Inflazione dei DPCM, regole talvolta confuse e contraddittorie, le task force, i ritardi, la concentrazione delle decisioni a Palazzo Chigi
Giuseppe Conte possiede qualcosa del replicante di Blade Runner:
un involucro perfettamente composto, una voce sempre controllata, un volto sul quale – come si dice – si spezzerebbero persino le medaglie di bronzo.
Sembra riprodurre ogni volta il sentimento richiesto dalla circostanza: la premura durante il COVID, l’indignazione contro Salvini, l’europeismo accanto al Partito Democratico, la compassione sociale alla guida del Movimento 5 Stelle, il pacifismo sull’Ucraina.
Eppure, dietro questa successione di emozioni impeccabilmente eseguite, diventa difficile individuare una convinzione originaria che gli appartenga davvero.
Non giudico i suoi comportamenti, ne tanto meno li aggettivo. Posso però osservare il personaggio pubblico e riconoscervi un narcisismo politico enorme: la capacità di collocare sempre se stesso al centro della scena e dalla parte moralmente superiore, anche quando la posizione sostenuta oggi contraddice quella sostenuta ieri.
Conte non è privo di intelligenza.
Al contrario: possiede un’intelligenza adattiva straordinaria.
Come il replicante, osserva l’ambiente, ne comprende le esigenze e assume immediatamente la configurazione più utile alla propria sopravvivenza.
Non sembra attraversato dalle contraddizioni perché le incorpora, le supera e infine le riscrive, come se non fossero mai esistite.
È entrato nella politica nazionale soltanto nel 2018, senza essere mai stato parlamentare, ministro, amministratore locale o dirigente di partito.
Era professore di diritto privato e avvocato civilista.
Fu scelto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini perché i due non riuscivano ad accordarsi su chi dovesse presiedere il Consiglio.
Doveva essere una figura di mediazione, formalmente indipendente e abbastanza debole da non oscurare i due capi politici della maggioranza.
Invece è sopravvissuto a entrambi.
Si presentò come “l’avvocato del popolo”: una formula già rivelatrice.
Non uno statista portatore di una visione, ma un avvocato incaricato di sostenere una causa.
E l’avvocato, per mestiere, non deve necessariamente credere in una verità universale: deve costruire l’argomentazione più conveniente per il cliente del momento.
Manzoni lo avrebbe forse riconosciuto nel suo Azzeccagarbugli, non perché Conte sia un avvocato incapace, ma perché possiede l’abilità di trovare sempre la formula adatta alla circostanza.
Soltanto che il suo cliente permanente è diventato il consenso.
Fu il presidente del governo tra Movimento 5 Stelle e Lega, con Salvini e Di Maio vicepresidenti.
Quando Salvini provocò la crisi, Conte lo attaccò duramente in Senato e, poche settimane dopo, si mise alla guida di una maggioranza completamente opposta, formata dal Movimento 5 Stelle, dal PD, da LeU e poi da Italia Viva.
Passò dal governo definito sovranista a quello presentato come europeista senza perdere il centro della scena e senza spiegare quale profonda convinzione personale potesse contenere entrambe le esperienze.
Poi arrivò il COVID.
Ricordo la Roma notturna e spettrale del confinamento: le strade deserte, il silenzio, milioni di persone rinchiuse nelle proprie case, impaurite e incapaci di immaginare il giorno successivo.
In quel vuoto appariva Conte, tranquillo, composto, quasi paterno.
Sembrava l’uomo comune chiamato a sostenere sulle proprie spalle l’angoscia di un intero Paese.
Ma quella semplicità era anche una formidabile costruzione scenica.
Roma deserta diventava lo sfondo; l’emergenza, il palcoscenico; Conte, l’unico volto autorizzato a parlare alla nazione.
Le conferenze stampa serali, le frasi rassicuranti, i DPCM annunciati direttamente agli italiani costruirono intorno a lui l’immagine del protettore, del presidente vicino al popolo, dell’uomo solo al comando che vegliava su tutti.
Mentre gli italiani non potevano uscire, lavorare, incontrare i propri familiari o accompagnare i propri morti, Conte cresceva politicamente dentro quella solitudine collettiva.
Non si limitava a comunicare le decisioni: ne diventava la personificazione.
Il confine tra la funzione istituzionale e la rappresentazione personale si faceva sempre più sottile.
Nessuno poteva possedere tutte le risposte davanti a una pandemia sconosciuta.
Ma questo non cancella le responsabilità politiche: l’inflazione dei DPCM, le regole talvolta confuse e contraddittorie, le task force, i ritardi, la concentrazione delle decisioni a Palazzo Chigi e l’uso continuo della comunicazione televisiva.
Eppure Conte continua ancora oggi a descrivere quella gestione come un modello, assorbendo i meriti e trasferendo altrove ogni responsabilità.
Dopo la caduta del suo governo e l’arrivo di Mario Draghi avvenne l’ultima metamorfosi: l’uomo che era entrato a Palazzo Chigi come tecnico indipendente si impadronì politicamente del Movimento 5 Stelle.
Beppe Grillo lo indicò, gli iscritti lo elessero e Conte trasformò il partito che lo aveva inventato nello strumento della propria permanenza politica.
Il Movimento aveva bisogno di un volto sopravvissuto al crollo del consenso; Conte aveva bisogno di un partito.
Si salvarono reciprocamente.
