Nato-Russia Council, 2001-2014) le guerre americane e della Nato in Iraq, Siria e Libia, dimostrarono che i dubbi sulla collaborazione neo imperiale erano ben fondati: la guerra come fine si svolgeva unilateralmente e solo in base alle percezioni dei propri interessi. Inoltre, la strategia americana ed europea delle “porte aperte”, cioè la volontà di incoraggiare le richieste di adesione alla Nato e all’Ue, confermava i timori russi che l’espansione neo imperiale occidentale divenisse un accerchiamento. Ciò costituiva una difficoltà maggiore per la Russia che vedeva sia il continuo slabbrarsi di territori che insistono direttamente sui suoi confini statali sia l’indebolimento della propria influenza in territori distanti ma con i quali aveva ragioni storiche di collaborazione. Preso atto di ciò, alla strisciante guerra civile georgiana si sostituì l’intervento militare russo in due province, e a quella ucraina con l’annessione della Crimea si sostituì la guerra vera che è stata svelata dalla Russia nel 2022 e che dura ancora oggi. Intanto, le guerre “al terrore” delle truppe americane continuano dal 2001 senza sosta in almeno una dozzina di paesi. Inoltre, le guerre condotte da certi paesi, più o meno dichiaratamente alleati degli Stati Uniti, ricevono dagli americani supporto logistico, fondi, armamenti e formazione. In quest’ultima categoria rientra anche Israele che da oltre mezzo secolo è “in guerra” con il popolo palestinese e con i paesi musulmani che lo sostengono, primi fra tutti Iran e Arabia Saudita (è sufficiente scorrere la lunga lista di risoluzioni dell’Onu sulla questione e di condanna per l’occupazione dei territori palestinesi e la condotta israeliana sia nei confronti dei palestinesi, sia di alcuni paesi vicini e sia negando i visti al personale civile dell’Onu). Dopo le disinvolte parole del presidente francese Macron che nel 2020 dichiarava al suo popolo di televedenti che “la Francia è in guerra” contro il virus da Covid-19 (peggio di donchisciotte!), la nuova amministrazione dell’Unione europea ha adottato altrettanto disinvoltamente il termine “guerra” applicandolo non solo al virus ma anche alla “libertà”, alla “democrazia”, e finanche alla “pace”, con astruse dichiarazioni sulle “guerre giuste”. Che la Francia conducesse guerre neo coloniali più o meno occultate non sorprende, così come non sorprende che gli eserciti franco-inglesi abbiano trovato convergenze in “guerre umanitarie” (che ossimoro!). Ciò che lascia attoniti è che l’Unione europea, che non è uno Stato ma un’organizzazione nata per promuovere pace, sicurezza e benessere, abbia potuto disinvoltamente “allearsi” con la Nato e con l’Ucraina contro la Russia fornendo più o meno indirettamente fondi, armamenti e formazione e utilizzando persino i fondi pubblici che erano destinati alla “pace” (Peace facility). Anche questo è il risultato del cancro culturale iniziato nel 2001 con la “guerra al terrore”. Ma tranquilli, i sofisti della guerra vi diranno che nessun paese europeo è “in guerra” perché sono intervenuti legittimamente a sostegno dell’aggredito contro l’aggressore. Infatti, nel caso delle risoluzioni approvate ciclicamente dal parlamento italiano, si legge: «garantire sostegno e solidarietà al popolo e alle istituzioni ucraine», confermando il ruolo dell’Italia «nel quadro dell’azione multilaterale, a partire dall’Unione europea e dall’Alleanza Atlantica, finalizzata al raggiungimento del primario obiettivo del cessate il fuoco e della pace».
