Home Economia e finanza IL FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO, ALCUNE RIFLESSIONI

IL FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO, ALCUNE RIFLESSIONI

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di Giuseppe Augieri
 
E’ un affollarsi di riunioni aventi per oggetto l’economia. A Trento è in corso il “Festival dell’economia” e sarà seguito a Torino dal “Festival Internazionale dell’Economia” diretto da Tito Boeri. Spero che almeno un abbozzo di dibattito su tutto questo si riesca a ottenerlo.
Per quello che ho letto su Trento, i temi trattati mi sono sembrati degni di grandissima attenzione. Perché inquadrare nella giusta angolatura ciò che stiamo vivendo consente anche di una avere giuste prospettive. E dunque giusti strumenti di azione. Urgenti da reinventare per tanti motivi.
Romano Bellissima, per esempio, pone un problema di grande spessore: tra i motivi di disaffezione al voto vi sarebbe anche un’offerta politica tutta uguale, tutta neo-liberista. Penso sia giusto approfondire cosa si intenda per neo-liberista. Da Croce in poi, l’uso improprio di questo concetto ha segnato strade e destini. Ed oggi si spaccia, per neo-liberista, di tutto. Anche l’improponibile. In ogni caso, e dò ragione a Romano, questa finta diversità è dovuta, per me, soprattutto dal non voler fare i conti con la storia: che ha modificato tutto nell’economia e nel come essa diventa politica. Perciò, mancando i presupposti, languono le idee.
Faccio solo un esempio, che viene proprio da Trento.
Capire che il capitalismo nostrano non è quello di tipo anglosassone, né quello renano e forse neanche quello latino non è fare filosofia dell’economia, ma è capire dove si concentra il “potere”, quello pericoloso. Perché di capitale produttivo, cioè buono, la società ne ha disperato bisogno
Riflettere che, nel passato, ad avere rilevanza erano gli stock (oro e terra, ad esempio) mentre oggi a valere sono i flussi, e che questo attribuisce un primato al reddito rispetto al capitale, significa capire qualcosa in più della presenza della grande finanza nei sistemi economici. Per non combatterlo solo a parole. E riflettere sulle patrimoniali.
Discutere se è vero che «il capitalismo italiano è fatto di alcuni grandi gruppi, alcune medie aziende ma poi soprattutto di un capitalismo molecolare e diffuso, incarnato ad esempio nei distretti»; che perciò «I territori si sono trasformati in piattaforme di competizione globale …. Un sistema che però regge solo se c’è coesione sociale. Se manca welfare di territorio, così come welfare di impresa, le disuguaglianze aumentano. Senza una piattaforma socio-ecologica condivisa il modello non sta più in piedi» (Aldo Bonomi), tutto questo apre un territorio sconfinato di nuove proposte per tutti. Tra le altre, quelle capaci di pensare, se possibile, ad un nuovo modello di economia, che vada oltre la misurazione del solo PIL.
Uno spazio immenso per gli autentici progressisti in particolare. Altro che copie sbiadite di neo-liberismo.
Ed un’occasione per il movimento sindacale. Perché mentre noi cincischiamo intorno ai nodi dei problemi da affrontare, il mondo intorno a noi si muove.
Se, politicamente, rileviamo uno spostamento del potere verso l’est asiatico, questo spostamento è anche relativo alla creazione della ricchezza mondiale e dei criteri della sua distribuzione. Il fatto che la quota di “mondo” governata da autocrazie stia crescendo in modo evidente (valeva il 15% del Pil nel 1990 e ora è al 40%) è segnale che impone riflessioni, proposte e azioni sul tessuto del mondo del lavoro, non solo quello dipendente, non solo quello a noi “vicino”.
Occorrono alleanze oltre che confronti anche duri. E la materia del contendere non può essere limitata nei confini passati. Salario, si. Ma qualità, sostenibilità, produttività, organizzazione del lavoro. Partecipazione. Temi non nuovi, da affrontare con ottica diversa. Bisogna prepararsi: culturalmente e non solo.
Che si aspetta? Ora è il momento. “Dopo”, cosa mai si potrebbe fare? Uno sciopero generale contro l’ intelligenza artificiale è una prospettiva che avrebbe il sapore di tragicità delle comiche finali.

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  • Redazione

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