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IL CONFLITTO SERBO KOSOVARO E LE RAGIONI DELLA MEDIAZIONE

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di Vito Sibilio

A fianco a quello Russo-Ucraino, vi è un altro conflitto, sottotraccia, che è quello Serbo-Kosovaro, per la cui soluzione, che è di molto più a portata di mano di quella dell’altro, giova rinfrescarsi la memoria storica.

La nazione serba non è nata in Serbia, ma in Bosnia Erzegovina. Sono stati fondati là i primi due Regni serbi, quello della Rascia e quello della Zeta. Le propaggini dell’insediamento serbo si sono poi estese verso il Sud e il Kosovo ne è diventato l’acropoli, il sancta sanctorum, un poco quello che la Toscana è per l’Italia. Pec, la sede antica del Patriarcato serbo, è nel Kosovo. La regione è punteggiata di monasteri che sono stati i cardini dell’anima e della cultura serba. In essa si è combattuta la battaglia di Kosovo Polje che purtroppo nel 1389 vide trionfatori i Turchi sui Serbi e i loro alleati, consegnando così ai primi le chiavi dei Balcani, per un lungo dominio che alcuni storici hanno definito la più grande sciagura capitata all’Europa dopo la caduta dell’Impero Romano. In effetti la dominazione turca, definitivamente instauratasi in Serbia nel 1481, si sostanziò di metodi brutali e infami, dei quali è degno di nota la deportazione di albanesi islamizzati proprio nel Kosovo, onde allentare i vincoli identitari dei Serbi con il loro passato e mettere loro una spina nel fianco.

Nel 1878 la Serbia, come la Romania e il Montenegro, diventò indipendente dalla Sublime Porta, mentre la Bosnia, popolata da croati, serbi e bosniaci propriamente detti (ossia slavi islamizzati), passò all’Austria, che se l’annesse ufficialmente nel 1908. Nel 1912 fu l’Albania ad affrancarsi dalla dominazione ottomana, mentre Serbia e Bulgaria raddoppiarono il loro territorio. Si profilava l’antagonismo tra le varie anime degli slavi del sud. Francesco Ferdinando d’Austria perse la vita a Sarajevo perché voleva elevare la Croazia al rango di terzo stato associato della monarchia asburgica, cosa che avrebbe definitivamente azzerato le speranze serbe di acquistare la Bosnia e costruire la Jugoslavia, ossia il grande stato di tutti gli slavi dei Balcani occidentali. Finito il conflitto, il Trattato di Versailles fece dei Balcani la polveriera d’Europa, separando la Transilvania dall’Ungheria e la Tracia dalla Bulgaria e dalla Turchia, e creò lo stato artificiale della Jugoslavia: sloveni e croati cattolici e latini furono chiamati a convivere con serbi e montenegrini ortodossi e greco-bizantini. I bosniaci, gli albanesi kosovari e i macedoni musulmani seguirono le sorti degli stati in cui erano già stati inseriti, ossia la rovina dell’Impero asburgico e l’ingrandimento del Regno serbo. Per funzionare, questo carrozzone dovette incentrarsi sull’egemonia serba, esercitata dal re Alessandro I Karageorgevitch con metodi dittatoriali. Conscio di questo e volendo favorire la dissoluzione della Jugoslavia a vantaggio dell’Italia, Mussolini fece assassinare quel Re, anche se il principe Paolo, reggente a nome dell’erede Pietro, ne continuò la politica, stemperandola nel filonazismo. D’altro canto per l’Italia non si trattava solo di ambire alla Dalmazia o alla Slovenia per evitare il suo irredentismo sulle minoranze giuliane, ma, dal 1939, in seguito all’annessione albanese, anche di integrare nel Reame associato le minoranze di quel popolo distribuite oltre i confini jugoslavi e greci. La cosa, in seguito alla sciagurata aggressione fascista alla Grecia per la presunta redenzione della Ciamuria, fece sì che i tedeschi si interessassero dei Balcani, specie dopo che il re Pietro, diventato maggiorenne, ebbe modificato la linea di condotta favorevole all’Asse del deposto reggente Paolo. La Jugoslavia fu invasa e smembrata, anche se non tutte le decisioni nazifasciste furono immotivate. La Serbia venne occupata e mutilata: il Kosovo e la Macedonia occidentali andarono all’Albania italiana, la Macedonia orientale alla Bulgaria; il Montenegro venne assegnato all’Italia per una nuova unione personale delle corone, che doveva avvenire tramite la regina Elena ma che non si realizzò mai per l’opposizione maschilista di Vittorio Emanuele III, che pure acconsentì a concedere al restaurato Principato una parte dell’Albania stessa; la Croazia divenne un Regno autonomo nel quale, rimasta vuota la reggia di Zagabria per il rifiuto del principe Aimone di Savoia Aosta di salire sul trono, spadroneggiò il truce Ante Pavelic, il quale sfogò il suo razzismo genocida sui serbi della Bosnia. Questi eventi dimostrarono che non era nata nessuna nazione jugoslava, ma anche che la divisione in più stati non dava stabilità alla regione.