Dietro alla maschera tragica dell’aggredito e dell’aggressore l’Europa è entrata in una fase inflattiva e di recessione economica che è la causa del massiccio spostamento del sentimento politico dei popoli europei a favore di partiti e movimenti estremistici, populisti e di estrema destra. Negli ultimi quarant’anni la politica è stata surclassata dal pensiero economicista, successivamente da quello della correttezza sintattica (politically correct) e, da ultimo, dalla guerra come fine. Le prossime tornate elettorali, in attesa di quelle europee del prossimo maggio, rischiano di sprofondare le democrazie europee in abissi del passato. Inoltre, l’Unione europea si trova attorniata da crisi geopolitiche esterne che potrebbero saldarsi con il diffuso malcontento interno provocando ulteriore instabilità e fatti insurrezionali violenti anche gravi. La guerra in Ucraina non accenna a fermarsi (cessate il fuoco o tregua). Tra i sostenitori dell’Ucraina cresce l’insofferenza per la delusione della tanto attesa controffensiva mentre il crescente malcontento della popolazione, sia perché gravemente vessata dalla guerra sia perché insoddisfatta dai risultati ottenuti dal loro capo, Zelensky, rischia di avviare una pesante resa dei conti con prospettive nazionalistiche estremiste molto preoccupanti (anche per i paesi europei che ospitano alcuni milioni di profughi ucraini). In Libano e in Tunisia le crisi politiche si succedono con le rispettive economie allo sbando e i rispettivi Stati in quasi dissolvimento. In Siria l’occupazione e i bombardamenti di eserciti stranieri, la guerra interna, e gli attacchi aerei di Israele si susseguono senza sosta. La Libia non esiste più e passa di crisi politica e armata ad un’altra, mentre nel retrostante territorio del Sahel si sviluppano colpi di stato (anti francesi, ma anche anti occidentali) e ampi territori desertici restano nelle mani di bande di trafficanti di ogni risma. L’Azerbaijan e l’Armenia hanno firmato un accordo di pace lo scorso maggio nel quale la sovranità dell’Azerbaijan sul Nagorno-Karabach era riconosciuta dall’Armenia, ponendo fine ad un conflitto quarantennale. Accordo negoziato dalla Cina ma firmato dai due protagonisti rispettivamente davanti alle autorità dell’Unione europea, della Russia e degli Stati Uniti, che hanno deciso di sacrificare le rivendicazioni armene in nome del benessere (energetico e commerciale) di tutti, anche dell’Iran. Eppure, si è parlato di una guerra con intenzioni genocidarie dell’Azerbaijan. Da ultimo, si scopre che Israele è in guerra.
Come dicevamo, Israele è in guerra da vari decenni. Non è una novità. Tuttavia, i fatti degli ultimi giorni – pesantissimo attacco missilistico di Hamas dalla striscia di Gaza e consistente e profonda incursione nel territorio di Israele con significativa presa di ostaggi civili e militari – hanno evidenziato le debolezze di Israele. Debolezze provocate dalle politiche di vari governi di destra, di cui l’ultimo di Netanyahu è il più reazionario e debole, che hanno spaccato la società israeliana che è arrivata a inediti atti di ammutinamento rispetto alle istituzioni militari, di sicurezza e civili. La superiorità tecnologica e dell’armamento non è sufficiente senza il coinvolgimento umano! L’impunità di cui ha potuto godere Israele nell’ultimo mezzo secolo – cioè l’impunità per atti violenti di repressione, razzisti e di apartheid – con il sostegno degli Stati Uniti e di molti paesi europei, un’impunità giustificabile per le ragioni gravissime della storia europea ma che si dettava con la potenza della finanza, è arrivata alla fine del suo percorso. E’ insostenibile! La finanza non è più a Wall Street. L’allegoria diplomatica di Oslo è sepolta dai fatti: la fortunata formula che l’Ue ripete – “due popoli due Stati” – non ha più ragion d’essere. Invece, ad essa andrebbe formulata la pressante richiesta ad Israele di dotarsi di una Costituzione ponendo fine all’apartheid come ha fatto il Sud Africa qualche decennio addietro. In questi giorni, con l’azione militare di Hamas, è evidente che la questione palestinese è diventata nuovamente di attualità della geopolitica mondiale. L’Europa è come sempre assente ma ripete una recita datata senza prendere alcuna posizione concreta o costruttiva. L’Europa, e gli Stati europei, evitano di evitare un disastro davanti alla porta di casa, e forse anche in casa. L’Europa ha davanti agli occhi il rovescio della situazione dell’Ucraina. Tace o dice fesserie! Ormai l’Europa non capisce più chi è l’aggredito e l’aggressore. Logica binaria infranta! Mentre l’Europa non esiste come soggetto politico e geopolitico – tranne che come barboncino della Casa Bianca o cameriere della Nato – gli Stati Uniti si muovono con prudenza. Lo spostamento di una portaerei ha il sapore di un film in bianco e nero. Una prudenza dettata da un lato dalla campagna elettorale che, già infuocata all’interno, rischia di infrangersi sulle questioni ucraine e israeliane, dall’altro perché ai più sani di mente degli apparati appare chiaro che senza un accordo con Russia e Cina la superpotenza, l’eccezionalismo e il destino manifesto rischiano moltissimo. I segnali diplomatici di buon senso che pervengono dalla Russia e dalla Cina, finanche dall’irriducibile Iran ma anche dall’Egitto e dall’Algeria, stanno chiedendo una soluzione multilaterale del problema Israele. Una soluzione politica e diplomatica che a Israele conviene accettare. L’Europa tace o dice fesserie! Finis Europae.
Se Netanyahu e il suo governo di ultra destra faranno seguire all’assedio di Gaza anche l’intervento di terra con la prospettiva di recuperare e liberare gli ostaggi, allora l’Europa dovrà impallidire. La guerra in Ucraina sarà un ricordo felice mentre si aprirà uno scenario di vera guerra mondiale. Siamo pronti?





