
di Sergio Restelli
Il nuovo orientamento costituzionale della Siria: un passo verso l’instabilità islamista?
La firma della nuova dichiarazione costituzionale della Siria da parte del presidente ad interim Ahmed al-Sharaa durante il Ramadan segna un momento significativo ma controverso nella travagliata storia del paese. Dopo anni di guerra e dittatura, il documento cerca di stabilire un quadro di governance per il periodo di transizione. Tuttavia, dietro la superficie emergono interrogativi sul futuro della Siria, sul ruolo dell’Islam nel governo e sul trattamento della sua popolazione diversificata. Inoltre, la dichiarazione solleva preoccupazioni riguardo alla radicalizzazione del paese, soprattutto considerando il passato del presidente ad interim con l’ISIS e altri gruppi radicali, oltre alla sua forte alleanza con il governo turco legato ai Fratelli Musulmani.
La costituzione temporanea, redatta appena tre mesi dopo che il gruppo islamista di Sharaa ha guidato l’offensiva che ha rovesciato il presidente Bashar al-Assad, sancisce l’identità del paese sotto il dominio islamista per i prossimi cinque anni, senza alcun processo consultivo. Sebbene mantenga alcuni elementi della precedente costituzione, come l’obbligo che il presidente sia musulmano, modifica significativamente la base legale, dichiarando la giurisprudenza islamica come “la principale fonte della legislazione” invece di “una delle fonti principali”. Questo cambiamento, apparentemente sottile, ha suscitato preoccupazioni sul futuro del sistema giuridico siriano.
In apparenza, la nuova costituzione sostiene ideali democratici, promettendo indipendenza della magistratura, separazione dei poteri e garanzie per i diritti delle donne e la libertà di stampa. Sharaa stesso l’ha presentata come un passo verso la giustizia e lontano dall’oppressione. L’esperto costituzionale Abdul Hamid al-Awak, membro del comitato di redazione, ha affermato che la dichiarazione cerca un equilibrio tra sicurezza e libertà, affrontando il problema della concentrazione di potere che aveva caratterizzato il regime di Assad.
Eppure, la realtà è molto più complessa. Sebbene il potere del presidente sembri limitato, egli detiene ancora un’influenza considerevole. L’Assemblea del Popolo del governo transitorio, che detiene l’autorità legislativa, avrà due terzi dei suoi membri nominati da un comitato scelto dal presidente e il restante terzo selezionato direttamente dal presidente stesso. Questo solleva dubbi sulla reale estensione del controllo esecutivo, nonché sul rischio di nepotismo e potere incontrastato. Inoltre, sorgono interrogativi sulla rappresentanza di genere in questa nuova autorità legislativa. Un paragone inevitabile è con i Talebani 2.0, che inizialmente avevano promesso protezione per le donne ma sono poi diventati uno dei governi più repressivi nei loro confronti.
Il periodo successivo alla caduta di Assad è stato segnato da violenze, con accuse di attacchi di vendetta settaria da parte delle forze islamiste sunnite contro la setta alawita di Assad. Secondo i rapporti, circa 1.500 civili sono stati uccisi negli scontri, alimentando il timore che la Siria stia semplicemente sostituendo un regime autoritario con un altro. Sharaa ha promesso di perseguire i responsabili e mantenere la pace civile, ma resta da vedere se queste dichiarazioni si tradurranno in azioni concrete.
La reazione internazionale alla dichiarazione costituzionale è stata mista. L’inviato speciale dell’ONU, Geir Pedersen, ha accolto cautamente la mossa come un passo verso la reintroduzione dello stato di diritto, riconoscendone il potenziale per colmare un vuoto legale. Tuttavia, l’amministrazione a guida curda nel nord-est della Siria ha respinto completamente il documento, sostenendo che ignora la diversità etnica e religiosa del paese. L’esclusione della rappresentanza curda nel governo di transizione rafforza i timori che i nuovi governanti della Siria possano non essere così inclusivi come affermano. Rimane anche un’importante incognita sul futuro della popolazione drusa della Siria.
L’ascesa di un governo islamista in Siria richiama alla mente le esperienze di Pakistan e Yemen, due paesi che hanno lottato con la radicalizzazione e l’influenza politica dei gruppi islamisti. In Pakistan, anni di influenza religiosa nella politica hanno portato a un aumento della violenza settaria, all’intolleranza sponsorizzata dallo stato e all’indebolimento delle istituzioni democratiche. Lo Yemen, invece, è stato devastato da fazioni radicalizzate in lotta per il potere, causando instabilità cronica e crisi umanitarie. La Siria deve fare attenzione a non cadere in una spirale simile, in cui il dominio islamista apre la strada all’estremismo e a divisioni ancora più profonde invece che a riforme di governance. Mentre il paese attraversa questo periodo di incertezza, il mondo osserva attentamente. Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, ha sottolineato l’importanza di costruire una Siria veramente inclusiva e democratica, avvertendo che il futuro del paese rimane precario. Il governo di Sharaa deve ora affrontare la prova cruciale di dimostrare che il suo impegno per la giustizia non è solo retorica. Perché la transizione abbia successo, è essenziale che i diritti delle minoranze siano tutelati, che la governance sia realmente rappresentativa e che lo stato di diritto sia garantito per tutti i siriani.
Il cammino della Siria è ricco di sfide. Questa nuova struttura costituzionale porterà davvero a una nazione più giusta e democratica o sta semplicemente preparando il terreno per un’altra era di dominio islamista? Solo il tempo potrà dirlo, ma una cosa è certa: il popolo siriano merita un governo che rispetti i suoi diritti e la sua diversità, non un altro regime repressivo. Se c’è una conclusione da trarre, è che questa nuova costituzione potrebbe aprire la strada a una Siria federata, che rischia di non poter più rimanere unita.





