
di Claudio Ponzo
“Ho immaginato l’applauso finale da quando ho cominciato a preparare lo spettacolo. Mi ha ripagato di tutto il lavoro. La mia prossima opera parte da una riflessione: per cosa vale la pena vivere e morire?” Filippo Macchiusi
È andato in scena il 31 marzo allo Spazio Diamante di Roma il nuovo monologo tragicomico di Filippo Macchiusi, ‘M, informato dei fatti’, una commedia drammatica ricca di colpi di scena e riflessioni esistenziali che esplora il complesso mondo del protagonista M, emblema di una generazione instabile in cerca di risposte.
Raccontaci l’emozione della prima sera di questo tuo nuovo monologo tragicomico…
“All’inizio ho provato un po’ di paura. Ma era quella paura sana, che spinge a capire qual è il limite del contesto che uno ha di fronte. C’è sempre, alla prima di un nuovo spettacolo, il pensiero recondito che porta a chiederti ‘ma perché lo sto facendo?’, che può- anche a sorpresa- essere sbugiardato dall’applauso finale che offre la tanto agognata risposta. Poi quando si inizia, l’unica cosa a cui si deve pensare è dare il meglio di sé e fare quello per cui si è lavorato tanto. Devo proprio dire che il momento più emozionante è stato quello dell’applauso finale, che ho immaginato dal momento in cui ho cominciato a preparare questo spettacolo: riceverlo è stata un’emozione unica, mi ha ripagato di tutto il lavoro fatto”
Che cosa rappresenta l’applauso per un’artista?
“È un rapporto unico, nel bene e nel male. Ci sono vari tipi di applauso, se l’applauso per esempio è di cortesia è facile accorgersene subito, e non è una bella sensazione. Però quando è sincero, come diceva un mio maestro, diventa il surrogato che ha il pubblico per abbracciare e ringraziare chi gli ha trasmesso qualcosa. È il modo più bello cioè che il pubblico ha per ricambiare rispetto a chi sta sul palco, e quando questo accade si è partecipi di un momento speciale”.
E come ha reagito il pubblico al tuo spettacolo?
“Quando si è in scena non ci si può pensare. Il miglior servigio che si può rendere al pubblico è pensare che non esista, e concentrarsi al meglio su ciò che si sta facendo. Allora ciò che fai diventa vero, onesto e il pubblico lo apprezza. Se il pensiero va troppo a come il pubblico reagisce questo si percepisce, e lo spettacolo perde di credibilità”
Ci sono cose che, col senno di poi, avresti fatto diversamente?
“Tutto è migliorabile, la premessa dev’essere questa. Però sono talmente felice del percorso fatto che non cambierei né quello né l’intenzione che c’era dietro. Dovremmo distaccarci dall’ossessione del risultato che abbiamo come società, e guardare più a come si è arrivati a essere quello che siamo”.
Da pochi giorni è venuto a mancare Antonello Fassari, noto attore romano che ha sempre detto di considerare il suo lavoro come un servizio. Cosa è per te lo spettacolo, il teatro in particolare?
“Storicamente il racconto è il modo che l’umanità ha di ricordare. Prima si trasmetteva a voce , poi ci siamo evoluti e siamo arrivati al racconto per immagini. A mio avviso è un processo in continua evoluzione: ora a fare la voce grossa è il cinema, ma quella di raccontare le storie è un’esigenza umana. Questo perché la vita è complessa, e non è possibile definirla in termini semplici. Le storie hanno questa capacità di rendere vera per tutti una realtà, perché la riconosciamo in qualità di esseri umani. Questo è il vero potere del racconto, ci unisce collettivamente. Nel teatro questo è espresso in modo ancora più forte, perché si esige la compresenza: il rapporto col pubblico è tangibile, quasi fisico, e perciò tutto è ancora più vero”.
Il palco è certamente il luogo in cui tutto è possibile. A parer tuo c’è più finzione nella vita o sul palco?
È una domanda complessa. Sul palco cerchiamo di essere il più possibile veri, lo sforzo è quello di raccontare qualcosa di autentico. Non si può pensare di salire sul palco e avere la pretesa di raccontare la verità essendo finti. Recitare vuol dire vivere realmente in circostanze immaginarie imposte. D’altra parte bisogna dire che, nella vita di tutti i giorni, siamo tutti grandi attori.
Nel tuo monologo tanti i temi trattati: verità, giudizio, paure, precarietà… Filippo Macchiusi dove sta?
“L’intento è quello di essere ovunque e da nessuna parte. Io non sono M, il protagonista del mio monologo, ma indubbiamente lui è parte di me. Tutto quello che racconto è declinato e influenzato dalla mia vita, da quello che credo. Gli eventi e i personaggi sono immaginari, ma quella che parla sul palco è la mia voce. Quindi Filippo Macchiusi è ovunque, dal punto di vista umano soprattutto”.
Ci sono dei nuovi progetti all’orizzonte?
Si, non ho nessuna intenzione di fermarmi. ‘M, informato dei fatti’ ritornerà in scena, ma già sto scrivendo un nuovo spettacolo che si chiamerà ‘Rivoluzionari con la tosse’. Sarà una mia personale riflessione: per cosa vale la pena vivere e morire?”.





