Vedere con l’occhio della mente che comprende in sé l’eterno e l’immortale
Scrivo del Rito Scozzese Antico e Accettato per accondiscendere alla richiesta di un amico fraterno, il quale, essendo un 33° grado mi chiede cosa ne penso del Rito e di alcuni suoi elementi fondamentali.
Questo mio dialogo a distanza prosegue dopo l’articolo pubblicato sul Nuovo Giornale Nazionale A proposito del Rito Scozzese Antico e Accettato.
E ripeto all’amico fraterno che, nonostante i nostri sacri numeri, non abbiamo capito alcunché del Rito Scozzese Antico e, probabilmente, ce lo dobbiamo far spiegare dal quel corto di cervello che, rivestito con i paramenti del 33° grado, diceva ai poveretti che iniziava al 4° Grado, Maestro Segreto: “Avete ucciso il Maestro Hiram e ora siete orfani e dovete arrangiarvi”.
Inconsapevole della logica che nella leggenda di Hiram vede il Maestro ucciso da compagni e resuscitato da maestri, il poveretto dice a dei maestri che avevano ucciso Hiram. Il poveretto è ancora in circolazione a far danno.
Sic transit gloria Francimasonariae.
Vengo meno, per ora, alla richiesta di scrivere dei gradi intermedi a quelli solitamente utilizzati, per concentrare l’attenzione dell’amico fraterno sul 4° grado (di fatto il primo) che riguarda quella capacità di unificare l’emisfero destro con quello sinistro, per vedere con il terzo occhio, ossia per attivare lo sguardo noetico, che è un vedere l’immediato, essendo marchiati nell’anima dalla visione e capaci anche di farsene una ragione.
Prima di entrare in argomento, trovo doveroso ribadire il concetto che gli inglesi si sono appropriati nel 1717 della Massoneria, riducendola ad un club al servizio di Sua Maestà.
Abbiamo a che fare con il Casato degli Hannover (in tedesco: Haus Hannover), una delle più importanti dinastie reali europee, di origine tedesca, che ha regnato su vari territori tra cui l’Inghilterra, la Gran Bretagna, il Regno Unito, l’Irlanda e l’Hannover stesso.
La regina Vittoria (1837 – 1901), ultima sovrana Hannover in Gran Bretagna, sposò il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha e da lei discende l’attuale famiglia reale britannica (rinominata Windsor nel 1917 per motivi di opportunità durante la Prima Guerra Mondiale). Il Casato di Sassonia-Coburgo-Gotha ha avuto un’enorme influenza sulle monarchie europee nell’Ottocento.
L’interesse per una Massoneria club di Sua Maestà, in un periodo coloniale, e anche ora, è del tutto evidente e assolutamente profano.
Gli inglesi – scrive Dario Fabbri su Domino 7-2026, tedeschi d’oltre Manica, “circondati da isolani di pura matrice celtica, hanno mutato identità sottraendola agli altri, dunque a sé stessi. […]. Nel 1301 re Edoardo conferì al figlio il titolo di principe del Galles, da allora designante l’erede al trono d’Inghilterra, affinché la progenie indigena non avanzasse pretese. […]. Nel Settecento vicinanza interetnica e massima estensione geografica convinsero gli inglesi a cambiare nome. Con l’unificazione imposta alla Scozia nel 1707 (Acts of Union) cominciarono a fingere il nuovo Regno appartenesse a tutti i sudditi, non solo alla propria stirpe. […] … improvvisamente riesumarono il demotico “britannico”, forma mediana tratta dal gentilizio utilizzato dai romani e poi obliato”.
Rimanere legati alla “regolarità” dettata dalla Gran Loggia inglese è fare la fine dei popoli celti, ai quali gli inglesi, tedeschi camuffati, hanno sottratto l’identità.
Questa necessaria precisazione vale anche per l’attribuzione a Federico II (ovviamente di Prussia) della fondazione del Rito Scozzese Antico e Accettato.
Lasciamo i re, i nobili in cerca di portafogli borghesi e i borghesi in cerca di spade e mantelli nobiliari e arriviamo alla questione che tu, caro amico fraterno 33°, mi poni.
Come ho già scritto nel precedente articolo, Parmenide, ricordato come colui che ha introdotto un modello per il pensiero razionale (principio di non contraddizione, terzo escluso) era un sacerdote di Apollo Oύlios, uno iatromante e un maestro sciamano e “per lui la ratio e la «scienza» erano ancelle della conoscenza che si ottiene per visione e contatto: il culmine conoscitivo è frutto del noûs, l’intuizione metafisica, che è il vero centro: il resto, pur significativo, è periferia”. [i]
Michele Psello sostiene che l’udito riguarda l’insegnamento, mentre l’iniziazione riguarda la vista, perché il Noûs stesso subisce una visione, che è un marchio che si incide nella psiche.