Nel frattempo, l’immagine dell’uomo semplice e lontano dai salotti continuava a essere coltivata con attenzione.
La sua vita privata, naturalmente, non costituisce una colpa né una prova psicologica.
È però legittimo osservare la distanza tra la rappresentazione pubblica e l’ambiente sociale nel quale vive.
Da anni è legato a Olivia Paladino, figlia dell’imprenditore Cesare Paladino e proprietaria, con la sorella, del Grand Hotel Plaza di via del Corso, uno storico albergo a cinque stelle nel cuore di Roma.
Conte non è un uomo proveniente dai margini del potere: conosce perfettamente il mondo delle professioni prestigiose, delle relazioni romane, dell’alta società e degli interessi economici.
Il “popolo” è soprattutto il soggetto al quale rivolge la propria arringa.
Oggi la stessa tecnica viene applicata alla guerra in Ucraina e alla difesa europea. Conte pronuncia ossessivamente la parola “pace”, ma non dice quale pace, imposta a chi, garantita da quale forza e destinata a durare quanto.
Chiede di interrompere l’invio delle armi, ma evita di spiegare che cosa dovrebbe accadere qualora Putin, dopo avere disarmato la vittima, non intendesse ritirarsi.
La pace di Conte non contiene l’aggressore: disarma l’aggredito.
Non costringe la Russia a rinunciare alla conquista; chiede all’Ucraina di rinunciare agli strumenti necessari per impedirla.
È una pace intesa non come risultato politico da costruire e garantire, ma come parola moralmente incontestabile dietro la quale nascondere tutte le conseguenze della resa.
Lo stesso avviene quando Conte contrappone le spese per la difesa agli ospedali, alle scuole, alle strade e ai servizi sociali.
Come insegna l’immagine dello Yin e dello Yang, la realtà non può essere mutilata scegliendone soltanto la metà più rassicurante.
Difesa e vita civile, forza e protezione sociale, sicurezza e libertà sono dimensioni differenti ma interdipendenti. Uno Stato deve finanziare ospedali, scuole, strade e servizi pubblici, ma deve anche essere in grado di proteggere quelle strutture, il proprio territorio e la libertà dei cittadini.
Conte, invece, separa artificialmente ciò che nella realtà è inseparabile. Contrappone gli armamenti alla sanità come se bastasse cancellare i primi per riempire automaticamente gli ospedali di medici, far funzionare le scuole e riparare tutte le strade.
Promette la pace senza indicare la forza necessaria per garantirla;
la sicurezza senza strumenti di difesa;
l’autonomia europea senza accettarne il costo;
la solidarietà con l’Ucraina senza consentirle di resistere all’aggressore.
In questo modo conserva per sé tutte le parole luminose e moralmente rassicuranti – pace, sanità, scuola, popolo, giustizia sociale – e consegna agli avversari quelle più dure e impopolari: armi, guerra, sacrifici, responsabilità.
È un procedimento perfettamente costruito da avvocato: scegliere le parole che rendono moralmente colpevole la controparte ancora prima che cominci il dibattimento.
Ma governare significa tenere insieme proprio ciò che Conte preferisce separare.
Significa spiegare ai cittadini che la pace non nasce pronunciando ossessivamente la parola “pace”, ma impedendo che chi aggredisce ottenga con la violenza tutto ciò che pretende.
Significa riconoscere che un Paese incapace di difendersi non diventa automaticamente più giusto, più ricco o più generoso: diventa dipendente dalla protezione altrui e vulnerabile al ricatto di chi possiede la forza.
Conte costruisce invece una realtà amputata, nella quale si può avere tutto senza pagarne il prezzo:
il welfare senza sicurezza, l’Europa senza difesa,la l ibertà senza deterrenza, la pace senza sconfessare l’aggressore.
È la politica del “sarebbe bello se”, elevata a sistema. Non affronta la realtà nella sua complessità: ne seleziona soltanto la metà più gradevole e usa l’altra per accusare chi è costretto ad assumersi la responsabilità delle decisioni difficili.
Ecco perché il replicante di Blade Runner mi sembra la metafora più adatta.
Conte riproduce perfettamente l’emozione richiesta dal momento, cambia missione, alleati, linguaggio e memoria, ma conserva intatto il proprio volto.
Ieri governava con Salvini, poi lo accusava; ieri guidava una maggioranza con il PD, poi contribuiva alla fine dell’esperienza di Draghi; ieri, da presidente del Consiglio, autorizzava gli aiuti militari all’Ucraina, oggi trasforma l’abbandono dell’aggredito nella parola “pace”.
Ogni nuova incarnazione cancella la precedente senza lasciare apparentemente alcuna lacerazione.
Non è entrato in politica portando una visione del mondo.
È entrato come l’avvocato incaricato di conciliare gli interessi di Salvini e Di Maio e ha finito per impossessarsi del Movimento che lo aveva inventato.
Da allora non rappresenta una convinzione riconoscibile: rappresenta soprattutto la propria sopravvivenza.
Si dice che sulla faccia di bronzo di qualcuno si spezzerebbero le medaglie.
Su quella di Giuseppe Conte sembra spezzarsi persino il ricordo delle parole pronunciate il giorno precedente.
Il suo talento non è la coerenza: è riuscire a presentare ogni nuova convenienza come se fosse sempre stata un antico principio morale.





