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Il Cilento: antica terra di giganti – Parte I

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Il Cilento

Per mare e in terra

Fino a qualche decennio fa, gli uomini solcavano e girovagavano per vie e sentieri, lungo corsi di terra, pianeggianti e montuosi, e d’acqua, fluviali e marini.

E, tuttavia, i nomi e le storie di questi corsi non erano che simulacri, ancorché fulgidi, dell’uranografia: era il cielo che si muoveva e la terra seguiva, necessariamente, il suo corso.

Questi antichi progenitori sapevano leggere il corso del tempo, che mutava con la notte e il giorno, la luna e il sole, le stelle, e infine le stagioni.

Oggi, è il tempo dei nuovi internauti, e la memoria delle più antiche vie e dei più antichi sentieri è riscoperta e mantenuta in vita, nonostante lo spopolamento continuo di interi paesi, ancestrale terra ed eden di antichi dei, semidei ed eroi.

Terra ancora originaria, come il suo olio extravergine di olivo; immacolata, resistente a ogni principio, ribelle a ogni dominio, greco ma innanzitutto romano.

Fedele al suo più “venerando e terribile” abitatore del tempo, eternamente presente, Parmenide di Elea, questa mia più antica terra mostra e indica “il segreto di Dike”, a differenza degli dèi romani, “falsi e bugiardi” come lo stesso Ulisse o meglio Odisseo, e cioè “nessuno”.

Oggi, similmente, le luci dell’eden brillano su internet come luci e fuochi artificiali di nuovi abitatori e nuovi dominatori.

Come ha detto Martin Heidegger, nessun dio greco al contrario degli dèi romani è un dio che comanda bensì un dio che mostra e indica.

E allora può accadere pur sempre ciò che un grande storico contemporaneo dell’età tardoromana, Peter Brown, descrive come un nuovo metodo messo in pratica da molti giovani archeologi: “I paesaggi scoperti presentano spesso una sensazionale diversità rispetto alle nostre idee tradizionali (…), un po’ come se fossero le prime immagini della superficie di un pianeta lontano trasmesse a terra da una sonda spaziale” 1.

Così che il filo del racconto, sospeso tra cielo e terra, provi ad essere riannodato lungo il rocchetto o asse che tiene aggrovigliata la matassa. Ma sia chiaro che, nella nostra continua attività di analisi e ricerca, indipendentemente dalle nostre capacità professionali, vale pur sempre il detto secondo cui “possiamo soltanto scrutare oltre l’orlo di un abisso che precipita in un mondo incredibilmente lontano”2.

Nello spazio e nel tempo abitato.

Ciò premesso, humillime, mi sia pertanto consentito di ripetere:
“O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca, tornate a riveder li vostri liti: non vi mettete in pelago, ché forse, perdendo me, rimarreste smarriti” (Dante Alighieri, Par. II, 1-6).

Cilento

Il toponimo Cilento è recente, nient’affatto evocativo (nomen omen) della terra ancorchè fondata ed abitata dai greci in epoca preromana. In una mappa dell’epoca imperiale, l’area in questione è individuata da poche importanti località quasi tutte site sul mare, da Paestum a Bruxentum (poi denominato Policastro Bussentino), e, in prossimità di esse, altopiani o colline o monti dell’immediato entroterra.

Tra Paestum e Bruxentum, sorge la più antica Elea greca, poi Velia romana, oggi Ascea. Elea, si dice comunemente colonia greca fondata originariamente dai Focei; uno storico popolo greco di esperti navigatori, proveniente dai lidi della Focea, nell’Asia minore, uomini in fuga dalle mire espansionistiche dell’Impero Persiano di allora. Siamo intorno al 540 a.C..

L’epoca è quella dell’età del bronzo, conseguente al “collasso della civiltà” di cui dice lo storico ed archeologo E. H. Cline nel suo celebre saggio3.

El-ea4 è, dunque, un toponimo originario, primevo, fondativo, che in qualche modo evidente evoca o meglio personifica il fantasma5 di El-ena6, moglie di Menelao, casus belli dell’epica guerra omerica, che ha che fare con il principio della storia.