Si tratta di passare dalla dianoia (dal greco antico διάνοια) che deriva dall’unione della preposizione διά (dià, “attraverso”) e dal sostantivo νοῦς (noûs, “intelletto, mente o pensiero”), ossia dal «procedere del pensiero», ovvero l’atto di attraversare la realtà con la mente, all’intuizione.
Nelle opere di filosofi come Platone e Aristotele, il termine dianoia indica la conoscenza razionale discorsiva. A differenza dell’intuizione immediata, la dianoia rappresenta quel processo logico e progressivo che unisce diverse premesse per trarre conclusioni, mentre lo sguardo noetico è un vedere l’immediatezza dell’unione tra l’osservante e l’osservato.
Accogliere l’aoristo imperativo
Il “Conosci te stesso” (γνῶθι σεαυτόν, Gnōthi seauton) di origine apollinea è ben presente nella Massoneria e molti autori massonici italiani e internazionali citano esplicitamente questo imperativo come principio fondamentale del percorso iniziatico.
Nel grado di Maestro Segreto questo imperativo acquista un valore fondamentale, in ragione dell’aoristo che lo esprime.
Nella lingua greca γνῶϑι σεαυτόν l’aoristo imperativo è “γνῶθι, che non implica lo svolgersi dell’azione del conoscere, ma esprime un’azione puntuale, un invito a realizzare qualcosa in un momento specifico (qui e ora “conosci te stesso!”, qui e ora “arriva a conoscere te stesso!”).
Tutta la “azione” verbale della famosa massima di Delfi è portata dall’aoristo γνῶθι e in greco antico l’imperativo aoristo presenta l’azione come un tutto, un atto completo.
Il valore principale dell’aoristo è aspettuale, non temporale. La massima delfica non sembra esortare a un’indagine psicologica senza fine, bensì a un atto di presa di coscienza, un riconoscimento che inaugura un nuovo modo di essere.
In questo senso il valore aspettuale dell’aoristo si accorda molto bene con l’idea di una conoscenza che, una volta raggiunta, trasforma il soggetto.
Il termine aspettuale deriva dal latino aspectus, “modo di guardare”, “prospettiva”, che a sua volta deriva da aspicere, “guardare”. In linguistica, l’aspetto verbale indica il modo in cui l’azione è “vista”.
Per il greco antico questo è fondamentale. L’opposizione tra presente e aoristo non è anzitutto temporale, ma riguarda il punto di vista sull’azione. Con l’aoristo l’azione è vista come un tutto unitario.
Questa idea è particolarmente interessante anche sul piano filosofico. Il verbo greco non descrive soltanto un’azione, ma la prospettiva da cui essa è contemplata.
Nel caso di γνῶθι σεαυτόν, l’aoristo invita a vedere la conoscenza di sé come un evento compiuto e decisivo, non come un processo analizzato nelle sue tappe.
C’è anche una suggestiva consonanza con l’etimologia greca del verbo οἶδα (“so”), che è il perfetto con valore di presente della radice ϝιδ-/ἰδ- (“vedere”): originariamente significa “ho visto”, e quindi “so”.
Nella cultura greca, vedere e conoscere sono profondamente connessi: la conoscenza autentica è spesso concepita come una forma di visione. Questo rende ancora più significativo il fatto che l’aspetto verbale riguardi proprio il “modo di vedere” l’azione.
Thaûma è vedere in sé l’eterno e l’immortale
Introduciamo qui il termine thaûma, da theá – theáomai (vedere, visione, piacevole meraviglia), ma anche vedere il nostro essere mortali.

Il thaûma è quel vedere per cui l’occhio della mente comprende in sé l’eterno e l’immortale.
“Il suo significato filosofico – scrive Massimo Cacciari – ha a che fare col vedere sub specie aeternitatis, anzi, prima ancora, con l’ammirare quei corpi che sono eterni”. [ii]
Il thaûma è ciò per cui l’occhio della mente comprende in sé l’eterno e l’immortale.

“L’uomo eudaίmon, colui che ha avuto in sorte un daίmon benevolo, preso da meraviglia (ethaúmasen) si volge pieno d’amore, éros, verso la vera conoscenza di quell’Ordine immortale che gli è rivelato, partecipa, lui uno, all’Unità di quel Lógos”[iii] che tutti gli enti collega. Il thaûma diviene davvero divino “allorché si comprende come la potenza dei numeri possa generare corpi, come tà phisikà (le cose fisiche, ndr) obbediscano al Lógos e i nostri mathémata (appredimenti, ndr) possano perciò conoscerli veramente e realmente, alethôs te kaì óntos (in modo veritiero ed essente, ndr)”. [iv]
Hesychίa, la quiete della mente
Al fine di “vedere” con sguardo noetico è necessario raggiungere la «quiete della mente», che è lo scopo delle pratiche meditative di ogni latitudine e longitudine”. [v] Alla “radice noetica, pacificata, della mente allude il temine «hesychίa»”.
