
di Bruno Chiavazzo
Nicolas Baverez, un formidabile opinionista del quotidiano francese “Le Figaro”, ha offerto nei giorni scorsi una definizione della leadership meloniana sulla quale vale la pena fermarsi a riflettere.
Baverez ha studiato il “caso” italiano, ad otto mesi dalla nascita del primo governo di destra in Italia, ed è giunto alla conclusione che le vecchie definizioni, care alla sinistra post-comunista italiana come “sovranismo”, “nazionalismo”, “post-fascista” e via dicendo, non hanno nessun senso. Sono sbrigative, sommarie, slogan che non hanno nessun effetto sull’elettorato e sulla opinione pubblica extra main stream. Il commentatore politico francese ha così coniato una nuova parola per definire il percorso e la strategia del governo italiano: Tecno-populismo.
A suo giudizio, che rispecchia precisamente il mio, oggi l’Italia è governata, appunto, da un tecno-populismo composto da due fattori predominanti. Da un lato assistiamo ad una strategia economica-finanziaria molto prudente, attenta ai parametri europei e che ha permesso all’Italia, in questi otto mesi, grazie (e parecchio) alle posizioni assunte in politica estera sulla guerra in Ucraina, di essere ancora “uno dei pilastri delle democrazie occidentali”. Dall’altro lato vi è invece una strategia di politica interna molto più ideologica, più demagogica, che fa leva su alcune storiche battaglie della destra nazionalista: dalle pensioni all’immigrazione, strizzando l’occhio e non solo, ad alcune categorie, vedi i tassisti, i balneari, le partite iva, i commercianti, insomma quelli che da sempre hanno rappresentato il nocciolo duro e nostalgico della destra italiana.
Se questa analisi è giusta (ed io lo penso), allora c’è parecchio lavoro da fare per la sinistra italiana. Giorgia Meloni non è un vecchio arnese della destra fascista e continuare a sottolinearlo nei commenti e nelle dichiarazioni è solo fatica sprecata, oltre a darle solo ulteriore visibilità. Qualcuno ricorda l’aforisma di Oscar Wilde: “parlatene bene, parlatene male, l’importante è che ne parliate”?
Intanto non sarebbe male per il (ancora per quanto?) maggior partito della sinistra, il PD, fare finalmente ed una volta per tutte una grandissimo mea culpa. Negli ultimi sedici anni, il PD è stato al governo in ruoli di primo piano per oltre 11 anni. Ha cambiato undici segretari e nel frattempo i salari sono diminuiti, la disoccupazione e il precariato hanno mostrato un andamento negativo, i diritti dei lavoratori sono stati massacrati dall’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori col risultato che oggi si possono fare licenziamenti di massa solo perché l’azienda non ha fatto gli stessi profitti dell’anno precedente. Sto parlando di “profitti” non di fatturato!
E questi sono solo alcuni esempi, potrei continuare all’infinito e, purtuttavia, la nuova direzione continua a parlare di “climate change”, di uteri in affitto, di armocromia e quant’altro, tutti argomenti che portano solo voti alla Meloni.





