
JUNG E L’ALCHIMIA
“Solo dopo la notte più buia si farà giorno. Coprite dunque i lumi e restate in silenzio, affinché la notte divenga buia e silente. Il sole sorge senza il nostro aiuto. Solo chi conosce l’errore più nero sa che cos’è la luce”.
Libro Rosso, pag 317, il Mago
Questo è uno tanti brani del Libro rosso, in cui risuona fortemente la simbologia alchemica: solo attraversando l’oscurità della Nigredo, si può intravedere l’Albedo, la luce.
Nei Ricordi si legge che l’alchimia fornì a Jung la chiave della sua esperienza clinica e delle sue riflessioni: “Grazie allo studio di quei vecchi testi alchemici, tutto trovò il suo posto: il mondo simbolico delle fantasie, il materiale sperimentale raccolto nella mia attività professionale, e le conclusioni che ne avevo tratte.”(…) “Avevo visto presto che la psicologia analitica coincideva in modo più curioso con l’alchimia. Le esperienze degli alchimisti erano, in un certo senso, le mie esperienze, e il loro mondo era il mio mondo. Questo era, naturalmente, una scoperta importante.”
A proposito di Alchima riporto uno stralcio da un’ Intervista di Mircea Eliade a Jung in Combat, 1952.
“Ho studiato testi alchemici per quindici anni, cinque senza mai farne parola ad alcuno,” perché non volevo suggestionare i miei pazienti o influenzare i miei colleghi. Ma dopo quindici anni di ricerche e di osservazioni, certe conclusioni mi si imposero ineludibilmente. Le operazioni alchemiche erano reali, solo che la loro realtà non era fisica, bensì psicologica. L’alchimia rappresenta la proiezione in laboratorio di un dramma insieme cosmico e psicologico. L’opus magnus aveva due finalità: il salvataggio dell’anima umana e la salvazione del cosmo. Ciò che gli alchimisti chiamavano « materia » era in realtà l’inconscio. L’anima mundi, identificata con lo spiritus mercurius, era imprigionata nella materia: per questo motivo gli alchimisti credevano nella verità della « materia », perché la
« materia » era la loro stessa vita psichica. Si trattava perciò di liberare questa « materia », di redimerla: di trovare, insomma, la pietra filosofale, il corpus glorificationis.
Un lavoro difficile, disseminato di ostacoli: l’opus alchemico è pericoloso. Già all’inizio si incontra il « drago », lo spirito ctonio, il « demonio », la nerezza, la nigredo, come la chiamavano gli alchimisti, e questo incontro provoca sofferenza. La « materia » continua a soffrire, fino alla scomparsa definitiva della nigredo; ovvero, in termini psicologici, l’anima cade in preda alla melanconia, è imprigionata nella lotta con l’Ombra. Il mistero della coniunctio, il mistero centrale dell’alchimia, mira appunto alla sintesi degli opposti, all’assimilazione della nerezza, all’integrazione del demonio. Per il cristiano « risvegliato » si tratta di un’esperienza psichica molto importante, perché è un confrontarsi con la propria Ombra, con la nigredo, che rimane separata, che non può mai essere completamente integrata nella personalità umana.
Nel dare un’interpretazione psicologica del confronto del cristiano con la propria Ombra, con la nigredo, viene alla luce la segreta paura che il demonio possa essere il più forte, che Cristo non sia riuscito a vincerlo del tutto. Come si spiegherebbe, altrimenti, la credenza nell’Anticristo? Perché l’attesa, ancora viva, per la venuta dell’Anticristo? Perché solo dopo il regno dell’Anticristo e dopo la seconda venuta di Cristo il male sarà definitivamente sconfitto, nel mondo e nell’anima dell’uomo. A livello psicologico, tutti questi simboli e tutte queste credenze sono interdipendenti: si tratta sempre di combattere contro il male, contro Satana, e di vincerlo, vale a dire di assimilarlo, di integrarlo nella coscienza.
Nel linguaggio degli alchimisti, la materia soffre finché la nigredo non scompare; allora la « coda del pavone » (cauda pavonis) annuncerà l’aurora e sorgerà un nuovo giorno, la leúkosis o albedo. Ma in questo stato di « bianchezza » non c’è vera vita, è uno stato astratto, ideale. Per infondergli vita bisogna infondergli « il sangue », la rubedo, il rosso della vita. Solo l’esperienza di tutti gli stadi dell’essere può trasformare lo stato ideale di albedo in una forma di esistenza pienamente umana. Solo il sangue può vivificare lo stato di coscienza più alto, in cui è dissolta l’ultima traccia di nerezza, in cui il demonio non ha più esistenza autonoma ma viene integrato ricostituendo la profonda unità della psiche.
Allora l’opus magnum è compiuto: l’anima umana è completamente integrata”.