E allora: come hanno esattamente rivelato gli autori de “Il mulino di Amleto”: “… In Occidente invece, dove la continuità dei processi cosmici narrati dal mito è stata dimenticata – insieme con la conoscenza del fatto che gli dei sono astri -, a questa stessa vendetta (N.d.r.: regolare ritorno degli avatara nella mitologia hindu) viene data una notevole importanza, poiché si tratta di un evento non ripetuto, compiuto da un’unica figura, eroe o dio, il quale, inoltre, viene ritenuto creazione di qualche fantasioso poeta7“.

E, dunque, riguardo all’inizio, siamo già molto avanti nel corso della storia, così che il rischio serio e concreto è che, come dice Martin Heidegger, l’essere sia obliato dalla dinamica degli enti, ciò che lo stesso Giorgio de Santillana chiama il rischio del divenire.

Riguardo al termine Ea, Giovanni Semerano annota sinteticamente: “Ea, il dio mesopotamico delle acque, che stacca un pezzo di terra, di argilla e crea il dio del mattone, dilata le sue provvidenze e i suoi influssi sino a Talete: per l’acqua su cui si adagia la terra abbiamo scorto modelli più pertinenti nei noti poemi mesopotamici che non nei testi egizi, come supponeva Aristotele. E tali ascendenze si riflettono ancora nella concezione di Senofane e di Parmenide, della ‘terra che ha radici nell’acqua’”8.

E ancora: “L’accesso alla Confluenza dei Fiumi, Foce e Sorgente di eoni e di ere, vera sede dell’immortalità, è stato sempre negato a qualsiasi aspetto del ‘tempo, sembianza mobile dell’eternità’ (N.d.r.: cfr. viceversa la natura dell’essere di Parmenide9). Ma da quella vagheggiata dimora immobile, sorgente e foce dei tempi, il sovrano del mondo (N.d.r.: figlio del Sole) deve procurare le misure normative valide per la sua età – misure sempre fondate, come s’è detto, sul tempo. Non ha importanza, ripetiamo, di chi si tratti. Può essere Marduk, che per primo attraversò i cieli e misurò le regioni: ‘Oltrepassò il cielo, ispezionò i luoghi. Commisurò Apsu, dimora di Nudimud (Enki/Ea). Misurò, egli, il Signore, la forma di Apsu; un palazzo simile, Esarra, egli eress, Esarra. Il palazzo di Esarra, che aveva costruito come cielo, lo fece abitare ad Anu, a Eulil e a Ea come loro città'”10.

Dobbiamo ancora precisare il significato originario del suffisso El, e poi l’identificazione e la trasformazione o metamorfosi (ovidiana) del termine, ma tutto sommato pressoché scontati. Il carro delle Eliadi, che conduce Parmenide verso il cielo di Dike, è il carro del Sole guidato da Apollo; ma, in Parmenide, è ancora Atena che sale sul carro di fiamma e brandisce l’asta.

Il Sole è dio: dall’originaria svastica11 dell’Araba Fenice all’Egitto a Israele a Pan “che è il Sole (N.d.r.: in greco antico Ἥλιος, Hḕlios, in latino Hēlĭus,-i o Sol,-is) stesso, già entrato nella costellazione del Capricorno: da ciò lo scadimento del dio a demone meridiano con corna e piedi caprini, che frequenta i monti dell’Arcadia (N.d.r.: el è toponimo che sta per collina, monte e. quindi. anche monte sacro, come appare nel nome derivato, dall’Islam, del monte Gelbison) e può infondere una raggiante letizia con il suo strumento melodioso, come Apollo”12.

E, dunque: chi è, in realtà, Elena?

Se si legge l’epica omerica – fondativa dell’intera storia e stirpe dei greci, secondo il più antico canone13 di coloro che Aristotele chiama i nostri più antichi progenitori – Elena è ancora la vergine (nel senso di fertile simbolo dello Zodiaco occidentale), munita di fuso d’oro, il fuso di Ananke, che tesse le scene della guerra di Troia, trasformando il suo arazzo in un poema epico-fondativo.