Il grande ideale jugoslavo poté risorgere solo perché i partigiani comunisti, artefici della liberazione del territorio senza alcun aiuto esterno, furono guidati da Iosif Broz, detto Tito, che era croato ma che mantenne la sua capitale a Belgrado. L’attitudine sterminatrice del Maresciallo verso gli Italiani venne messa in cono d’ombra quando egli, separatosi da Mosca, divenne un alleato da vezzeggiare per i paesi Nato, in primis l’Italia. Tito aveva proposto all’Albania di entrare nella Jugoslavia, ma il ras comunista Enver Hoxha non aveva nessuna intenzione di sottomettersi, preferendo che una parte degli albanesi rimanessero in diaspora oltre i confini patri e in quelli di Belgrado. L’ordinamento federale della Jugoslavia e la concessione dell’autonomia al Kosovo la fece sopravvivere pacificamente fino al crollo del Comunismo.

Fu questo a far sì che l’egemonia serba, di fatto restauratasi dopo la morte di Tito, dovesse spogliarsi del rivestimento ideologico e indossare gli abiti consunti del nazionalismo. Consunti, ma sanguinolenti. Nel furioso rinascimento delle identità nazionali dei popoli jugoslavi, Slobodan Milosevic, presidente jugoslavo di etnia serba, si distinse per la dissennata violenza con cui tentò di mantenere in vita la federazione. Nel 1991 secedettero Slovenia e Croazia. Siccome in quest’ultimo stato vi era una forte minoranza serba in Slavonia e Krajna, il governo centrale si oppose con le armi alla separazione di Zagabria. Il presidente Tudjman si seppe difendere bene, anche perché anche a lui non difettava il fanatismo razzista, e la sorte volle che il grosso della guerra si spostasse nella Bosnia Erzegovina che, nel 1992, si proclamò incautamente indipendente. In realtà già i serbi di Bosnia si erano proclamati indipendenti dal governo di quella repubblica jugoslava e avevano iniziato la pulizia etnica, il genocidio, di croati e bosniaci nei propri territori. Separatasi ufficialmente Sarajevo da Belgrado, le tre etnie della Bosnia si combatterono senza speranza per anni, con metodi di una ferocia che avrebbe fatto impallidire Hitler o Stalin. Il crogiuolo di popoli non era districabile e, sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale – ricordo gli accorati appelli di Giovanni Paolo II insensatamente criticati da Eugenio Scalfari su Repubblica – la Nato- ossia gli Usa di Bill Clinton – decisero di intervenire, costringendo le parti in lotta alla Pace di Dayton del 1995. Del resto, la Ue aveva imparato che senza gli Usa essa non era assolutamente in grado di garantire la pace ai suoi confini. Da allora la Bosnia è l’unica confederazione al mondo, oltre alla Svizzera. Con la piccola differenza che ha bisogno della presenza costante delle truppe Nato, perché qualora si ritirassero, i tre popoli riprenderebbero a combattersi. Del resto nessuna divisione territoriale tra i paesi viciniori era possibile, perché bosniaci, croati e serbi sono mescolati a macchia di leopardo. In questo frangente arruffato, la Macedonia, coi suoi autoctoni e le sue minoranze albanese, serba e bulgara, si dichiarò pacificamente indipendente.

