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Intelligenza artificiale, quale futuro?

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Le paure dell’era moderna

Ho partecipato a una bella serata sul tema della IA condotta dall’ing. Guido Saracco, ex Rettore del Politecnico di Torino.

Tralasciando gli innumerevoli elogi a Mario Draghi, visto dall’ing. Saracco come la sola voce politica europea che si è levata in difesa dell’etica nell’era IA (Mario Draghi etico mi è sembrato davvero troppo), tutto il resto della conferenza, che poi era più un incontro tra amici, ha confermato appieno le mie convinzioni, purtroppo collimanti con quelle di un esperto come Guido.

Mi è parso, però, di cogliere una certa difformità sulla concreta percezione del pericolo, che lui vede limitato al surclassamento intellettuale dell’individuo, mentre io, più pratico, lo estendo anche all’annichilimento fisico con il progressivo smantellamento del modello occupazionale come lo conosciamo oggi.

I timori per l’occupazione si ripropongono ciclicamente a ogni importante svolta tecnologica e nel passato sono sempre stati infondati, perché il progresso è coinciso con l’evoluzione del mercato, e il suo allargamento impattando enormemente sul reddito medio delle popolazioni, ed è stata questa la chiave che lo ha reso sostenibile.

Più produttività, maggiore competitività, più mercato, più lavoro meglio qualificato e retribuito.

L’automazione ha avuto un innegabile impatto negativo sull’occupazione nelle attività industriali, ma nel contempo si sono aperti altri settori prima irrilevanti, come il terziario, il turismo, l’informatica e tantissimi altri.

Il mercato è cresciuto e, con esso, sono cresciute di numero anche le industrie e, di riflesso, l’occupazione, anche se abbiamo iniziato a conoscere il fenomeno della delocalizzazione, effetto di quella globalizzazione di cui solo oggi abbiamo compreso appieno la gravità.

Per tutta la seconda metà del secolo scorso c’è stata una proliferazione incredibile di segmentazioni di mercato in cui i medesimi prodotti sono venduti a prezzi diversi, con la nascita di quella nicchia del lusso, prima impensabile, e che ha fatto la fortuna di marchi ancora oggi iconici grazie proprio all’incremento dell’economia globale innescato da quel progresso tecnologico che tanta paura faceva.

In realtà, quelle paure non erano del tutto ingiustificate.

Il fattore determinante e inizialmente sottovalutato, che ha permesso di superare e, anzi, trasformare in valore aggiunto l’impatto delle tecnologie di automazione è stata la mobilità individuale.

Il mondo ha sviluppato e reso sostenibili tutti i modelli di attività alternativi all’industria grazie all’automobile, e alla libertà di movimento ad essa associata.

Per anni l’equazione è stata semplice: più automobili circolavano in un Paese, più questo Paese era economicamente forte.

La Cina è stata debole fino a quando i suoi cittadini si muovevano in bicicletta, ma è diventata fortissima, soprattutto come economia interna, ora che una gran quantità di cinesi può permettersi le auto più moderne.

Fatto questo doveroso preambolo, torniamo all’argomento.

Se in passato i timori di ogni rivoluzione tecnologica sono stati fugati, perché la IA dovrebbe preoccuparci?

Significativa al proposito è stata la domanda rivolta ieri all’ing. Saracco da un partecipante alla conferenza: “ma, in definitiva, quali attività potrà fare l’IA sostituendo l’uomo?”.

Guido ha lapidariamente risposto: “Tutte! Il solo limite era la velocità di calcolo, ma oggi, con i nuovi processori, è enormemente superiore a quella della mente umana”.

E allora capite che non ci troviamo assolutamente davanti a una tecnologia che apre a nuove prospettive di crescita economica globale come abbiamo sperimentato nel secolo scorso.

Questa è una svolta epocale perché può sostituire l’uomo in ogni ambito, con molta più efficienza, rendendolo di fatto obsoleto.

L’interazione con tutti i moderni sistemi di comunicazione ha permesso ai modelli IA di creare un enorme archivio di dati e situazioni da campionare ed elaborare.

Fino ad oggi siamo stati noi con i nostri comportamenti abituali, dalle attività sui social, a quelle sul lavoro, alle recensioni che rilasciamo sui servizi, fino ai metodi di pagamento che usiamo, a fornire alle IA le informazioni da utilizzare nelle sue elaborazioni.

Poi, però, le IA hanno iniziato ad usare queste informazioni per autoprogrammarsi, al punto che oggi neppure chi le ha progettate è più in grado di capirne il funzionamento (parole dell’ing. Saracco).

Certo è che più utilizziamo le IA e più consegniamo al sistema il nostro cervello, e il nostro modello cognitivo individuale, che viene debitamente analizzato e profilato unitamente a tutte le nostre informazioni personali e comportamentali.

Consegniamo tutto ciò a uno strumento in grado di adeguare autonomamente il suo programma alle nostre esigenze.

Capite bene che non solo le IA sono in grado di sostituirci, ma addirittura potranno perfino manipolarci con una facilità impressionante.

Si tratta di un potere immenso consegnato alle poche big teck che oggi padroneggiano questi sistemi.

Il vero pericolo, poi, è che l’evoluzione dei computer quantistici porti i modelli IA a sviluppare, l’ing. Saracco la chiama “una coscenza propria”, io preferisco parlare di autoderminazione, perché la coscenza è altra cosa e farebbe perfino meno paura.