Elena è la rappresentazione antropomorfa della più antica città del sole (civitas dei) o mitico paradiso dell’eden14. “nella pianura Elisia, ai confini del mondo/ ti condurranno gli Eterni (…)/ e là bellissima per i mortali è la vita/ (…) e questo perché hai Elena e per i numi sei genero a Zeus” (Odissea IV, 563-565; 569).

Meta di ogni viaggio dell’uomo, per mare e per terra, Ele(n)a è la città di dio. Come ha detto Roberto Calasso nel suo saggio postumo dal titolo Sotto gli occhi dell’Agnello (2022): nulla che vada oltre.

E, dunque, prima di approdare, lungo il corso del nostro viaggio, a Velia – nome con cui i romani conquistatori, emuli di Ulisse, chiamarono l’antica Elea -, sarà altresì utile rammentare, come opportunamente in nota (14), il significato di elementi quali il legno, l’albero e la vela, tutti elementi necessari per la costruzione di una nave, come quella di Ulisse, capace di solcare l’antico pelago15.

I romani arrivarono a Elea nel 330 a.C., alleati della popolazione locale contro i Lucani, di cui diremo a breve, e la chiamarono Velia. Dal nome Velia derivano ancora oggi, in prossimità, i nomi di luoghi abitati quali Novi Velia, Casal Velino, Velina e Acquavella.

Il termine velia può avere diverse origini e quindi significati: dal nome del velo (di Maya, Iside e le donne di diversa fede cristiana e musulmana, etc.) al nome proprio di persona, ancorché presente nell’area attuale del Cilento. Un proverbio, in voga nell’area, ne sottolinea la rilevanza: ve lo dico ve l(h)o detto ve lo torno a dir di nuovo e se voi non capirete teste d’asino sarete.

Nelle chiese era antica usanza e abitudine che le donne portassero il velo in modo da coprire la testa e, durante il rito della messa in latino, sedessero alla sinistra del sacerdote, che voltava le spalle all’intero uditorio. Gli uomini a destra e con il capo scoperto.

In proposito, senz’altro interessante è l’uso di altre singolari espressioni verbali, “come quella che l’Iliade attribuisce ad Achille, ‘sciogliamo gli eminenti veli di Troia’” (Il. XVI, 100).

A questo interrogativo, così risponde Felice Vinci in un altro celebre saggio dal titolo Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade. Non è certamente qui il caso di analizzare e ricercare in modo approfondito le ragioni che possano supportare una tale ipotesi relativa alle origini dei testi sacri degli antichi greci.

È invece utile soffermarci sull’interpretazione che, nel saggio, immediatamente segue: “Per cominciare ad orientarci, osserviamo innanzi tutto che un’espressione molto simile, e chiaramente dal significato identico, l’Odissea la mette in bocca a Ulisse, allorché questi si vanta di aver sciolto ‘i morbidi veli di Troia’ (Od. XIII, 388). Ora, gli stessi ‘morbidi veli’ (liparà krédemna) li ritroviamo anche all’inizio dell’Odissea (I, 334): stavolta però sono quelli che adornano il volto di Penelope, quando scende fra i pretendenti riuniti a banchetto. Questo ci fa comprendere che ‘sciogliere i veli di una città’ stava per ‘conquistarla’ (…) Insomma, la città da conquistare veniva concupita da quei baldi guerrieri alla stregua di una tenera fanciulla…”16.

E, quindi, molti altri veli erano già stati e saranno conquistati, allo stesso modo del Figlio di Dio che squarcia il velo del tempio di Gerusalemme.

Ma, giunti a questo punto del viaggio, è ora opportuno fare letteralmente due passi, uno indietro e uno avanti nello spazio e nel tempo; abbandonare la via del mare e occuparci di cosa possa essere accaduto in terra de qua: quando i Focei arrivarono sui lidi della dimora che chiamarono Elea, trovarono autoctoni pronti ad accoglierli o a combatterli? E ancora, quando e perché il nome della dimora fu di nuovo cambiato da Velia in Ascea (dialetto, Ascìa)?