Questo “vedere” è relativo al linguaggio dei simboli e il simbolo è una chiave spezzata. Anticamente, infatti, si usava spezzare una moneta e darne una parte ad un messaggero perché la portasse a chi, in tempi successivi, avrebbe potuto, con quella moneta spezzata, farsi riconoscere congiungendo perfettamente le due parti.

La chiave spezzata, così come il simbolo in generale, rimanda, all’ulteriorità, a quella parte dei significati che non è evidente, a quella parola che il silenzio nasconde, ma che non è assente, a quella visione che non è appannaggio degli occhi, ma dello sguardo noetico, che è esperito dal terzo occhio.
Utilizzare il linguaggio simbolico e archetipico significa andare oltre la superficie, guardare oltre, vedere con la seconda vista: l’intuizione.
Per avvicinarci alla comprensione dei simboli è fondamentale, nel significato letterale del termine, decidere che, letteralmente, significa “tagliar via”, “troncare” o “dare un taglio netto” tra ciò che è tradizione e ciò che è profano potere.
“Si può dire – afferma Popper – che noi siamo, intellettualmente, i prigionieri del nostro linguaggio: non possiamo pensare se non in termini di teorie (della sostanza, o dello spazio tempo, per esempio) che, sebbene a noi sconosciute, sono incorporate nel nostro linguaggio […]. Solo imparando un nuovo linguaggio con una struttura diversa – che sia essenzialmente non del tutto traducibile nel nostro vecchio linguaggio – e quindi soltanto attraverso lo scontro con la nuova cultura ed una conversione ad essa, noi potremo venire liberati dalla nostra prigione; o piuttosto, potremmo entrare in un’altra prigione forse più grande”. [vi]
Popper ci invita ad abbattere i muri della nostra prigionia e afferma: “La consapevolezza di uno di questi muri equivale alla sua distruzione, visto che l’imprigionamento intellettuale consiste in gran parte nella nostra cecità intellettuale verso i muri della prigione”. [vii]
Cambiare linguaggio, per chi aspira alla Vera luce, significa tornare al linguaggio principiale, a parole principiali che troviamo nelle testimonianze dei sophoi, gli stessi ai quali ci rinviano gli Old Charges della Massoneria, quando indicandoci Pitagora come uno dei riferimenti essenziali, ci riportano, accanto a Pitagora, a Eraclito, a Parmenide, a Empedocle, ad Anassimene, a Talete, ad Anassimandro, ad Anassagora, ossia a coloro che condividevano l’intuizione dell’unità di tutte le cose, in quanto sono espressioni di un unico principio: φύσις (phýsis), l’Origine.
Origine “che è noumeno e fenomeno, fine e origine di tutte le cose che mutano, e insieme somma di queste medesime, natura naturans e natura naturata”. [viii]
Phýsis deriva dalla radice bhu, che significa essere ed è strettamente legata alla radice bha, che significa luce. Abbiamo qui l’esatto rapporto tra Essere e Luce, quella Luce (Vera Luce) che sin dall’inizio del suo percorso il Massone afferma di cercare.
E la luce si presenta in un rapporto di atto compiuto con l’immediatezza del fulmine, così come l’aoristo γνῶθι. C’è, pertanto, un rapporto essenziale tra il conoscere sé stessi e il conoscere la luce.
Il riferimento è al celebre frammento di Eraclito: Κεραυνὸς τὰ πάντα οἰακίζει. Keraunòs tà pánta oiakízei. “Il fulmine governa (o dirige) tutte le cose.” (Frammento DK 22 B64)
Il termine κεραυνός (keraunós) significa “fulmine”, ma in Eraclito non va inteso semplicemente come un fenomeno meteorologico. È un simbolo della potenza ordinatrice del cosmo.
Il verbo οἰακίζειν deriva da οἴαξ, il “timone” di una nave. Letteralmente significa: tenere il timone; dirigere; governare; pilotare.
La traduzione più fedele è quindi: “Il fulmine tiene il timone di tutte le cose”, oppure: “Il fulmine dirige tutte le cose”.

Conoscere il proprio fulmine-Sé è conoscere colui che dirige la nostra esistenza, il nostro daimon, il nostro “essere”.
Cosa è la “ziza” se non questo fulmine?
