Il potere politico: il Parlamento
Dopo il primo articolo su Il potere giudiziario: la Magistratura passiamo ora ad analizzare il potere politico, quello del Parlamento.
La più alta rappresentazione della democrazia nel sistema giuridico occidentale è costituita dalla partecipazione del popolo all’esercizio dei poteri.
Non vi è dubbio che la rappresentanza politica e parlamentare esprima il senso compiuto della delega attiva che, però, è sciolta dal criterio elettore/eletto.
Il popolo partecipa all’amministrazione della cosa pubblica attraverso le elezioni, nelle quali sceglie i suoi rappresentanti, che, però, non hanno una delega di mandato e rappresentano il popolo tutto, a prescindere dalla compagine politica di appartenenza.
Tale forma di partecipazione consente la scelta dei rappresentanti, ma non li vincola a uno specifico mandato e li lascia liberi di esercitare il ruolo parlamentare con la piena rappresentanza del popolo.
L’immagine più fulgida sotto questo profilo è la tutela dei parlamentare in sede giudiziaria proprio perché rappresentante del popolo.
La nostra Repubblica è definita dalla Carta costituzionale una Repubblica parlamentare.
Il Parlamento è formato da due camere: la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica.
Il Parlamento viene eletto con libere elezioni ogni 5 anni, o tempi più brevi se le Camere vengono sciolte prima, ed è composto dai rappresentanti del popolo.
Gli eletti vengono accreditati dalla Commissione elettorale presente nei due rami del Parlamento e non hanno vincolo di mandato.
I soggetti vengono candidati dai partiti politici secondo una lista elettorale, quindi, sono proposti in modo “autoritario” dai partiti.
E questo è il primo problema.
Se il candidato eletto dal popolo non ha vincolo di mandato non può avere vincolo di “partito”.
Il soggetto eletto è rappresentante del popolo in modo indistinto e fa parte del Parlamento, che ha due funzioni decisive: il redigere le leggi e presentarle all’assemblea di appartenenza e controllare l’attività del Governo.
E qui sussiste il secondo problema, più serio e grave del primo.
Il nostro Parlamento è quasi incapace di legiferare progetti di legge, disegni di legge che vengono proposti dai singoli parlamentari, o gruppi, ma discute, nelle commissioni e nell’aula, quasi esclusivamente leggi che promanano da iniziative del Governo.
Appare ovvio, in modo scolastico che se il Parlamento si dedica essenzialmente a valutare, modificare (del caso) e approvare progetti di “leggi” che provengono dal Governo viene svilita in un solo colpo sia la funzione di controllo del Parlamento sul Governo sia la funzione principale di fare le leggi.
Insomma, specie negli ultimi 20/25 anni questa deriva e questa stortura nel sistema si è fatta più acuta e più seria.
Potremmo affermare che con le ultime legislature dal 2018 in poi si sta assistendo ad una sostanziale “inattività” del Parlamento, come organo che scrive e propone leggi e si è assistito alla sua trasformazione in un mero “notaio” capace di approvare solo, o quasi, provvedimenti legislativi del Governo.
Il Governo è sostenuto dalla maggioranza parlamentare, ma è anche vero che l’iniziativa governativa deve sempre essere oggetto di valutazione, monitoraggio e, se necessario, critica, seppur costruttiva.
Altra situazione che ancora il Parlamento alle segreterie di partito è il ricorso da un lato alla decretazione d’urgenza con una frequenza esorbitante che, in verità, molto spesso, viola lo stesso tessuto legislativo della Carta Costituzionale.
Sempre con una maggiore accentuazione negli ultimi 10/15 anni si è assistito a una decretazione d’urgenza che non solo non è parametrata a quanto previsto in Costituzione, ma che risponde, con grande frequenza, a situazioni contingenti sicuramente gravi e di allarme sociale, ma che, a stretto rigore costituzionale, non comporterebbero un decreto legge.
Si sono allentati tutti i sistemi di controllo.
Tale attività svolta in modo continuativo e strutturale snatura, irreparabilmente, proprio il ruolo del Parlamento che, invece, è il baluardo della democrazia.
Se i parlamentari sono “imposti” dalle segreterie di partito e se il Parlamento, in verità, fa solo una attività di mero “sdoganamento” dei provvedimenti legislativi di derivazione governativa, si arriva al pratico risultato che il parlamentare non controlla l’azione governativa, non la verifica, ma la approva e, così facendo, risponde alle impostazioni e prerogative del governo, ergo delle segreterie di partito della coalizione governativa.
Questo – e non abbiamo timori di smentita – è quanto si verifica in modo pratico e mina il tessuto della Costituzione reale.
Si badi bene che tale atteggiamento è comune sia al centrodestra sia al centrosinistra; non vi sono differenze politiche.
Non è qualcosa che è patrimonio di una parte politica piuttosto che di un’altra.
La distorsione dal sistema è propria al sistema politico in sé che ha visto nelle segreterie di partito e nel protagonismo individuale il tema dominante a far data dal 1994 in poi.
Tutto ciò lega il parlamentare a un vincolo di partito nettamente più importante di quanto dovrebbe essere e con ciò ha determinato che la rielezione di quel candidato poi parlamentare è dipendente dalla scelta che la segreteria di quel partito farà alle prossime elezioni ed eliminare parlamentari “scomodi” è comune in tutti i partiti o movimenti; in tal senso ve ne sono esempi in abbondanza.
Tutto ciò determina un’ulteriore “anomalia”, ovvero che il parlamentare non badi tanto a svolgere con dedizione il proprio compito, ma a rispondere al gradimento della segreteria del partito che gli ha consentito di essere eletto; una sorta di “vassallaggio” con interessi tra loro collimanti.
Tutto ciò è gravissimo, perché se è vero che i partiti politici sono costituzionalmente tutelati è pur vero che il principio secondo cui il parlamentare non ha vincolo di mandato da chi lo ha eletto è stato trasformato in un obbligo di “rendiconto”, rispetto a chi gli ha permesso di essere candidato.
La funzione di controllo del Parlamento sulle iniziative di governo è, quindi, praticamente annullata da tutto quanto sin qui espresso.
Molti cultori del diritto costituzionale di cui chi scrive non si sente uno specialista diranno che questa è la “Costituzione vivente”, ma, dal nostro punto di osservazione, trovo che vi sia una deriva non condivisibile che pone nelle mani delle segreterie di partito i diritti e i doveri che promanano dalla Costituzione.
Così facendo, l’azione di Governo non è sottoposta a un vaglio critico, anche dalla stessa maggioranza, ma a una continua ed estenuante approvazione.
Nel mondo del diritto e del processo questi effetti nefasti si sono visti con la delega al Governo per la riforma dei processi civile e penale, la cosiddetta Riforma Cartabia, che, alla prova dei fatti, si è rivelata grandemente lesiva dei diritti e degli interessi dei cittadini, ma che il Parlamento ha dovuto approvare in forza di una stortura di fondo che poggia proprio su quanto detto sino ad ora e su di un principio di “non contraddizione” che, talvolta, regala “mele avvelenate” come appunto la succitata Riforma Cartabia.
Le azioni di Governo, quindi, in ragione di quanto dedotto sono, in sostanza, fuori da un controllo istituzionale e dettato da criteri costituzionali.
Il Parlamento con queste caratteristiche, in realtà, non ha un potere di controllo dell’Esecutivo se non in forma medita attraverso “piccole” limature dei provvedimenti promanati dal Governo.