In realtà, lo storico e geografo greco Strabone dice che il nome iniziale del sito fosse Hyele, cambiato poi in Ele e, quindi, Elea (Geografia, VI, 252). E allora, dato lo spazio e il tempo in questione, si tratta pur sempre di mettere insieme alcuni indizi. Il primo dei quali ci rinvia ai Lucani, a cui in precedenza abbiamo fatto un minimo accenno.

In “La guerra di Spartaco”, lo storico B. Strauss pare concordare con la testimonianza di storici quali Plutarco, Apuleio e Giuseppe Flavio, sostenendo che “dopo la sconfitta ad opera delle truppe di Crasso, Spartaco si darebbe diretto presso ‘la palude lucana’: ‘Sull’esatta collocazione di questi monti infuria un dibattito. Tra le identificazioni proposte ci sono le colline del Cilento a sud-est di Paestum, le colline attorno alla città di Atena Lucana (Atena Petillia) nel Campo Atinate e i monti Picentini'”17.

Per quanto qui ci concerne, non è rilevante stabilire l’esatta ubicazione della “palude lucana”. Sappiamo, oggi, che Elea-Velia-Ascea è stata area paludosa, così come anche l’area di Paestum, la cui ultima bonifica risale al periodo fascista. Piuttosto è rilevante annotare che l’area in questione fosse prospiciente ai luoghi abitati dai Lucani.

Di essi, lo storico Pareti dice: “Uomini sani, forti e frugali; di costumi e sentimenti primordiali, di bisogni limitati e di tendenze tradizionali; attaccati alle loro famiglie, ai loro monti ed ai culti aviti; amanti del giusto e largamente ospitali: i sistemi ancestrali erano per loro intangibili, sicché chi li infrangeva, ad esempio con la dissolutezza o la inospitalità, incorreva nel biasimo generale, come se avesse infranto la sacertà di una legge”18.

E, quindi, aggiungere: “Quando una maggiore coesione politica, una maggiore densità demografica ed i perfezionamenti della produzione agricola e dell’organizzazione militare diedero ad essi una maggiore consapevolezza della loro forza, gradatamente discesero alla conquista delle città greche della costa che, a causa di conflitti interni, erano divenute militarmente più deboli”19.

Non così certamente Elea, che, aiutata dai romani, che l’occuparono come detto nel 330 a.C., ebbe un destino diverso da Paestum, conquistata dai Lucani già tra il 420 e il 410 a.C. e a costoro sottratta dai Romani soltanto nel 273 a.C.

E, pertanto, è ragionevole opinare che i dintorni collinari di Elea fossero già stati fortificati, come dimostrano gli scavi recenti della Civitella, alle pendici del monte omonimo (818 mt. di altezza sul livello del mare) nei pressi dell’attuale comune di Moio della Civitella, già presenti in età arcaica, ma rafforzati da una cinta muraria ad anello risalente ad un’epoca compresa tra il V e il IV secolo a.C.20.

Come riportato anche in Cartina, gli altipiani dell’area in questione dovevano già essere abitati da popolazioni autoctone, ancor prima lucani, assimilabili (?) nel contesto ai Lestrigoni della descrizione omerica, di cui F. Vinci dice: “… appaiono primitivi e selvaggi, un po’ come i ‘cattivissimi indiani’ di Jhon Ford, e l’ascia di pietra ben si attaglia ad un siffatto cliché”21.

