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Giovani sempre più impreparati ai no della vita

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E la colpa è dei genitori, prodotto finale di una cultura dei diritti senza doveri della sinistra italiana

Giovani: fragili, fregnoni, o fregati? 1,7 milioni di loro tra i 15 e i 34 anni non studiano, non lavorano, non si formano. Il 70% vive con meno di 300 euro al mese di paghetta familiare.

Il 75,6% abita ancora con un genitore. Il 39% non ha mai lavorato un giorno (fonti INAPP e ISTAT).

Aspettano che qualcuno risolva i problemi per loro, anche se poi affermano il contrario. E, in ogni caso, hanno sempre pronta una raffica di scuse per giustificare il niente che fanno.

Fin qui, la litania nota: mercato spietato, sistema che non funziona, gioventù sfortunata.

Poi arriva il dato che ribalta tutto. L’86,8% dichiara di voler cambiare la propria condizione. Ma il 23,2% non sa come. E oltre la metà non ha obiettivi chiari.

Nove su dieci vogliono uscirne, ma non sanno da che parte si esce. Chi doveva insegnarglielo?

Sgombriamo subito il campo dalla caricatura del fannullone: il 60,4% cerca lavoro attivamente. Non sono pigri. Sono un’altra cosa, peggiore. L’indice di tolleranza verso condizioni lavorative “penalizzanti” si ferma a 43 su 100.

Un ragazzo che campa con 300 euro dati dai genitori rifiuta un lavoro da 600 perché lo considera sotto la propria dignità. Rifiuta i turni, rifiuta il lavoro occasionale, rifiuta lo stipendio basso. Non rifiuta il lavoro, rifiuta la fatica.

Perché qualcuno gli ha insegnato che merita di più. Ma nessuno gli ha insegnato come guadagnarlo.

E chi avrebbe dovuto insegnarglielo ha fatto il contrario. Il genitore che picchia il professore perché il figlio ha preso 4. Il genitore che porta l’avvocato dal preside perché il figlio è stato sospeso.

Il genitore che difende il ragazzo quando devasta la scuola durante un’occupazione – aule sfasciate, muri imbrattati, estintori rubati – e la chiama “espressione di disagio”. Le occupazioni scolastiche, ormai una moda da fancazzisti scambiata per lotta sociale.

Ogni adulto che provava a mettere un limite è stato abbattuto non dal ragazzo, dal padre. E poi ci si chiede perché il 23% “non sa come muoversi”: perché ogni volta che qualcuno provava a indicargli la strada, arrivava la famiglia a togliere il cartello.

Ma quei genitori non si sono inventati niente. Sono il prodotto finale di una cultura dei diritti senza doveri che la sinistra italiana e le sue minoranze urlanti hanno costruito mattone su mattone per trent’anni.

Non paghi l’affitto? Occupare è un diritto. Non trovi lavoro? Il capitalismo ti sfrutta. Non passi l’esame? Il merito è fascista. Il capo ti corregge? Ambiente tossico. Stai male? La società ti deve la cura.

Il sacrificio è diventato sfruttamento. La gavetta, precarietà. La selezione, esclusione. Il giudizio, discriminazione. La frustrazione, patologia. L’autorità, fascismo. Hanno svuotato ogni parola che conteneva dovere e l’hanno riempita di diritto.

Risultato: 400.000 domande per il bonus psicologo, lo Stato ne finanzia 6.300. Settecentomila under 25 con ansia e depressione. Duecentomila adolescenti chiusi in camera come hikikomori, secondo le stime.

La domanda che nessuno osa fare: quanto di questa epidemia è malattia vera e quanto è il frutto di una cultura che ha insegnato a chiamare “ansia” quella che i nonni chiamavano preoccupazione e i padri chiamavano sbattersi?

Questa cultura ha anche un motore politico: l’invidia sociale. Il Movimento 5 Stelle non nasce dalla povertà, nasce dal risentimento. Gente che guardava chi stava sopra e invece di chiedersi “come ci arrivo” si chiedeva “perché lui sì e io no”.

Grillo ha preso quel rancore e gli ha dato una forma geniale: la casta. Se non hai quello che meriti è perché qualcuno te lo ha rubato. Mai tu. Mai le tue scelte.

Il reddito di cittadinanza ne è la traduzione perfetta: un sussidio che non chiedeva nulla in cambio. “Meritiamo di più” senza mai completare la frase con “e siamo disposti a fare di più per ottenerlo”.

Poi c’è il capitolo rimosso: il rapporto con l’autorità. Per la sinistra chi fa rispettare la legge è servo dello Stato. Il poliziotto è un manganellatore, il carabiniere un fascista, l’agente che sgombera un’occupazione un violento.

Ma il loro stesso profeta Pier Paolo Pasolini, davanti a Valle Giulia nel ’68 scrisse la cosa più imperdonabile: sto con i poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri, vengono dal Sud, dalle periferie.

Gli studenti che gli tirano le pietre sono figli della borghesia, fanno la rivoluzione perché papà paga l’affitto. La sinistra lo cita per gli “Scritti corsari”, mai per Valle Giulia. Perché Pasolini aveva capito che la trasgressione è un lusso borghese.

Chi ha davvero bisogno non occupa, lavora. Accetta il turno di notte che il NEET (questa la sigla che definisce la categoria) rifiuta perché “penalizzante”.

E c’è un ultimo fattore che tutti fingono di dimenticare. La leva obbligatoria, abolita nel 2004.

Per mezzo secolo ha fatto quello che né la scuola, né la famiglia, né lo Stato hanno più saputo fare: trasformare un ragazzo in un adulto. Non era l’addestramento, era la separazione dalla famiglia, il primo “no” non negoziabile del sergente che non validava le tue emozioni, l’incontro con la gerarchia.

E, soprattutto, la divisa. Che si chiama uniforme perché uniforma. Il figlio dell’avvocato e il figlio del contadino, stesso letto, stessa sveglia alle cinque, stessi vestiti.

La democrazia più brutale e più vera che l’Italia abbia mai praticato: quella dei doveri condivisi, non dei diritti proclamati. Si è abolita la leva e non si è messo nulla al suo posto. Si è cancellato l’ultimo rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Si guardi ora la sequenza completa.

Chi ha abolito la leva? La legge delega di D’Alema presidente del Consiglio di sinistra.

Chi ha demonizzato il merito? La sinistra.

Chi ha patologizzato la sofferenza? La cultura woke espressione della demenza di sinistra.

Chi ha trasformato l’invidia in partito? Grillo, il cui partito si è buttato a sinistra con l’avvocato di Volturara Appula.

Chi ha delegittimato le forze dell’ordine? I collettivi protetti dalla sinistra.

Chi ha governato l’istruzione italiana producendo diplomati senza bussola? Sempre la stessa mano sinistra.

Hanno costruito una serra. Temperatura controllata, nessun vento, nessun gelo. E si stupiscono che le piante muoiono appena le portano fuori.

Non sono fragili. Non sono fregnoni. Sono impreparati. Cresciuti dove il “no” era proibito, diplomati da scuole che insegnano tutto tranne sopravvivere a un rifiuto, nutriti da una cultura che ha trasformato ogni dovere in oppressione. Consegnati al mondo da un sistema che non prepara e da una politica che non chiede mai nulla in cambio.

Pasolini lo aveva detto: chi non conosce il limite non è libero. È schiavo. Quella divisa che si chiamava uniforme, perché uniformava tutti, non tornerà. Ma il principio che incarnava deve tornare: prima i doveri, prima la fatica, prima il “no” che forma.

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