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Quando il Mare del Nord chiude il cerchio della storia

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British Petroleum nel Mare del Nord

La British Petroleum avvia il processo di messa in vendita delle sue attività nel Mare del Nord

Ci sono aziende che producono ricchezza e aziende che cambiano la storia, la British Petroleum, BP, appartiene alla seconda categoria.

Prima ancora di chiamarsi British Petroleum, era la Anglo-Persian Oil Company, fondata nel 1909 dopo la scoperta del grande giacimento di Masjed Soleyman in Persia. Fu quella scoperta a modificare definitivamente la strategia dell’Impero britannico.

Winston Churchill comprese che il futuro della Royal Navy non sarebbe più stato il carbone, ma il petrolio. Londra entrò nel capitale della compagnia, assicurandosi il controllo di una risorsa destinata a diventare il motore del XX secolo.

Da quel momento, il Medio Oriente cessò di essere una periferia dell’Impero e divenne il centro della politica mondiale. Nel 1951 il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq compì uno dei gesti più rivoluzionari del Novecento, nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Company, sottraendo il petrolio iraniano al controllo britannico.

Quella decisione provocò una crisi internazionale che culminò, nel 1953, con il colpo di Stato organizzato con il sostegno dei Servizi Segreti britannici e della CIA.

Da quel momento, il petrolio cessò definitivamente di essere una semplice risorsa economica per trasformarsi nello strumento centrale della competizione geopolitica mondiale.

Dal colpo di Stato si passò alla nascita dell’OPEC, alle crisi petrolifere degli anni Settanta, fino alle guerre del Golfo: una parte decisiva della storia contemporanea ruota intorno a quella compagnia che oggi conosciamo come BP.

Per questo, la notizia della sua uscita dal Mare del Nord non può essere solo una semplice operazione economica, è un passaggio storico.

Il Mare del Nord, non era soltanto un grande bacino petrolifero. Dopo le scoperte degli anni Sessanta divenne il simbolo della sovranità energetica britannica e uno dei pilastri dell’autonomia energetica europea.

Per BP rappresentò la possibilità di affiancare ai giacimenti mediorientali una produzione interna stabile, meno esposta alle crisi del Golfo Persico e agli shock petroliferi che segnarono gli anni Settanta.

Per il Regno Unito significò sicurezza energetica, occupazione altamente qualificata, entrate fiscali e una maggiore indipendenza strategica.

Oggi BP lo abbandona non perché il Mare del Nord abbia esaurito il proprio valore, ma perché l’aumento della pressione fiscale, l’invecchiamento dei giacimenti e una diversa strategia industriale hanno ridotto la convenienza economica degli investimenti.

La compagnia che ha contribuito a costruire la geopolitica del petrolio lascia, così, uno dei simboli dell’indipendenza energetica europea proprio mentre il baricentro dell’energia mondiale si sposta nuovamente verso i grandi corridoi euroasiatici.

L’Arabia Saudita non esporta più soltanto greggio, ma costruisce architetture strategiche. Investe nei porti del Mar Rosso, guida coalizioni per la sicurezza di Bab el-Mandeb, sviluppa infrastrutture ferroviarie e logistiche verso il Levante e consolida la propria posizione lungo le rotte che collegano Oceano Indiano, Mediterraneo ed Europa.

Contemporaneamente, il Kazakistan accelera sul Corridoio Transcaspico. Il petrolio e le materie prime dell’Asia centrale cercano un accesso stabile al Mar Caspio, al Caucaso e al Mar Nero, riducendo la dipendenza dalle infrastrutture russe. Anche qui non si tratta soltanto di energia, si ridisegna la mappa della connettività eurasiatica.

Il Mar Nero, da teatro della guerra in Ucraina, diventa il punto di convergenza di oleodotti, terminali, cavi sottomarini e traffici commerciali. È il luogo in cui si incontrano Europa, Caucaso e Asia centrale.

La decisione di BP assume, così, un significato ancora più profondo. Mentre il resto del mondo investe nel controllo delle infrastrutture strategiche, una parte dell’Occidente rende meno competitivo uno dei propri principali bacini produttivi.

Non è soltanto una questione fiscale, ma una scelta che incide sulla sovranità energetica.

La storia sembra chiudere un cerchio.

La compagnia nata per proiettare il potere britannico nel Golfo Persico lascia oggi il Mare del Nord proprio mentre il centro di gravità dell’energia mondiale torna a spostarsi verso quelle regioni che essa stessa contribuì, oltre un secolo fa, a rendere strategiche.

La geopolitica, in fondo, non procede mai per linee rette. Compie lunghi cicli storici. E quando uno di questi cicli si chiude, raramente riguarda una sola impresa. Riguarda l’equilibrio del mondo.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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