Le “forever wars”
Quello che propongo in questo testo non è solo un’analisi geopolitica. È qualcosa di più sottile: è il tentativo di mettere a nudo un limite strutturale del potere quando prova a trattare la realtà come se fosse un’estensione della propria volontà.
Io continuo a pensare che ci sia un errore di fondo, quasi ingenuo nella sua pericolosità: credere che una guerra possa essere gestita come una leva economica, come un dazio che alzi o abbassi per correggere un grafico.
Ma una guerra non è un grafico. Una guerra, quando la inneschi, smette immediatamente di appartenerti. E quello che vedo nella mossa di Donald Trump è proprio questo scarto: l’illusione di poter entrare e uscire dal conflitto con la stessa logica con cui, in passato, ha sospeso o rilanciato tariffe commerciali.
La sospensione di cinque giorni dei raid contro l’Iran non mi appare come una strategia compiuta. Mi sembra piuttosto una pausa tattica che nasconde un’incertezza più profonda. Perché il punto non è se attaccherà o meno. Il punto è che, ormai, non decide più solo lui.
C’è una differenza radicale tra economia e guerra. Nell’economia puoi correggere. Puoi fare un passo indietro senza che il sistema perda memoria. Nella guerra no. Ogni minaccia crea conseguenze. Ogni movimento genera reazioni autonome. E infatti l’Iran non è un attore passivo in attesa di capire cosa farà Washington.
È un sistema che interpreta, valuta, reagisce. Se vede esitazione, la trasforma in leva. Se percepisce contraddizione, la usa come spazio operativo.
Io non riesco a non vedere un nodo centrale: lo stretto di Stretto di Hormuz. Non è solo un passaggio geografico. È una leva energetica globale. Chi controlla quel punto non controlla solo il petrolio. Controlla il ritmo dell’economia mondiale.
E allora mi chiedo: perché Teheran dovrebbe cedere proprio lì, senza ottenere nulla? Non ha senso. Quello che viene chiamato “opzione Taco”, l’idea che Donald Trump possa dichiarare una vittoria simbolica e uscire dal conflitto a me appare come una via d’uscita solo narrativa. Non reale.
Perché uscire significherebbe lasciare dietro di sé un Iran ferito ma intatto, arrabbiato ma non sconfitto, e soprattutto ancora in possesso dei suoi strumenti di pressione: energia, geografia e tempo.
E in più resterebbe irrisolto il nodo nucleare. Senza il controllo dell’uranio arricchito, tutta la giustificazione iniziale dell’intervento si svuota. Diventa retroattivamente fragile.
C’è poi un altro livello che mi inquieta. Questa idea che il tempo possa essere usato per riallineare le forze, aspettare asset militari, preparare un’eventuale escalation. Ma il tempo, in un conflitto, non è neutro. È uno spazio che anche l’altro riempie. E mentre tu aspetti, anche l’altro si prepara.
Alla fine, quello che emerge è questo: non siamo davanti a una strategia lineare, ma a una situazione che rischia di sfuggire a chi l’ha generata.
Le cosiddette “forever wars” non nascono da un piano preciso. Nascono proprio così. Da una sottovalutazione iniziale. Da un eccesso di fiducia nella propria capacità di controllo. Da una lettura riduttiva dell’avversario.
E, allora, la domanda che mi resta non è cosa farà Trump. È più radicale: quanto di ciò che è stato messo in moto è ancora governabile? Perché quando il potere entra in contraddizione con la realtà, non è la realtà che si piega. È il potere che si scopre, improvvisamente, limitato.





