
di Vito Schepisi
Se si parla di giustizia, non si sa mai se mettersi una mano davanti alla bocca e tacere, perché si parla d’un potere troppo forte per poterne discutere serenamente.
La rassegnazione, pertanto, o discuterne serenamente?
Per discuterne bisognerebbe chiedere a gran voce che s’azzeri tutto, perché si devono chiarire e capire tutti i concetti che formano ciò che comunemente chiamiamo diritti, equità e civiltà.
Perché una giustizia in cui non ci siano i diritti, l’equità e la civiltà non è giustizia, ma l’esercizio d’un potere che s’ottiene vincendo un concorso.
Bisogna capire cosa sia la libertà, cosa sia la democrazia, cosa sia l’onestà, cosa siano i diritti, cosa sia il lavoro, cosa siano i bisogni, cosa sia legittimo fare e cosa non lo sia.
Bisogna capire, inoltre, cosa sia utile, a volte anche indispensabile, alla gente e alle comunità.
La legge, infatti, s’applica “in nome del popolo”: ed a questo deve essere funzionale.
Bisogna, anche, che sia ben capito cosa può accadere se c’è chi vive di disonestà e di illegalità.
Una bella domanda sarebbe quella che attiene a questo caso d’una guardia giurata che vuol fermare un crimine: ha o meno una sua ragione per farlo, con l’uso di un’arma di cui è legittimamente dotato?
Dalla risposta positiva deriverebbe la validità del principio che darebbe sempre ragione ad un onesto che ostacoli le azioni criminali d’un disonesto.
L’opposto sarebbe che il criminale abbia le stesse prerogative delle persone oneste, e se uccide al massimo ci sarebbe solo l’aggravante del possesso illecito di un’arma.