L’ultimo atto andò in scena nel 1998. Gli albanesi kosovari cominciarono a chiedere a gran voce la restaurazione dell’autonomia che Tito aveva concesso e Milosevic revocato. Alcuni estremisti chiesero anche l’indipendenza. Questo diede il pretesto all’esercito di intervenire e al governo di iniziare anche qua una ennesima, criminale e fallimentare pulizia etnica, che raggiunse il suo apice nel massacro di Rackak del 1999, una Marzabotto kosovara. L’Albania appoggiava i ribelli. Anche in questo caso fu necessario l’intervento della Nato e gli accordi internazionali fecero sì che, pur salvaguardando la sovranità jugoslava sul Kosovo, questo divenisse di fatto autonomo sotto la supervisione di un contingente stabile franco anglo italo germano statunitense. La presenza dei militari Nato contenne la reazione albanese kosovara nei confronti della minoranza serba, votata diversamente allo sterminio ritorsivo. Nel 2000 sarebbe caduto Milosevic. Nel 2006 il Montenegro avrebbe abbandonato la federazione e nel 2008 il Kosovo, unilateralmente, spinto dagli Usa, avrebbe dichiarato l’indipendenza dalla Serbia.

In questi anni, la prospettiva di un ingresso di tutto questo pulviscolo di staterelli nella Ue e nella Nato è sembrata l’unica soluzione ad una frammentazione che, specialmente nel suo ultimo atto kosovaro, è stato uno schiaffo sonoro per Belgrado e per Mosca che la proteggeva. Gli Usa sono subentrati all’Italia come potenza egemone nei Balcani occidentali e solo la Serbia, ancora ferita nel suo orgoglio nazionale, ha ricusato l’alleanza atlantica ma non l’integrazione europea, sebbene la clausola del riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo le sia particolarmente indigesta. Una parziale integrazione, proprio sotto l’egida di Belgrado, è avvenuta tra Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia e Kosovo, ma gli albanesi sono convinti che, in caso di recrudescenza del conflitto, i serbi, dopo aver ripreso il Kosovo, li invaderebbero immediatamente.

La guerra in Ucraina ha riaperto tutte le ferite. La Serbia è una enclave russofila che la Nato non può tollerare nei Balcani, mentre i microstati che la circondano fanno a gara a superarsi in un atlantismo un poco grottesco. E’ stata l’Albania a proporre all’Onu la mozione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. Il governo kosovaro già dall’anno scorso voleva imporre targhe albanesi alle auto dei pochi comuni serbi del suo territorio che reclamano l’indipendenza o almeno l’autonomia e che ora sono discriminati in odio alla Russia. Poi le potenze dell’area, prima tra tutte l’Italia, l’hanno fatto rinsavire. I serbi di Bosnia hanno cominciato ad agitarsi, mentre i cinesi hanno mandato forniture militari a Belgrado, rimasta isolata da Mosca. Oggi, nel 2023, le minoranze serbe si oppongono alle amministrazioni locali di cui contestano la legittimità e si afferma che dietro i più estremisti ci sia la Russia, il che è più che plausibile. Un conflitto balcanico porterebbe al collasso la Nato in quello scacchiere: bulgari, greci, ungheresi non sono molto a loro agio con le politiche oltranziste dell’Alleanza; croati, bosniaci e serbi riprenderebbero a guerreggiare in Bosnia; albanesi e macedoni sarebbero coinvolti in una nuova guerra kosovara; nazioni come l’Italia e la Turchia sarebbero minacciate non poco da un conflitto così vicino. Ma è proprio questo il motivo di mediare e trattare.

La narrazione dei serbi tanto cattivi regge, come credo di aver dimostrato, solo per un passato prossimo, mentre le tensioni dell’area sono tutte concatenate. Il Kosovo e la Serbia dovrebbero essere una federazione, ma non lo sono. Il Kosovo dovrebbe concedere l’autonomia ai territori serbi, anche se l’ideale sarebbe proprio una correzione dei confini. Il dato di realtà è che, su scala ridottissima, si ripete quel che avviene in Donbass tra Russia e Ucraina. Con una serie di interrogativi: se la Nato fece bene ad intervenire in Kosovo, perché la Russia avrebbe sbagliato ad intervenire in Donbass? E se i kosovari albanesi hanno potuto diventare indipendenti, perché i russi del Donbass non possono tornare con la Russia?

Problemi nuovi esigono soluzioni nuove. La correzione del confine serbo kosovaro, la federazione tra i nemici di un ventennio sarebbero le soluzioni azzardate ma radicali da perseguire. L’alternativa è una guerra che può scoppiare in ogni istante e mostrare al mondo l’inutilità della Ue e l’incapacità degli stati Nato di sviluppare una politica che sia centrata sulle esigenze europee e non sulle strategie imperiali Usa.

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