
Come spesso accade, più sono in crisi e più alzano la voce. Il vociare degli impotenti è davvero insopportabile, perché volgare.
Il governo francese, sotto attacco nel suo Paese, con le città infuocate dalle proteste, in crisi nel Centrafrica, dove la Francia viene cacciata letteralmente dalle sue aree di influenza da russi e cinesi, se la prende, vociando scompostamente, contro il governo italiano, sempre con l’aria di chi pensa di essere superiore anche quando ha le pezze al culo.
Il ministro dell’Interno francese Gérald Darmanin ieri ha affermato: “Meloni incapace di risolvere i problemi migratori dell’Italia”.
Non è tardata la risposta dell’Italia.
Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha twittato: “Non andrò a Parigi per il previsto incontro con Catherine Colonna. Le offese al governo ed all’Italia pronunciate dal ministro Darmanin sono inaccettabili. Non è questo lo spirito con il quale si dovrebbero affrontare sfide europee comuni”.
Intervistato da RMC su alcune affermazioni del Rassemblement National riguardanti la situazione alla frontiera franco-italiana, Darmanin ha sostenuto che la premier italiana “è incapace di risolvere i problemi migratori” dell’Italia, Paese che conosce “una gravissima crisi migratoria”.
“La signora Meloni” – ha affermato il ministro dell’Interno francese – che guida “un governo di estrema destra scelto dagli amici della signora Le Pen, è incapace di risolvere i problemi migratori per i quali è stata eletta”.
Senti chi parla.
Perché il ministro francese non si preoccupa dell’incapacità del suo governo a risolvere i contrasti sociali che infuriano in Francia? E che dire del fallimento totale della politica estera in Africa di Macron, che sta perdendo progressivamente i rapporti con le ex colonie e vede crollare la sua presenza in aree strategiche?
E che dire del bacio di Macron alla pantofola di Xi Jinping, con al seguito la presidente della Commissione in veste di badante guardarobiera?
Quando i pigmei si ergono a giganti, in una bolla di grandeur, fanno semplicemente pena.
Tuttavia lo sfogo volgare del francese è l’evidente bava alla bocca dell’Eliseo per come Giorgia Meloni sta conducendo la politica estera dell’Italia.
Sono finiti i tempi della fila degli italiani in attesa di andare a lucidare l’argenteria di Macron.
L’attivismo italiano nel Nord Africa sta contrastando una politica francese che è stata all’origine della destabilizzazione della Libia e non è un caso che l’attacco arrivi mentre a Roma c’è Haftar.
Haftar, infatti, in visita a Roma per proseguire il dialogo sulla stabilizzazione della Libia e del Nordafrica, mercoledi sera ha avuto un colloquio con il vice-premier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Il generale, ex ufficiale nell’esercito del colonnello Gheddafi, da alcuni anni è diventato l”uomo forte” della Cirenaica; da qualche mese però, grazie ad un accordo con il premier di Tripoli, Abdelhamid Dbeibah, Haftar è ritornato ad essere di fatto uno degli interlocutori decisivi in Libia, nonostante il fatto che per mesi dal 2019 avesse provato ad attaccare senza successo la città di Tripoli, riaccendendo una lunga fase nella guerra civile libica.
Ieri mattina Haftar ha incontrato a Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni. L’incontro è servito per uno scambio di opinioni su alcuni temi, in particolare la crescita senza precedenti del fenomeno migratorio verso l’Italia.
Il colloquio di ieri è stato anche l’occasione per Meloni, sempre a quanto si apprende, per confermare il sostegno italiano all’azione delle Nazioni Unite in Libia per la rivitalizzazione di un processo politico che possa portare a elezioni presidenziali e parlamentari entro la fine del 2023.
Il presidente del Consiglio ha anche colto l’occasione per un confronto sulle situazioni di destabilizzazione in Libia e nei Paesi confinanti, esprimendo particolare preoccupazione, sempre secondo le stesse fonti, per il conflitto in Sudan.
Il generale è molto vicino alle posizioni dell’Egitto guidato dal presidente Al Sisi. Incontrando il leader egiziano al Cairo, il ministro Tajani aveva chiesto di intervenire sul generale libico per facilitare una pacificazione definitiva della Libia e per fermare il flusso di migranti irregolari che partono anche dalle coste della Cirenaica.
Non è, pertanto, casuale la coincidenza della rodomontata del francese, affetto da grandeur, con la presenza a Roma di Haftar, ma Gérald Darmanin non ha fatto i conti con il fatto che in Italia la musica è cambiata e che non ci sono più al governo i desiderosi di legittimazione parigina e nemmeno quelli che corrono alla corte dei Rothschild, dove si è formato l’attuale presidente francese.
A Parigi, evidentemente, hanno poco digerito anche il fatto che Giorgia Meloni stia costruendo una rete molto legata all’anglosfera e che possa dare vita ad un asse che mandi a casa i socialisti europei e con essi l’asse franco tedesco.
La rabbia nell’Esagono sale e la bava alla bocca fa perdere la ragione e si traduce in volgarità.
C’è, però, una questione politica di prima grandezza che riguarda il Trattato del Quirinale, il quale, evidentemente, è sempre più carta straccia e non è pensabile che qualche pezzolina quirinalizia metta a tacere una posizione arrogante che abbiamo già avuto modo di vedere in tutta la sua portata quando Macron è andato a firmare intese con la Cina in aperta discordanza con gli interessi europei e con quelli dell’Alleanza atlantica.
I francesi devono capire che l’era dei camerieri, dopo vent’anni di Ulivo e di pendolari tra Italia e Parigi, è finita.
Gli italiani, in questo caso il Parlamento, devono finalmente capire, fino in fondo, cosa ci sia dietro le quinte del Trattato del Quirinale, se ci siano dei patti segreti, se ci siano delle condizioni non dichiarate, firmate da chi e per conto di chi. Il rapporto con la Francia deve essere paritario e trasparente e gestito dal Governo legittimamente in carica, non da altri.
Il Governo (vale per tutti i governi) non hanno bisogno di tutori e di badanti.