Pensate ai moderni robot, androidi, e perfino umanoidi, che si stanno sviluppando in Cina e Giappone, immaginateli dotati di capacità di autoderminazione e funzionanti secondo principi strettamente logici, privi di qualsiasi argine etico o morale, in grado perfino di autoriprodursi in fabbrica e autoevolversi, padroneggiando una tecnologia che nessun umano sarà più capace di comprendere.

Lo so che pensate che sia un film di fantascienza ma, già oggi, gran parte di tutto ciò è possibile e, forse, già realizzato, anche se solo a livello di prototipi e a prezzo di investimenti, per ora, folli.

Forse, per la disumanizzazione del pianeta ci vorranno ancora parecchi anni (non così troppi se non poniamo in fretta dei freni a questa rincorsa allo sviluppo incontrollato), ma il radicale cambiamento delle economie è dietro l’angolo, anche se si arrivasse ad un accordo mondiale sui limiti etici da non oltrepassare per queste tecnologie (per quanto possano valere questi accordi).

Già oggi in Giappone (e in test anche in una RSA Italiana) esistono Robot adibiti alla cura degli anziani non autosufficienti, e questo impiego futuro viene visto come positivo dall’ing. Saracco che lo definisce l’utilizzo “buono” della nuova tecnologia, perché fa fronte alla carenza di badanti in fuga verso il nord Europa dove vengono pagati di più.

Io mi chiedo: se non posso pagare di più una badante per farla restare con me, difficilmente potrò permettermi di pagare l’acquisto di un robot da 70.000 dollari più IVA?

Ma, comunque, è prevedibile che con l’aumentare della domanda i prezzi caleranno e allora che fine faranno le badanti in Italia e nel mondo?

Saranno cancellate, come i tassisti, come gli insegnanti, come i receptionist, e come perfino gran parte dei programmatori.

Tantissime professioni, perfino qualificate, spariranno, ma questa volta non saranno sostituite da altre nascenti, come fu in passato.

Ancora una volta, a farci comprendere dove stiamo andando è quella stessa automobile che, diventando popolare è stata il motore della enorme crescita economica del secolo scorso.

Bene, oggi quell’automobile sta diventando elitaria, se ne scoraggia l’impiego, si cerca di renderlo difficilmente sostenibile per i budget famigliari, disincentivando di fatto la più grande conquista della storia dell’umanità: la mobilità individuale e il simbolo di libertà che rappresenta, quasi a preparare il terreno a un nuovo mondo in cui l’umanità perderà progressivamente il ruolo di protagonista finendo succube della stessa tecnologia che ha creato.

L’ing. Saracco vede in prospettiva la deriva che lui stesso giudica estremamente negativa di una umanità disoccupata e mantenuta col reddito di cittadinanza.

È certo un’evoluzione possibile al termine del processo evolutivo, io però credo che nel frattempo faremo sempre più i conti con crescenti sacche di povertà coincidenti con i settori che via via si saranno resi inutili.

Masse sempre più imponenti di persone anche di buon livello culturale ridotte a dipendere dall’assistenzialismo di Stato, fino a quando lo Stato avrà le risorse per supportarle.

La soluzione proposta dall’ingegnere è demandata alla politica, che dovrebbe imporre dei limiti etici ben precisi almeno a livello europeo, forte dall’essere il secondo mercato mondiale, e anche il blocco economico ancora meno dipendente dalle big teck.

Premesso che questa soluzione non ridurrebbe affatto l’impatto occupazionale delle nuove tecnologie, la vedo comunque difficilmente adottabile.

Già in passato la politica europea ha provato a contrapporsi ai colossi stranieri in tema di privacy, ma gli hanno fatto una pernacchia.

In realtà, sulla questione occupazionale più che etica, i più sensibili sembrano proprio i cinesi che da un lato usano largamente la IA per il capillare controllo della popolazione, dall’altro hanno emanato una legge che impedisce di utilizzarla nelle imprese a scopi di riduzione o sostituzione del personale.

D’altra parte, si può capire: il più grande problema cinese è la disoccupazione che potrebbe portare a serissimi disordini o addirittura rivolte sociali, che è il terrore di chi regge il potere in una nazione così grande e popolosa.

Staremo a vedere se veramente nascerà una coscenza popolare, magari mondiale, che spinga verso un utilizzo etico e soprattutto sostenibile di queste nuove tecnologie o se consegneremo tutti il nostro cervello all’ammasso rassegnandoci all’autodistruzione.

Intanto, non ho potuto fare a meno di notare che a una qualificata conferenza come quella di ieri c’erano solo vecchie cariatidi come me e mancavano totalmente quei giovani destinati a subire le conseguenze di questa rivoluzione.

L’ing. Saracco ha risposto che era normale, perché il tempo stringe e serve una platea più matura in grado di fare pressione sulla politica.

Mi ha fatto davvero sorridere quest’affermazione. Oggi le persone della mia età non sono in grado di esercitare nessuna pressione politica, mentre, al contrario, vediamo ogni giorno che le pressioni più efficaci, su altre tematiche purtroppo prettamente ideologiche, arrivano proprio da quei giovani che non sembrano assolutamente interessati all’argomento.

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