Il fulmine rappresenta: l’energia istantanea; la luce che illumina improvvisamente; la forza che ordina il caos; la manifestazione del Logos, la legge universale.
Eraclito afferma che il Logos è comune a tutti, ma gli uomini vivono come se avessero un’intelligenza privata.
Il fulmine può essere visto come la manifestazione improvvisa del Logos: ciò che rivela, in un lampo, l’ordine nascosto dell’universo e il nostro ordine nascosto.
Per questo alcuni interpreti vedono nel frammento un’immagine di una realtà governata non da un sovrano esterno, ma da una legge intrinseca che orienta ogni trasformazione.
Il fulmine non sarebbe tanto una scarica fisica, quanto l’immagine dell’atto ordinatore con cui il Logos dà forma al molteplice. Il fulmine illumina e orienta nello stesso istante: rende visibile l’ordine e, al tempo stesso, lo dirige.
In questa prospettiva, il frammento potrebbe quasi essere parafrasato così:
“Il Logos, come un fulmine, orienta e dà forma a tutte le cose”.
La luce è principio generatore

La luce è Fuoco, Archè (ἀρχή) Stoicheîon (στοιχεῖον), ossia principio generatore (Archè) e contestualmente stoicheia, lettere dell’alfabeto della manifestazione, elementi del molteplice.
Il fuoco-luce è, come affermava Eraclito, semprevivente.
Nel celebre frammento DK 22 B 30 (nella numerazione Diels-Kranz), il testo greco è: “Κόσμον τόνδε, τὸν αὐτὸν ἁπάντων, οὔτε τις θεῶν οὔτε ἀνθρώπων ἐποίησεν, ἀλλ’ ἦν ἀεὶ καὶ ἔστιν καὶ ἔσται πῦρ ἀείζωον, ἁπτόμενον μέτρα καὶ ἀποσβεννύμενον μέτρα”, che nella traduzione in italiano suona così: “Quest’ordine universale (cosmo), che è lo stesso per tutti, non lo fece alcuno tra gli dèi o tra gli uomini, ma sempre era, è e sarà fuoco semprevivente, che si accende secondo misura e secondo misura si spegne”.
“Tutte le cose contraccambio del Fuoco, e il Fuoco contraccambio di tutte le cose, come le ricchezze dell’oro, e l’oro delle ricchezze”. (Fr. DK22B90). “Sapiente è il Fuoco” (Fr. DK 22B64). “Ma tutto governa la folgore”. (Fr. DK22B64).
Qui c’è un punto fondamentale che ci riguarda direttamente in quanto esseri umani.
Nel Frammento 22B16 DK di Eraclito è scritto: “τὸ μὴ δῦνόν ποτε πῶς ἄν τις λάθοι”.
Angelo Tonelli lo traduce con: “e come nascondersi a ciò che non tramonta?”.
“Ciò che non tramonta – commenta Angelo Tonelli – è il Principio, il πῦρ ἀείζωον (fuoco semprevivente) onnipresente anche dentro l’individuum”. [ix] La conseguenza è che non tramonta nemmeno l’individuum, ossia un singolo essere vivente, considerato nella sua unicità e distinzione.
“Se in rapporto a ciò che mai tramonta nessun uomo può mai rimanere nascosto – sostiene Heidegger -, si potrà pensare allora che debba dipendere proprio da ciò che mai tramonta il fatto che ogni uomo – vale a dire l’uomo in quanto uomo, l’uomo secondo il suo essere, l’uomo a partire dal centro essenziale del suo esser-uomo – stia all’interno del non nascondimento […], in modo tale che egli è colui che non può nascondersi […] in rapporto a ciò che mai tramonta e per opera di quest’ultimo”. [x]
I Greci, ci dice Heidegger, “esperiscono in generale l’essere nel senso del «venire alla presenza» […]. Ciò che sorge da sé stesso, e quindi si manifesta e si fa presente si chiama τὰ φύσει ὄντα (ta physei onta) oppure τὰ φυσικά (tà physiká).
Ne consegue che anche l’essere umano viene alla presenza (umano) da sé stesso (essere), per opera di ciò che non tramonta e per questo motivo non tramonta.
[i] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[ii] Massimo Cacciari, Metafisica concreta, Adelphi
[iii] Massimo Cacciari, Metafisica concreta, Adelphi
[iv] Massimo Cacciari, Metafisica concreta, Adelphi
[v] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[vi] Karl R. Popper, Poscritto alla Logica della scoperta scientifica, il Saggiatore
[vii] Karl R. Popper, Poscritto alla Logica della scoperta scientifica, il Saggiatore
[viii] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[ix] Eraclito, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli
[x] Martin Heidegger, Eraclito, Mursia