Compare dunque qui un altro elemento, apparentemente slegato dal continuum spaziotemporale che qui ci interessa: l’ascia di pietra. Potrebbe avere a che fare con il nome ultimo di Ascea? Nome risalente all’epoca medievale (ca. anno 1000) quando la città venne ricostruita a seguito dell’impaludamento della vecchia Velia, risalente già al VI secolo d.C.
Un indizio lampante potrebbe derivarci ancora da Omero, allorquando “ci dice che i chermadi erano utilizzati come ‘ritegni (echmata) delle rapidi navi’ (Il., XIV, 410): il particolare è illuminante, se lo accostiamo a quanto l’Odissea ci dice a proposito degli scuri di Ulisse, bersaglio della gara con l’arco (N.d.r.: altro elemento originale ed essenziale di cui ogni mitografo dispone): ‘Le scuri, che lui nel suo palazzo piantava/ in fila, come sostegni di chiglie (dryòchous), dodici in tutto’ (Od. XIX, 573-574). Ciò conferma che il chermàdion era una primitiva ascia di pietra: infatti le scuri sono definite ‘sostegni di chiglie’…[^22″.

Sui diversi usi dell’ascia (di pietra) direi, comunque, hic et nunc (qui e ora), di non avanzare altre ipotesi. La storia, come sempre, continua.

1P. Brown, Per la cruna di un ago. La ricchezza, la caduta di Roma e lo sviluppo del cristianesimo, 350-550 d.C., Einaudi 2014, p. xxiv.

2 Ibidem, p. xxv.

3 Eric. H. Cline, 1177 a.C. Il collasso della civiltà, Bollati Boringhieri, 2014.

4 L’isola Eea, “dove l’Aurora nata di luce/ ha la casa e le danze (choroì)” (Odissea XII, 3-4).

5 Il termine fantasma deriva dal latino phantasma e prima ancora dal greco φάντασμα, derivato a sua volta da ϕαντάζω, termine che indica il “mostrare”, o da ϕαντάζομαι, termine che indica l'”apparire”; e quindi ciò che appare, e, nel caso di Elena, ciò che appare in forma umana o antropomorfa.

6 In greco antico ένα sta per uno, il numero uno, il primo numero, il principio o fondamento di ogni logos algebrico o matematico, il limite, l’inizio di ogni discorso.

7 G. de Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi 2000, p. 111.

8 G. Semerano, L’infinito: un equivoco millenario. Le antiche civiltà del Vicino Oriente e le origini del pensiero greco, Bruno Mondadori 2001, p. 50 s.

9 A. Giubileo, Parmenide, Argolibro 2026.

10 G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., p. 317.

11 Cfr. S. Heller, Storia universale della svastica, Utet 2020.

12 Ibidem, p. 28.

13 G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., p. 183.

14 Al centro del quale si erge l’Albero della Vita, altra immagine che ritorna dal principio della fondazione di ogni città, e, ancor prima, dimora dell’inizio: “Nei famosi affreschi aretini di Piero della Francesca che illustrano l’‘Invenzione della Vera Croce’ abbiamo innanzi tutto la morte di Adamo adagiato ai piedi dell’albero; da quest’albero verrà il legno col quale sarà fatta la Croce; infine sant’Elena, madre di Costantino, vede la Croce in sogno e fa dissotterrare il legno destinato a divenire la più santa delle reliquie” (Ibidem, p. 264).

15 È evidente l’assonanza del termine con il nome di Pelasgo (in greco antico Πελασγός, Pelasgós) è un personaggio della mitologia greca. È considerato il primo abitante dell’Arcadia ed uno dei primi re. È considerato un autoctono dell’Arcadia (oppure un figlio di Zeus e Niobe) ed è il padre di Licaone e di Temeno, avuti da Melibea o da Cillene o Deianira (Wikipedia).

16 F. Vinci, Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, Palombi Editori 2019 (VII ed.), p. 207 s.

17 In M. Infante, Actus Cilenti, Centro studi Camillo Valio, libro I, p. 53 s.

18 In op. cit., p. 27.

19 Ibidem, p. 29.

20 Dieter Mertens, Città e monumenti dei greci d’Occidente, L’Erma di Bretschneider, 2006 ISBN 9788882653675, p. 358 e, soprattutto, p. 435; Emanuele Greco et Alain Schnapp, Moio della Civitella et le territoire de Velia, «MEFRA-Mélanges de l’École française de Rome», 95, 1, 1983, pp. 381-415.

21 F. Vinci, op. cit., p. 213.

22 Ibidem, p. 214.

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